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MERCATO DELL'ARTE/ IL LUCA ROSSI LAB

Se vuoi investire, segui il mio rating

Silvia Segnalini

Il cosiddetto “sistema dell’arte” è una realtà decisamente consolidata, anche se ancora nota soprattutto agli addetti ai lavori, dominata da molte regole scritte e ancor più da regole non scritte (per questo chi scrive fa fatica a considerarla, come pure si usa dire, deregolamentata: per molti lo è fin troppo, specie qui in Italia, ma questa è un’altra storia).

Esso costituisce un vero e proprio sistema di potere – in grado di fare la differenza per la fortuna, e quindi le quotazioni, di un artista – con tutte le opacità che spesso caratterizzano i sistemi di potere: le stesse che forse hanno impedito finora alla finanza di avvicinarsi più decisamente al mondo dell’arte (pensiamo soprattutto agli art funds: https://fchub.it/detail/news/art-funds-pronti-partenza-via), considerato per l’appunto opaco, volatile, con troppi conflitti di interessi poco gestibili. 

Qualche anno fa è stato però addirittura Lorenzo Bini Smaghi, sulle pagine di “Aspenia”, a sottolineare come il valore economico di un’opera d’arte dipenda soprattutto dall’aspettativa circa il suo valore futuro; e come a decidere quel valore siano in primo luogo gli altri artisti, seguiti a ruota da critici, galleristi e poi dal pubblico. In fin dei conti, secondo Bini Smaghi, si tratta di un mercato simile a quello degli strumenti finanziari, alla ricerca di prodotti innovativi ma con una certa percentuale di rischio. 

Nonostante possano essere considerati ormai risolti definitivamente, e in senso positivo, sia i problemi di opportunità della sussunzione dei beni d’arte nel contesto della gestione collettiva del risparmio, come chiarito già da Capriglione in uno scritto che risale al 2007 (“I fondi chiusi di beni d’arte”: dove ben evidenziava come il c.d. mercato dell’arte aderisca, con modalità proprie e precisi caratteri distintivi, alla logica dell’interscambio, necessaria affinché si possa parlare propriamente di mercato); sia i problemi normativi e regolatori che permetterebbero all’arte di creare valore in modo virtuoso (immaginando sistemi come quello descritto in https://fchub.it/se-la-finanza-vedesse-gli-artisti-come-un-asset/). Nonostante tutto ciò, si diceva, resta però tra gli operatori professionali del settore, sia lato finanza che lato arte, una diffidenza di fondo, che, a voler stringere, ruota tutta intorno alla difficoltà di definire con esattezza il valore dell’opera d’arte nel tempo.

Chi ha provato a fornire una soluzione a questa problematica si fa chiamare Luca Rossi (giocando sul fatto che chiunque può essere Luca Rossi), ed è l’inventore e il titolare di Luca Rossi Lab (http://lucarossilab.it). Luca Rossi non vuole essere un singolo individuo, ma un “collettivo aperto” e anonimo che dal 2009 sviluppa un’azione critica verso il mondo dell’arte. Da questo lavoro sono partiti progetti artistici realizzati in tutto il mondo (nell’illustrazione una delle opere), un’accademia per la formazione degli artisti e soprattutto un modo nuovo per la divulgazione dell’arte contemporanea e per l’interpretazione del mercato dell’arte.

In questa forma, non individuale e anonima, lo abbiamo intervistato.

Secondo Luca Rossi «Il mercato dell’arte è come una banca centrale capace di stampare moneta. Una sorta di Bitcoin ante litteram, una moneta privata per un élite di persone che in questo caso può muovere denaro vero in modo completamente deregolamentato». C’è una chiave per muoversi in questo mondo deregolamentato? Secondo Rossi sì. Ed è con questo obiettivo che è stato creato il “Rossi rating”.

Per spiegare che cosa è questo rating Rossi parte da una riflessione: «In una famosa scena del film L’attimo fuggente, Robin Williams invita i suoi studenti a strappare l’introduzione a un manuale di letteratura. In quelle pagine, un insigne professore spiega come sia possibile misurare oggettivamente qualsiasi poema. Il Professor Keating – questo il nome del personaggio interpretato dall’attore recentemente scomparso – argomenta come non sia possibile fare l’hit parade delle poesie. Potremo dire la stessa cosa per le opere d’arte e gli artisti? A mio parere sì.

Non esiste arte giusta e arte sbagliata, mentre invece è possibile argomentare criticamente senza l’assurda pretesa di raggiungere risultati oggettivi. Questa necessità di argomentare e dialogare è ancora più forte se ci confrontiamo con un sistema che vede un pubblico assente o disinteressato; addetti ai lavori che, arroccati su torri d’avorio, hanno perso qualsiasi interesse e capacità a una critica argomentata; opere d’arte che “sono interessanti” solo in base ai luoghi e alla pubbliche relazioni che le sostengono o rispetto al clamore che producono.

Sono convinto che il Professor Keating considererebbe anomalo giudicare una poesia in base al luogo in cui viene letta o al fatto che venga urlata o meno. Anche da questa riflessione nasce il “Rossi Rating” una valutazione da uno a cento che cerca di definire il valore artistico di una singola opera d’arte. Questo senza pretendere di fornire giudizi e indicazioni oggettive ma solo una bussola che possa proteggere il valore artistico di una singola opera d’arte che, insieme ad altri fattori, andrà a determinare il prezzo dell’opera stessa».

Nel mercato dell’arte moderna e contemporanea vediamo prezzi molto diversi. Esistono anche “valori” diversi?
«Certo. È assolutamente possibile definire un valore artistico confrontando la singola opera con la storia dell’arte (che va ovviamente conosciuta) e il nostro presente. Da 20 anni di esperienza e 11 di militanza critica, è nato il Rossi Rating che definisce il valore artistico della singola opera su una scala da uno a cento. Una sorta di Guida Michelin per le opere d’arte». 

È possibile definire in modo oggettivo il valore artistico di una singola opera d’arte? Non si tratta di un tema troppo soggettivo e sdrucciolevole? «Se accettiamo la soggettività del valore artistico allora dobbiamo accettare anche la soggettività del prezzo. E quindi sono io che decido il prezzo per un quadro di Lucio Fontana, Francis Bacon o del sig. Luca Rossi. Ma temo che questo sarebbe inaccettabile per il mercato. Evidentemente, allora, esistono valori diversi che corrispondono a prezzi diversi». 

Marcel Duchamp cento anni fa ha dimostrato che qualsiasi cosa poteva diventare un’opera d’arte. Recentemente Maurizio Cattelan vendendo tre banane a €120.000 dollari l’una, ha dimostrato che il sistema dell’arte può stampare una sorta di “moneta privata”. Quali conseguenze può avere questa possibilità?
«Poter trasformare tutto in denaro, questo è quello che avviene spesso nel mondo dell’arte contemporanea, è una cosa corretta. Il problema nasce quando questa opportunità viene abusata senza partire da un sistema critico e valoriale solido. Se questa possibilità viene abusata, come capita sempre più spesso, il valore della singola opera d’arte non dipende più dalla sue caratteristiche formali e concettuali ma dai luoghi e dalle pubbliche relazioni che la presentano. Nel caso della banana di Maurizio Cattelan, addirittura, il valore artistico della banana dipende dalla vendita conclusa delle tre banane. Se le banane non fossero state vendute non avrebbero creato clamore e quindi la singola banana non avrebbe acquistato valore artistico. Questa “Dittatura di Luoghi e Pubbliche Relazioni” è pericolosissima perchè rende l’opera d’arte e l’artista totalmente marginali in favore delle pubbliche relazioni che gallerie e case d’asta possono attivare per gonfiare le opere di valore e quindi di prezzo».  

Proteggere il valore della singola opera è anche un modo per proteggere l’artista. Cosa sta succedendo oggi?
«È vero. Ed è paradossale che proprio gli artisti come vittime compiacenti non accettino un sistema critico dal quale potrebbe discendere una protezione per il loro lavoro. Questo accade perché ormai neanche gli artisti credono nel valore di quello che fanno. Quindi meglio affidare le proprie opere, spesso mediocri, alla galleria e sperare che le opere si possano vendere. Giorgio Andreotta Calò, artista che partecipò nel 2017 al Padiglione Italia alla Biennale di Venezia, oltre a considerare l’Italia una “pozzanghera”, mi diceva disilluso che “tutto è stato fatto”. L’artista si trasforma allora in una sorta di operaio delle pubbliche relazioni, di burocrate della creatività, che deve produrre gingilli costosi per ricchi. Questo tipo di arte non mi interessa e dopo molti anni diventa deleteria per tutto il sistema e il suo indotto». 

Come viene definito il “Rossi Rating”? Su quali parametri si basa?
«Come viene definita l’assegnazione delle Stelle Michelin? Professionalità, servizio, qualità delle materia prima…nei confronti della storia e del presente. Una cosa molto semplice ma che fa paura a molti».

In base al giudizio di chi si stabilisce nel dettaglio il Rossi Rating?
«Il “Rossi Rating” è definito da 100 saggi (persone che nel corso di 11 anni hanno collaborato al progetto Luca Rossi Lab) che nessuno può conoscere. Un po’ come accade per la giuria delle Stelle Michelin. 
Il rating può essere misurato per ogni singola opera e può essere misurato da 1 a 100. Tale valore va a contribuire al prezzo. In questo modo per esempio potremo avere, a parità di dimensioni, che un’opera di un giovane artista vale come quella di un artista più anziano se questi, per esempio, ha subìto negli anni una sopravvalutazione dal punto di vista artistico». 

 Da che cosa dipende il Rating? «Al 70% da un giudizio critico definito dai 100 “saggi”. Tale giudizio mette in relazione l’opera d’arte in sé con il contesto e con le intenzioni dell’artista (didascalia, biografica, interviste, dichiarazioni, altre opere dell’artista ecc.). Al 20% da quanto è profittevole l’investimento economico sull’opera rispetto la collocazione dell’artista nel panorama dell’arte contemporanea internazionale (questa percentuale prende in esame anche il successo nelle aste internazionali). Infine al 10% da quanto l’artista, e quindi le sue opere, siano sostenute da buone pubbliche relazioni nazionali e internazionali». 

Può fare qualche esempio? «Prendiamo il quadro di Maurizio Cattelan “Him” (2001, Wax, human hair, suit, polyester resin and pigment. 101 x 43.1 x 63.5 cm., aggiudicato all’asta nel 2016 a 15,8 milioni di euro, ndr.): il Rossi Rating gli attribuisce il voto di 80. Poi ogni 30 punti di rating hai una A. Quindi con il punteggio 80 si ha la doppia A. Per “Devolved Parliament” di Bansky (aggiudicato all’asta nel 2019 per 11,1 milioni di euro, ndr.), il Rossi Rating è 65AA».    

Il Rossi Rating tiene conto anche delle aste? «Nel rating è compresa anche un’attenzione all’andamento passato alle aste, ma in modo generico, per non ricadere nel fatto che le aste tendono a gonfiare valori e prezzi».