Gen 2019
03
Intervista con Marcello Messori

Senza capitale Carige rischia la risoluzione

Paola Pilati

«O si riusciranno a convincere gli azionisti di Carige a ricapitalizzare la banca come passo per una successiva aggregazione, o temo si andrà a una risoluzione. Ma questa è una decisione politica, perché imporrà un esborso di denaro pubblico. E il governo ha già detto di non volerlo fare. Ma sarà difficile spiegare perché, dopo aver finanziato un Fondo per rimborsare gli obbligazionisti Mps e quelli delle banche venete fallite, non si faccia lo stesso con quelli di Carige». Marcello Messori, professore di Economia alla Luiss ed esperto di banche, ragiona così all’indomani dell’intervento del Meccanismo unico di Vigilanza della Bce che ha commissariato la banca ligure.

L’allerta sulla Carige era al massimo da tempo, e le dimissioni del consiglio d’amministrazione della banca negli ultimi giorni di dicembre l’hanno lasciata senza timone. Uno sbocco sul quale la trattativa Genova-Francoforte era aperta da settimane. Suggerita proprio per giustificare la mossa finale della Vigilanza guidata dall’italiano Andrea Enria, che mette sulla tolda della banca tre commissari (Modiano, Innocenzi e Lener) https://www.gruppocarige.it/grpwps/portal/it/gruppo-carige/press-e-media. Ma il vero finale della storia non è stato ancora scritto. Il commissariamento apre scenari indefiniti. E non scongiura, per Messori, quello peggiore, cioè il fallimento.

Questo mentre Malacalza, l’attuale socio di maggioranza, ora medita il ricorso contro il provvedimento Bce, ora sembra disposto a scendere a patti sull’aumento di capitale.

«Tra i compiti del meccanismo unico di Vigilanza c’è quello dell’”intervento precoce”. Rientra nei compiti del 1° pilastro, quello sui requisiti patrimoniali delle banche, e prevede anche l’intervento sulla governance. Ma questo non vuol dire che la storia finisca lì. Resta sempre possibile il passo successivo, quello della risoluzione. Ma in questo caso non sarebbe più la Vigilanza a deciderlo, ma un altro organismo, il Meccanismo europeo di risoluzione», spiega Messori.

Da cosa è scattato l’intervento precoce?

«In base allo Srep, il processo di revisione e valutazione prudenziale che misura il rischio della singola banca, a Carige era stato chiesto di adeguare il requisito del capitale a livelli prudenziali, e questo presupponeva una ricapitalizzazione di 400 milioni, oppure una aggregazione. Invece c’è stata solo una emissione obbligazionaria del 320 milioni sottoscritta dal Fondo interbancario di garanzia che sarebbe stato rimborsato con l’aumento di capitale. Venuto meno questo, il prestito resta in piedi, al tasso abnorme del 16 per cento, che si traduce in 51 milioni di interessi l’anno (https://www.gruppocarige.it/grpwps/wcm/connect/6d62084a-b3a1-47ed-b42e-206aaf16dd48/POS+Banca+Carige+Regolamento.pdf)Un costo insostenibile per il bilancio della banca».

Il commissariamento sembra che abbia avuto il risultato di “congelare” la posizione di Malacalza, il socio di maggioranza con il 27,5 per cento, che finora ha negato l’aumento di capitale. Un modo per lasciargli il tempo di riflettere?

«Malacalza, da quando è entrato in Carige, ha perso il 90 per cento del suo investimento. È comprensibile che sia reticente a mettere nuove risorse finanziarie. Sapendo, in aggiunta, che anche quell’aumento non escluderebbe la necessità di un’aggregazione, in cui lui perderebbe la presa sulla banca».

Che cosa vede quindi in prospettiva?

«I Malacalza sanno che i commissari non potranno decidere nulla senza il parere dell’assemblea dei soci, qualsiasi aggregazione deve passare da lì, dove loro hanno la maggioranza».

Quindi hanno sempre l’ultima parola.

«Sì. Ma dovranno considerare lo stato in cui si trova l’istituto: è il decimo gruppo bancario ma non è abbastanza grande per stare da solo, né così piccolo da aggregarsi facilmente. E poi ha i suoi Npl, e l’allocazione dei suoi crediti nell’area ligure, che è in forte difficoltà dal punto di vista produttivo. Di certo i 400 milioni di ricapitalizzazione non basteranno. E sarà difficile trovare sul mercato un acquirente disposto a rischiare così tanto».

Pare che il cerino acceso resti in mano al Fondo di garanzia delle banche che ha sottoscritto il bond da 320 milioni. Potrebbe esserci una conversione forzosa e anticipata in azioni del bond decennale? Anche la Fondo interbancario, peraltro, non conviene che la banca finisca il liqidazione: quel bond subordinato verrebbe rimborsato solo dopo aver soddisfatto tutti gli altri creditori.

«Ma il Fondo non può diventare socio di controllo della banca, come accadrebbe convertendo i 320 milioni, per cui dovrebbe congelare il diritto di voto su parte delle azioni».

Che strada resta praticabile?

«Ne vedo due. La prima è quella di una ricapitalizzazione precauzionale su modello Montepaschi. Ma questo implica una decisione politica. E si dovrebbe dimostrare che la crisi Carige avrebbe un impatto “sistemico” ad ampio raggio, il che per una banca territoriale è dubbio».

E la seconda strada?

«Quella seguita per Veneto Banca e per la Popolare di Vicenza. Dove il Meccanismo unico di risoluzione, non ritenendole di impatto “sistemico” al contrario di quanto diceva la Vigilanza unica, ha lasciato il campo all’intervento della legislazione nazionale e alla liquidazione coatta. Una divaricazione tra due autorità che però porta all’intervento pubblico. E a mettere la bad bank a carico di tutti noi».

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