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Supervisione bancaria: serve un nuovo paradigma

Pasquale Ferricelli e Marco Giannantonio

In questo 2020 l’acronimo COVID-19 è diventato una triste ombra sulle nostre vite e per arginarne la diffusione nei momenti più acuti sono state adottate – pressoché ovunque – misure di contenimento e forti restrizioni alla mobilità (i.e. lock-down). Nostro malgrado, abbiamo imparato a convivere col mutato contesto modificando significativamente le nostre abitudini personali e lavorative. Come direbbe Milton Friedman «non esistono pasti gratis» e dunque la contropartita della tutela sanitaria è stato un generalizzato rallentamento delle attività economiche. Secondo l’ultima nota di aggiornamento al DEF, il PIL italiano dovrebbe calare del 9% nel 2020 e recuperare progressivamente nel triennio 2021-23 (+6%, +3,8% e +2,5%). 

Per provare a bloccare – o quanto meno ad arginare – la spirale negativa del ciclo economico, singoli Governi e Banche Centrali sono tempestivamente intervenuti con massicci ed accomodanti interventi di policy mix (i.e., interazione fra politica monetaria e di bilancio) e, in tale quadro, il sistema bancario ha svolto un ruolo fondamentale fungendo da volano degli impulsi verso l’economia reale.

Difficilmente avrebbe potuto esser diversamente, in quanto l’attuale crisi è stata originata da uno shock esogeno al sistema bancario e totalmente scollegato dai comportamenti – più o meno virtuosi – dei singoli operatori. Tale (sostanziale) differenza spiega il mutato approccio negli scorsi mesi di Regolatori e Supervisori che sono tempestivamente intervenuti sull’impianto regolamentare in essere al fine di rafforzare la capacità delle banche nel supportare l’economia reale assicurando contestualmente resilienza e stabilità nel sistema finanziario.

Gli interventi sono stati tanti ed accomunati dal medesimo fil rouge: da un lato, permettere alle banche la liberazione di capitale regolamentare (i.e., capital relief) con un effetto leva e, dall’altro, assicurare flessibilità operativa e di capitale / liquidità aggiuntivi affinché possano supportare l’economia reale nelle scelte di consumo e di investimento.

Ciò detto, le misure adottate pongono una serie di spunti di riflessione per evitare che gli effetti positivi degli stessi possano esser mitigati da distorsioni nell’implementazione con conseguente penalizzazione per le banche stesse e, in ultima istanza, per l’economia reale. Fra le varie, preme enfatizzarne due, rimandando per ulteriori approfondimenti all’articolo recentemente pubblicato sul nr. 4/2020 di  Rivista Bancaria – Minerva Bancaria (www.rivistabancaria.it). 

Un primo aspetto riguarda la gestione degli shareholder e, in particolare, la distribuzione dei dividendi. Il tema è stato oggetto di dibattito negli scorsi mesi e, sul punto, a fine maggio vi è stata l’importante presa di posizione dell’European Systemic Risk Board che ha raccomandato una restrizione ai dividendi sino (almeno) al 1° gennaio 2021. L’obiettivo, ancorché con l’intento lodevole di voler rafforzare le dotazioni delle banche per assorbire meglio l’impatto del COVID-19 e supportare l’economia reale, finirebbe secondo molti addetti ai lavori per avere l’effetto contrario, portando gli investitori alla fuga dalle azioni bancarie, con inevitabili risvolti sull’appetibilità (e sulla capitalizzazione) di tale industria. 

Un secondo spunto di riflessione riguarda l’impatto del COVID-19 sui bilanci bancari. Nei prossimi mesi le banche si troveranno bilanci profondamente modificati – e con un crescente peso del rischio sovrano – vista la portata degli stimoli trasmessi al sistema economico e produttivo.

Qualche numero auto-esplicativo (al 14 ottobre): oltre 105 mld€ di crediti con garanzie pubbliche statali (di cui, oltre 91 mld€ tramite Fondo di Garanzia e 15,5 mld€ mediante SACE) e circa 2,7 mln di moratorie accordate (con un controvalore di circa 302 mld€). Pertanto, l’attività bancaria – di cui il bilancio è lo specchio – risulta già oggi fortemente influenzata e, a business model invariato, è probabile che si venga a determinare un incremento della base di calcolo dei requisiti di supervisione.

L’incremento di concessione di credito e il programma di finanziamento dello stesso (es. operazioni di rifinanziamento presso la Banca Centrale Europea), determinerà con tutta probabilità un aumento sia dei Risk Weighted Assets (RWAs) sia dell’ammontare del Total Liabilities and Own Funds (TLOF). Alla luce di ciò, il Supervisore dovrà quindi valutare – in sede di definizione dei requisiti prudenziali e di risoluzione – come sterilizzare questi valori più alti evitando che le misure adottate in questi mesi possano essere penalizzanti per le banche.

Al netto delle considerazioni di specie, si è assistito a un approccio di Regolatori e Supervisori non dogmatico rispetto a un nuovo scenario potenzialmente distruttivo. La serietà della crisi non è stata sottovalutata e sono state date risposte rapide e fortemente pragmatiche comprendendo l’equazione secondo cui le difficoltà delle persone e delle imprese di oggi saranno le difficoltà delle banche di domani (con tutti i risvolti del caso sulla stabilità finanziaria). 

Ciò detto, per non vanificare quanto sin qui compiuto, sarebbe auspicabile una piena programmazione del «new normal» regolamentare al fine di permettere all’industria bancaria di ragionare su orizzonti temporali di medio termine e di evitare situazioni di stress improvviso. Il tutto per permettere al sistema bancario di continuare a fare il mestiere di concedere credito all’economia reale in una fase che si preannuncia di forte e generalizzata discontinuità.

Sul punto sono emblematiche le parole di Ignazio Visco in una recente intervista al Corriere della Sera: «Finché non si capisce cosa sarà il nuovo mondo – magari con più digitale, con modifiche nelle attitudini di consumo, un turismo diverso e più regolato – la struttura della produzione e la natura degli investimenti non saranno definite e potremmo vivere una transizione complicata». Tempora mutantur (et nos mutamur in illis).