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Il Principe

di Leonardo Morlino

Verso una democrazia della protesta

La protesta ha dimostrato di sapere farsi ascoltare e di riuscire a cambiare le politiche governative non gradite. Dunque, di essere efficace

Leonardo Morlino
MORLINO

Le dimostrazioni, i sit in e altre forme di protesta da parte degli agricoltori in questi giorni non sono una novità. Già in passato vi sono state simili manifestazioni, apparentemente di natura congiunturale. Questa volta c’è qualcosa di più, di diverso? Il ricorso alla protesta non è solo degli agricoltori ma anche di diverse altre categorie – dai gilets jaunes francesi o agli alluvionati di certe aree del paese. Ma allora sta diventando un modo strutturale, se non quello principale, di esprimere le proprie domande da parte della società civile, organizzata e non?

Se guardiamo ai risultati di alcune ricerche sul tema, diverse forme della cosiddetta partecipazione non convenzionale sembrano effettivamente entrate nelle modalità ricorrenti di espressione della domanda politica, sia a livello locale che nazionale, e anche come stiamo vedendo –  europeo, pur con differenze sia nel tempo che nell’ampiezza.

Possiamo, cioè, dare per scontato sia che questo tipo di partecipazione si presenta maggiormente in momenti di crisi sociale ed economica e, quindi, ha necessariamente fasi altalenanti, sia che esiste anche un ampio gruppo sociale che resta comunque apatico e alieno rispetto a qualsiasi forma di coinvolgimento politico.

In questo contesto, diversi aspetti si intrecciano. Innanzi tutto, i tradizionali canali di trasmissione della domanda si sono sostanzialmente indeboliti. I partiti ormai fortemente personalizzati e sempre più di élite non riescono a convogliare, integrare, dirigere la domanda politica. Tra essi e la società la sfiducia e conseguentemente lo iato esistono ormai da decenni.

Da tutti i sondaggi, non solo quelli condotti in Italia, i partiti emergono come le istituzioni meno sostenute. Nel migliore dei casi l’atteggiamento prevalente è: non ci piacciono ma non ne possiamo fare a meno. D’altra parte, proprio dei partiti sembra esserci meno bisogno in quanto le trasformazioni anche tecnologiche dei media, intervenute in questi anni, permettono alla protesta di potenziare il messaggio diffondendosi più facilmente. Ne consegue sia una spinta a un’ulteriore disintermediazione partitica, che un processo di delegittimazione, insostenibile per i governi, inseriti in una democrazia in cui l’opinione pubblica ha un ruolo centrale riconosciuto, innanzi tutto, dalla stessa élite politica. Senza contare che in diverse occasioni gli stessi sindacati e le altre organizzazioni di categoria sono scavalcate dalla protesta.

A tutto ciò va aggiunto un elemento di fondo che caratterizza in maniera decisiva il fenomeno che stiamo tratteggiando. Rispetto alle proteste della fine degli anni Sessanta del secolo scorso, in cui le componenti antisistema e antidemocratiche erano assai presenti, quando non prevalenti e spesso caratterizzate da violenza e illegalità, la protesta di questi anni vede quelle componenti diventate minoritarie e al tempo stesso dall’illegalità si è passati a comportamenti ai margini della legalità, non proprio illegali. I contenuti delle domande sono concreti ed hanno caratteri rivendicativi, relativamente precisi, ma soprattutto non esplicitamente ideologici.

Questo quadro, con diversi aspetti, anche non coerenti tra loro, nasconde uno dei diversi paradossi delle democrazie contemporanee. La protesta è il risultato delle difficoltà della partecipazione convenzionale attraverso i partiti e le organizzazioni di interesse, cioè di un malfunzionamento – se non interruzione – dei canali di trasmissione della domanda. Ma proprio la risposta a quelle domande richiederebbe l’esistenza di percorsi negoziali, ovvero di quei canali di comunicazione. E a questi percorsi è inevitabile ricorrere per affrontare la protesta.

In effetti, se si mettono da parte ideali e modelli astratti di funzionamento della rappresentanza democratica, nel tempo e in diversi paesi, quella protesta ha dimostrato di sapere farsi ascoltare e di riuscire a cambiare le politiche governative non gradite. Dunque, di essere efficace, dando ragione a chi sostiene che ormai le diverse forme di protesta, specie non violenta – anche se al limite della legalità – sono diventate un elemento stabile delle democrazie contemporanee con cui dobbiamo convivere.