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IL FUTURO DELLE MONETE DIGITALI SECONDO EY
Stablecoin in euro, ecco perché piace alle banche

intervista a Enrico Ugoletti, Financial Services Technology Strategy & Transformation Leader di EY Europa

Un modello di business basato sul fare raccolta a costo zero. E nel produrre interessi costanti nel tempo e cospicui, quasi tutti trasformati in profitto. È la ragione del successo delle stablecoin. Che apre le porte della finanza europea

Paola Pilati

Un mercato destinato a svilupparsi in maniera tumultuosa.  Un modello di business nuovo, dove ci sono dei clienti che per avere questa moneta digitale sono disposti a dare dei soldi senza chiedere alcun interesse in cambio. Un business dove i primi a entrare stanno facendo utili a palate, creando da zero patrimoni che l’industria tradizionale nel passato raggiungeva attraverso generazioni. Stiamo parlando del fenomeno stablecoin, valute digitali agganciate a una moneta standard e con un sottostante di asset finanziari di mercato, tipicamente titoli di stato.

Un fenomeno al quale una ricerca di EY, appena presentata al Salone dei pagamenti, prospetta un futuro luminoso: nel 2030 le stablecoin potrebbero rappresentare tra il 5 e il 10 per cento dei pagamenti globali – per un valore tra i 2,1 e i 4,2 trilioni di dollari – e sono utilizzate già oggi dal 23 per cento delle istituzioni finanziarie osservate dalla ricerca (complessivamente cento banche e cento corporate nell’area Usa ed Emea). Quello a cui abbiamo assistito finora sulla rapida diffusione delle stablecoin è dunque solo l’inizio.

A capire le ragioni di questa previsione aiuta, in questa intervista, il Financial Services Technology Strategy & Transformation Leader di EY Europa, Enrico Ugoletti (nella foto).

Partiamo dalla vostra ricerca: oggi le stablecoin vengono utilizzate dall’8 per cento delle aziende interpellate, soprattutto per i pagamenti internazionali, grazie alla rapidità e alla riduzione dei costi degli stessi, oltre alla disponibilità della liquidità 24 ore su 24. Ma gli Usa sono più avanzati di noi. In Europa a che punto siamo?

«Anche l’Europa è molto interessata al tema stablecoin. Con la normativa MiCAR (Markets in Crypto-Assets Regulation), la Ue ha trovato, per gli emettitori di stablecoin, il corretto trade-off tra tutela del consumatore, stabilità del mercato, imposizione di regole di riserva di capitale e liquidità, senza comprometterne la capacità di fare innovazione tecnologica. Si stanno muovendo anche gli intermediari finanziari: si è formato un consorzio di nove banche europee, tra cui due italiane (Unicredit e Banca Sella, ndr.), per lanciare una stablecoin in euro, stessa cosa ha annunciato di voler fare la società Bancomat. Anche le mosse della Bce vanno nella direzione di agevolare le stablecoin: con i progetti Pontes e Appia (che puntano all’integrazione delle tecnologie a registro distribuito nelle infrastrutture di pagamento del nostro continente, per garantirne l’interoperabilità, ndr.), dà la possibilità alle stablecoin di potersi integrare nel sistema di regolamento dei pagamenti istantaneo TIPS-Target, che sarà utilizzato anche come piattaforma di settlement dell’euro digitale. Tutto parla della volontà di costruire un ecosistema di valute digitali basate sull’euro che porti a una maggiore efficienza nella gestione dei pagamenti nell’area».

Tutto ciò è una reazione alle mosse di Trump di usare le stablecoin, oggi al 99 per cento legate al dollaro, per consolidare il potere della valuta americana?

«L’Europa sta cercando di evitare, anche attraverso le stablecoin, la dollarizzazione del mondo che l’amministrazione americana sta perseguendo. Le stablecoin in dollari sono costrette ad acquistare debito degli Stati Uniti per dare stabilità al prezzo della moneta; ciò consente di utilizzare la domanda di queste valute digitali per aumentare gli acquisti di debito Usa nei paesi legati al dollaro. La partita, però, non è solo legata alla geopolitica».

A che cosa, allora?

«Il grande interesse sul tema nasce dal fatto che chi è emettitore di queste monete fa profitto grazie a un modello di business che, secondo il modello capitalistico tradizionale, sarebbe irreale anche solo da immaginare».

In che cosa consiste?

«Si basa sul fatto che ci sono dei clienti che, per usufruire dei vantaggi relativi ad una moneta digitale con valore stabile nel tempo, sono disposti a mettere a disposizione denaro senza chiedere alcun interesse in cambio. Il modello di business degli emittenti di stablecoin è fare raccolta sostanzialmente a costo zero. Poi, impiegano la raccolta in titoli di debito che producono interessi abbastanza costanti nel tempo e cospicui, incamerano questo margine e lo trasformano in profitto. Il caso di maggior successo è Tether, una tra le società con maggior return on asset al mondo».

Di che cifre parliamo?

«Tether, lanciata nel 2014, è la prima stablecoin a livello mondiale, con una quota di mercato del 60 per cento ed è denominata in dollari. Ebbene, oggi Tether è il diciottesimo detentore di debito Usa al mondo. È interessante notare che la società ha un modello di business ed una ingegneria tecnologica italiana, perché è stata fondata da due imprenditori del nostro paese: nel 2024 ha registrato un utile netto di 13 miliardi di dollari, a fronte di una capitalizzazione di mercato della valuta pari a circa 180 miliardi di dollari.

La vostra ricerca indica che adesso anche le istituzioni finanziarie tradizionali, cioè le banche, stanno scendendo in campo nel settore delle stablecoin…

«Le banche hanno iniziato a capire che il business delle valute digitali può comportare profitti importanti. È per questo che il tema sta destando grande interesse nel nostro continente. Dall’altro lato, il 60 per cento dei partecipanti al sondaggio di EY sceglie proprio gli intermediari finanziari tradizionali per farsi accompagnare nell’adozione di questi strumenti: la banca trasmette ancora un senso di sicurezza, soprattutto in Europa».

Ma in Europa il sistema di regole è pronto per garantire questa evoluzione in un settore in cui restano ampi margini di opacità?

«La maggior parte delle banche europee si sono mosse non appena è stato chiarito il contesto normativo con la MiCAR, che ha dettato regole chiare anche dal punto di vista dell’antiriciclaggio. La nostra ricerca ha inoltre evidenziato che il business corre più veloce di tutte le paure. Infatti molte aziende stanno già utilizzando le stablecoin per i pagamenti transfrontalieri con i propri fornitori e le accettano in pagamento delle proprie fatture. La stessa EY, negli Usa, ha un accordo per il pagamento dei propri servizi professionali in una stablecoin denominata in dollari, gestita direttamente da un intermediario (PayPal, ndr.)».

Insomma in Europa il fenomeno stablecoin può diventare una nuova voce di profitto per le banche. Ma non rischiano così di cannibalizzare i servizi tradizionali che oggi offrono ai clienti?

«È vero, da un lato c’è il rischio cannibalizzazione, ma c’è anche rischio di disintermediazione: forse, tra i due, le banche preferiscono il primo. Le banche oggi devono affrontare il fenomeno della DeFi, la finanza decentralizzata basata sul concetto di disintermediazione del potere centrale e delle rendite di posizione di natura regolatoria, tipiche del business bancario. Per questo, le banche stanno cercando di ridurre questo rischio di disintermediazione con un approccio che  consenta anche di realizzare profitti addizionali. Cioè, diventando loro stesse degli “issuer”, emittenti di stablecoin, da cui poi deriveranno i servizi legati alla gestione della moneta digitale, dalla custodia alla negoziazione, che garantiranno nuove fees. Alla fine, può essere un gioco a somma positiva».

Siamo insomma alla vigilia di un big bang delle stablecoin in euro?

«È un mercato destinato a svilupparsi in maniera tumultuosa e con una forte differenziazione di prodotti e servizi. Quello a cui abbiamo assistito finora è solo l’inizio. In questo momento il 99 per cento del mercato mondiale delle stablecoin è dominato da valute denominate in dollari. Il nostro parere è che ci sia spazio immenso per quelle in euro e che dopo l’iniziativa di Bancomat ne arriveranno altre. La MiCAR consente anche l’emissione di token con un basket di asset come sottostante, quindi mi aspetterei il lancio di monete agganciate a più asset di riferimento. Le competenze di ingegneria finanziaria delle banche potranno essere utilizzate per creare prodotti taylor fit rispetto a specifici settori o mercati. Ed è evidente che le banche centrali stiano favorendo la diffusione di questo ecosistema».

Alcuni emittenti di stablecoin hanno cominciato a pagare interessi, attività che molti regolatori oggi vietano. È questa l’evoluzione?

«Secondo me sì, si arriverà anche a questo, perché la fetta di profitto che gli issuer hanno in mano è talmente poderosa, che consente delle logiche di redistribuzione di questo valore nei confronti degli utilizzatori. Secondo me avrebbe molto successo un nuovo player che volesse affermarsi rapidamente e adottasse un modello di business in cui parte del margine di interesse venga restituito all’utilizzatore, invece di essere trattenuto dall’emittente come profitto, anche in considerazione del fatto che la tecnologia abilita logiche di programmabilità delle monete digitali per definirne le regole di funzionamento sul mercato, abilitando modelli di business come quello da lei citato».

L’Italia in questo scenario che ruolo gioca?

«Il fronte delle banche sta iniziando a muoversi ora, ma non siamo in ritardo rispetto ad altri. Semmai il problema è il tessuto economico italiano, legato alle Pmi, che ha più difficoltà ad affacciarsi a innovazioni di questo tipo».

L’ecosistema stablecoin ha bisogno di potenti infrastrutture digitali che ne consentano la gestione. Come siamo messi in Europa?

«Come l’agenda Draghi ha messo in evidenza, l’Europa si caratterizza per sue lacune strutturali significative; non abbiamo un cloud provider europeo, cui si aggiunge una forte frammentazione del mercato delle telecomunicazioni e la mancanza di competitività sul tema dell’intelligenza artificiale. Restiamo ancora molto legati al mondo tecnologico made in Usa, sperando che anche l’Europa, prima o poi, riesca a spiccare il volo».

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