Tentati dalla democrazia al gulash? Ecco cosa insegna la soluzione Orban

Leonardo Morlino
Leonardo Morlino

Mentre siamo in mezzo all’ennesima crisi politica e i nostri leader ci tengono in sospeso con le loro trattative – non più in diretta streaming – possiamo chiederci quali scenari ci si aprono davanti nel prossimo futuro. Dal punto di vista economico, dopo la stagnazione degli ultimi anni avremo di nuovo una recessione? E, dal punto di vista politico, ci aspetta una democrazia al gulash (ammesso che questa sia una ricetta tipicamente ungherese)? Ovvero: quella italiana si potrebbe trasformare in una ‘democrazia illiberale’, per usare l’etichetta di solito applicata all’Ungheria di questi ultimi anni?

Qui risponderò alla seconda domanda.  Ma vediamo prima quale democrazia vi è nell’Ungheria di oggi, sia partendo dall’autodefinizione data dallo stesso Orbán che dall’analisi oggettiva degli aspetti essenziali di quel regime politico.

Rispetto all’autodefinizione, ci aiuta un discorso di Orbán tenuto a fine luglio alla Bálványos Free Summer University in Romania. Nella sua allocuzione il primo ministro ungherese definisce esplicitamente democrazia illiberale il regime da lui guidato. Con questo termine intende un regime politico caratterizzato dal primato della nazione e dei valori cristiani, senza i quali non sarebbe mai stata possibile una democrazia. Di conseguenza, in un regime del genere non è il liberalismo individualista che può prevalere. Vi deve essere il primato della comunità nazionale i cui interessi sono superiori ai singoli individui.

Orbán precisa la propria concezione con accenti anti Unione europea, ribadendo le sue politiche contro l’invasione degli immigrati, e ricordando gli ‘amici’ polacchi, austriaci, cechi e italiani che condividono le sue posizioni. In breve, ripropone attualizzandoli vecchi temi dell’ideologia nazionalista.

Da un punto di vista oggettivo, l’Ungheria è effettivamente illiberale? Secondo Freedom House, il paese è parzialmente libero e, secondo l’Economist Intelligence Unit, è una democrazia imperfetta, per citare le valutazioni di due tra i più noti istituti di ricerca che fanno questo tipo di analisi.

Quando si approfondisce l’analisi, si vede come il problema maggiore non sta nei limiti alle libertà individuali dei cittadini ungheresi, che pure vengono indirettamente toccate. Sta invece nelle politiche, iniziate già dal 2010, che hanno portato a cambiamenti costituzionali e legali tesi a eliminare o fortemente indebolire tutti i meccanismi di controllo del potere esecutivo, compresi l’attività dell’opposizione, dei media, delle università.

Per rispondere allo scontento profondo degli ungheresi, rimasto dopo la transizione democratica e che ne aveva fatto uno dei popoli più insoddisfatti d’Europa per diversi anni, Orbán è semplicemente intervenuto limitando la possibilità che siano scontenti. Ovvero indebolendo notevolmente la possibilità dei cittadini di controllare il governo. Ha fatto questo attraverso provvedimenti che hanno limitato il funzionamento effettivo di quei ‘checks and balances’ che fanno emergere responsabilità politiche e cattiva amministrazione.

In breve, l’Ungheria è diventata, soprattutto, una democrazia irresponsabile, nella quale chi è al potere riesce a non rispondere delle proprie azioni. Il successo del disegno di Orbán è confermato dagli ottimi risultati elettorali del partito da lui guidato, Fidesz, sia nel 2018 che nelle recenti europee.

È proprio questo il rischio principale delle democrazie contemporanee: che si intervenga per eliminare le possibilità di controllare i governanti da parte dei cittadini, sia attraverso provvedimenti legislativi sia attraverso la manipolazione della comunicazione politica. La seconda modalità diventa decisiva quando non si ha la forza di intervenire con leggi per vanificare quel meccanismo chiave di qualsiasi democrazia. E questo è effettivamente un pericolo che corre anche l’Italia, più sul versante comunicativo che anche costituzionale e legislativo.

Interventi formali di questo secondo tipo richiedono l’esistenza di un partito dominante elettoralmente, quale è stato ed è Fidesz. Ma non sembra possibile che un partito del genere emerga nel breve periodo in Italia. Quindi, nel nostro paese il pericolo viene dagli attori, partiti o altro, che riescono a manipolare più efficacemente la comunicazione politica. In questa prospettiva, occorre, ad esempio, vigilare su organizzazioni come la cosiddetta Bestia, che è al cuore del sistema comunicativo della Lega, o la piattaforma Rousseau, al centro della comunicazione del M5S.