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Osservatorio Banche
Risiko bancario, i pro e i contro

 

 

Le ipotesi di acquisizione di Bpm e soprattutto di Intesa riportano il disegno del sistema italiano in una comprensibile logica bancaria, sottraendolo alle spinte della finanza

 

Silvano Carletti
Carletti

La previsione inserita nella nota dello scorso mese di questa rubrica – “questa fase di aggregazioni sembra prossima alla conclusione” – è stata smentita dagli eventi di queste settimane, eventi che, nota giustamente il Financial Times, riportano “un po’ di buon senso nel panorama delle fusioni e acquisizioni in Italia’.

Prima di procedere è opportuno precisare che il “sembra” dell’affermazione iniziale era legato soprattutto all’esito dell’iniziativa di UniCredit nei confronti di Commerzbank. Alcune settimane fa questo progetto si presentava molto incerto mentre adesso, al contrario, sembra aver centrato il bersaglio. Secondo i dati disponibili, infatti, UniCredit controllerebbe oltre il 55% del capitale di Commerzbank, quota cui si perviene sommando la quota ufficiale posseduta, le adesioni raccolte dall’OPAS (12,5% all’ultima rilevazione) e le azioni acquisite con contratti derivati con altri operatori finanziari. Il clima non favorevole che accompagna questo risultato prefigura per UniCredit uno sviluppo non facile del suo progetto.

Al netto di questa precisazione, a smentire l’affermazione sopra ricordata sono le due iniziative comunicate il 7 e 8 giugno scorso. Entrambe muovono dall’incerto assetto emerso dalla vittoriosa acquisizione di Mediobanca da parte del Monte Paschi. Operazione con una fragile logica industriale e sostenuta da operatori con un profilo fortemente finanziario, tale da indurre la Bce ad esercitare la sua moral suasion per limitare la loro presenza negli organi decisionali di Mps. Oltretutto, il più importante fra essi (Delfin, primo azionista di Mps con il 17,5%) ha in corso un complesso riassetto societario che è probabile richieda la cessione di alcune sue partecipazioni tra le quali Mps.

La prima delle iniziative è l’invito di Bpm a Mps a stabilire contatti per una eventuale fusione tra i due istituti. Si propone un’aggregazione da attuarsi nella modalità del merger of equals, una proposta arricchita da pochi altri dettagli, se non una stima di 1,1 mld di potenziali sinergie lorde. L’unico altro razionale che il comunicato di Bpm lascia intravedere è ancora quello della banca grande, ipotesi ben diversa da quella di grande banca, contrapposizione che non è un semplice gioco verbale perché nel primo caso il focus sono le quantità, nel secondo è invece la qualità ad essere centrale.

Aggregazioni di questo tipo sono rare e soprattutto problematiche quando il motore dell’accordo è soprattutto lo sviluppo di sinergie di costo, accresciute dalla “salvaguardia dei rispettivi brand, delle sedi storiche e del radicamento territoriale”. Ai prezzi attuali il peso di Bpm nella nuova combinazione sarebbe del 39-40%. Quale sarà la governance della nuova aggregazione e quindi chi deciderà dove e come realizzare queste sinergie?

L’integrazione tra Bpm e Mps, peraltro, dovrebbe avvenire in contemporanea con quella di Mediobanca in Mps, integrazione appena avviata e molto problematica come palesemente dimostrato dall’abbandono di un numero non trascurabile di gestori dell’istituzione di Piazzetta Cuccia. Last but not least il coinvolgimento nel progetto di Crédit Agricole (azionista forte di Bpm con il 23% circa) è per ora poco più che formale; è ragionevole pensare che, a tempo debito, la combinazione con Mps sarà considerata da Crédit Agricole in parallelo con altre ipotesi (prima di tutto l’aggregazione di Bpm e Crédit Agricole Italia) e valutando la forte diluizione della quota nel caso di combinazione tra Bpm e Mps.

In definitiva, nella migliore delle ipotesi l’iniziativa di Bpm è ancora da scrivere, con numerosi punti interrogativi e richiederebbe quindi tempo “per essere messa a terra”. Tempo che l’ipotesi concorrente comunicata appena qualche ora dopo non lascia intravedere.

La seconda ipotesi di acquisizione di Mps proviene da Intesa, sembra di ben diverso spessore sia nella forma che nel contenuto, con meno zone d’ombra, con una logica industriale chiara, simile ad altre operazioni perfezionate con successo in passato.

In sintesi, Intesa lancia un’offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) sulla totalità delle azioni di Mps, offrendo 1,6 sue azioni e contante (1 euro), con un premio significativo, variabile tra il 12% e il 17% a seconda del riferimento assunto. La valutazione di Mps è di 30-31 mld, ammontare che per 3-3,5 mld sarebbe recuperato cedendo ad Unipol (che lo girerà a Bper, sua controllata) il brand MPS, circa 635 sportelli e la maggior parte delle strutture/attività centrali di Mps.

Bper avrebbe quindi nell’operazione un ruolo analogo a quello svolto nel 2020 in occasione dell’acquisizione di Ubi Banca da parte di Intesa, ruolo determinante per superare l’esame dell’autorità Antitrust. Intesa acquisirebbe Mediobanca e il suo marchio, circa 625 sportelli di Mps e una componente limitata di strutture centrali. Nell’insieme, Intesa acquisirebbe circa l’80% dell’utile netto 2025 di Mps + Mediobanca. La partecipazione (13%) in Generali di cui è titolare Mediobanca entrerebbe nel portafoglio di Intesa.

Il lato forte della proposta di Intesa è che tutti i principali settori di attività di Mps – dal commercial banking al Credito al Consumo, al cd Wealth Management – troverebbero in Intesa ampie strutture con cui combinarsi. Per le attività di Corporate & Investment Banking di Mediobanca si aprirebbe uno scenario assai più chiaro di quello intravisto con Mps. Come da alcuni osservato, però l’integrazione delle principali articolazioni di Mediobanca potrebbe rivelarsi non facile, considerato che gli stessi ambiti di attività sono ben presidiati da strutture di Intesa di provata qualità (Imi, Fineco, etc)

Il lato debole del progetto è lo stesso rilevato in occasione dell’acquisizione di Ubi Banca: l’operazione accentua ulteriormente il profilo domestico di Intesa e non accresce in alcun modo la sua limitata proiezione europea/internazionale. La piccola acquisizione appena avviata in Spagna (Singular Bank, valore intorno a 300 mln) non corregge in alcun modo quella valutazione. Non si tratta di un aspetto secondario, sia perché una ragionevole diversificazione geografica è certamente consigliabile, sia per le non brillanti prospettive economiche del nostro Paese.

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Per cogliere le ragioni profonde di questa lunga fase di ridisegno del sistema bancario italiano è sicuramente di aiuto la lettura della recente relazione della Banca d’Italia.

Tralasciando gli aspetti più congiunturali e indirizzando quindi l’attenzione verso quelli strutturali, più rilevanti nel condizionare ogni ipotesi di sviluppo brillante e sostenibile, tre sono gli aspetti che qui preme evidenziare. Il primo è che le prospettive economiche sono fortemente deteriorate: meno crescita, più inflazione. La crescita mondiale è esposta a “rischi più numerosi, più interconnessi e più difficili da governare rispetto al passato”. Nel convoglio economico globale il vagone Italia è da molti anni uno dei più fragili, con una crescita di fondo dello zero virgola. Neppure i rilevanti fondi europei del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) sembrano essere riusciti a smuovere l’Italia da questo torpore, uno scenario che la pianificazione strategica delle banche (soprattutto se di grande dimensione) deve tenere in piena considerazione.

Il secondo è la constatazione che, sotto il profilo della riduzione dei costi, i possibili vantaggi della trasformazione digitale sono stati in gran parte già colti. Forse qualche spazio esiste ancora per le banche minori, più lente nel gestire il fenomeno. Nel 2025 il numero degli sportelli è sceso di un ulteriore 3%, quello dei dipendenti del 2%. Complessivamente, negli ultimi dieci anni il numero degli sportelli e quello dei dipendenti sono diminuiti del 35% e del 13%, rispettivamente. L’apporto che per questa via può venire al risultato finale è quindi probabilmente esaurito o quasi.

Il terzo è prospettiva da tempo presente nei ragionamenti strategici, ma da pochi operatori tradotto in iniziative coerenti (Intesa unica rilevante eccezione, con le altre banche italiane tutte molto lontane). Le attività degli intermediari finanziari (bancari e non bancari) sono in Italia pari a 3,2 volte il PIL, un valore simile a quello della Spagna (2,9) ma largamente inferiore a quello di Francia (6,7) e Germania (4,5). Esistono quindi ampi spazi per accrescere e diversificare i ricavi, compito impegnativo per molte ragioni: molto è legato all’evoluzione della domanda; costruire una adeguata presenza richiede tempo e comporta un confronto competitivo spesso difficile, trattandosi di spazi comunque ben presidiati. Ma nello scenario futuro le opportunità migliori per le banche saranno probabilmente in gran parte al di fuori del perimetro della tipica intermediazione creditizia. 

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