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Rischio di mercato: banche tedesche e francesi in pole position

Antonio Forte
Antonio Forte

La crisi economica propagatasi a seguito delle misure restrittive adottate per contenere la diffusione della pandemia sta producendo preoccupazioni all’interno del sistema bancario. Soprattutto le Autorità di vigilanza paiono particolarmente attente a richiamare l’attenzione sulla probabile futura emersione di nuovi crediti problematici.

Questa eventualità potrebbe provocare effetti molto negativi sul sistema bancario perché, nonostante il grande impegno operato dalle banche per ridurre l’incidenza dei non performing loans nei bilanci, le attuali regole (come le nuove soglie di default, il calendar provisioning e gli accantonamenti con un’ottica prospettica), essendo eccessivamente pro cicliche, potrebbero provocare un nuovo credit crunch.

Gli sforzi fatti negli ultimi anni dalle banche potrebbero essere vanificati in poco tempo in mancanza di un intervento rapido per sterilizzare gli effetti negativi delle nuove regole sul rischio di credito. Al contrario, sull’altro rischio fondamentale legato all’operatività delle banche, soprattutto di quelle che operano in modo meno tradizionale, cioè il rischio di mercato, molto poco è stato fatto negli ultimi anni.

Nei mesi di febbraio e marzo l’iniziale propagarsi della pandemia ha provocato negative ripercussioni sui mercati finanziari, che, in alcune sedute, hanno registrato contrazioni anche superiori ai 10 punti percentuali con gli indici di volatilità che hanno raggiunto valori molto elevati. In questo contesto, anche i corsi azionari delle banche europee hanno mostrato variazioni di non poco momento. Nelle settimane di maggior flessione delle quotazioni azionarie è apparso in tutta la sua chiarezza quanto possa essere pericolosa per le banche un’eccessiva esposizione al rischio di mercato e quanto, a sua volta, sia critico il rischio di mercato quando è sostenuto da banche di rilevanza sistemica. 

Partendo da questa considerazione, appare importante osservare qualche dato sull’esposizione dei sistemi bancari e delle più grandi banche europee al rischio di mercato. Per costruire l’analisi, estratta da un capitolo dell’ultimo Rapporto Banche del CER, sono stati utilizzati dati pubblicati dalla Banca Centrale Europea-SSM (BCE-SSM) e dall’European Banking Authority (EBA). 

I DERIVATI

In primo luogo si analizza la situazione dei sistemi bancari nazionali per poi focalizzare l’attenzione sulle principali banche europee.

La prima elaborazione, presentata nel grafico 1, mostra il rapporto tra il valore dei derivati presenti in bilancio e il totale attivo, con dati aggiornati al primo trimestre 2020, quindi al momento dello scoppio della pandemia. Il valor medio del peso dei derivati sul totale attivo per le banche vigilate direttamente da BCE-SSM è pari all’8,9%.

Tre sistemi bancari si trovano oltre questo livello, posizionati ai primi tre posti di questa classifica: il sistema tedesco, con un peso dei derivati pari al 15,9% del totale attivo, quello francese (10,9%) e quello irlandese (10,5%). Per le banche italiane i derivati hanno un peso pari al 4% del totale attivo. A livello assoluto il valore massimo dei derivati è registrato dalle banche francesi con 915 miliardi, seguite dalle banche tedesche con 664 miliardi e spagnole con 189 miliardi. Le banche italiane detengono derivati per poco più di 100 miliardi di euro. 

IL LEVERAGE RATIO

Un secondo indicatore di rischio è il leverage ratio, calcolato come rapporto tra il tier 1 capital e la total exposure. Il grafico 2 mostra che il valore medio è pari al 5,2% e al di sotto di questa soglia si trovano il sistema bancario olandese (4,5%), quello tedesco (4,6%), francese (4,9%) e spagnolo (5,4%). Le banche italiane vigilate da BCE mostrano un valore pari al 5,7%. 

GLI ATTIVI DI LIVELLO 2 E 3

Infine, un ulteriore elemento che caratterizza la rischiosità di un sistema è legato alla quantità di attivi di livello 2 e 3 presenti in bilancio. Queste attività hanno un valore più opaco rispetto alle attività di livello 1, poiché non esiste un mercato di riferimento che ne determini il valore, ma sono le banche stesse ad iscriverli in bilancio desumendo il loro valore o con un confronto con titoli simili oppure attraverso calcoli matematici.

Il grafico 3 mostra il rapporto tra la somma di level2 e level3 asset e il CET1. Tale rapporto è pari al 601% per le banche tedesche vigilate direttamente dalla BCE, seguono le banche francesi (482%), spagnole (197%) e olandesi (165%). Anche in questo caso il sistema italiano mostra un valore molto più moderato degli altri sistemi, pari al 102%, e ben lontano dalla media di tutte le banche vigilate che è pari al 327%.

Grafico 1. Derivati in percentuale del totale attivo, banche vigilate da BCE, I trimestre 2020

Fonte: elaborazione su dati BCE-SSM.

Grafico 2. Leverage ratio (fully phased-in definition), banche vigilate da BCE

Fonte: elaborazione su dati BCE-SSM.

Grafico 3. Attività level2 e level3 in percentuale del CET1, banche vigilate da BCE

Fonte: elaborazione su dati BCE-SSM.

I BIG EUROPEI A CONFRONTO

Si passa adesso al confronto tra le maggiori banche europee. Un primo dato interessante è quello dei derivati iscritti in bilancio. Nel grafico 4 è rappresentato il valore dei derivati rapportato al Core tier 1. Il grafico è realizzato con i dati di fine 2019, utilizzando gli ultimi bilanci disponibili.

Dall’elaborazione emerge come Deutsche Bank, Barclays, RBS, Société Générale, Bnp Paribas e Danske Bank  abbiano un peso dei derivati sul Core tier 1 superiore alla media delle 24 banche esaminate. I derivati presenti nel bilancio di Deutsche Bank sono pari a oltre 7 volte il core tier 1 della banca, nel caso di Barclays e RBS si supera il 500%, nel caso di Société Générale e BNP Paribas si supera il 300%. Inoltre, sopra la soglia del 100% si posizionano anche Danske bank, HSBC, Commerzbank, Nordea, Standard Chartered e Credit Agricole.

Le due maggiori banche italiane si posizionano ben al di sotto della media: Intesa Sanpaolo è poco sotto la soglia del 100%, Unicredit mostra un rapporto tra derivati e core tier 1 del 73%, le altre banche italiane sono ancora più distanti dalla media. 

Un altro indicatore utilizzabile per comprendere la solidità effettiva di una banca, ma anche il legame tra bilancio bancario e mercati, è il rapporto tra le attività dal valore meno trasparente in bilancio (gli attivi di livello 2 e 3 sopra richiamati) e il patrimonio.

Questo indicatore è mostrato nel grafico 5 e anche in questo caso è mostrata la media di tutti gli istituti come valore di riferimento. In questo caso al primo posto troviamo Danske Bank, banca danese, ma tra le banche dell’area euro sono le banche tedesche e francesi ad occupare, anche in questa classifica, le posizioni di vertice.

Infatti, dopo il dato molto elevato di Danske Bank, attivi di tipo 2 e 3 pari al 1125% del Core tier 1, seguono Deutsche Bank (1120%), Barclays (1093%), Nordea (741%), Société Générale (736%), RBS (712%), Bnp Paribas (618%), Standard Chartered (519%) e Commerzbank (337%). Le banche italiane hanno valori molto inferiori: Unicredit ha un valore di attivi di livello 2 e 3 pari al 147% del Core tier 1, per Intesa Sanpaolo il valore è pari al 105%, per MPS 61% e per UBI solo il 19% (dati pre fusione Intesa-UBI).

Grafico 4. Derivati in percentuale del Core Tier 1, 2019

Fonte: elaborazione su dati EBA.

Grafico 5. Attività di livello 2 e 3 in percentuale del Core Tier 1, 2019

Fonte: elaborazione su dati EBA.

Anche altri indicatori, come, ad esempio, l’Srisk elaborato dal Volatility Laboratory (V-Lab) della New York University Leonard Stern, che misura l’ammontare di capitale richiesto dalle società quotate per far fronte ad uno scenario di stress sui mercati finanziari globali, confermano che il rischio di mercato è più presente nei bilanci di banche tedesche e francesi rispetto a quelle italiane.

L’analisi dei dati ha evidenziato come uno scenario instabile sui mercati finanziari potrebbe destabilizzare i sistemi bancari del Centro Nord Europa, in particolare le principali banche tedesche e francesi, con nocumento per la stabilità finanziaria dell’intera Area euro. Le Autorità di vigilanza devono ancora percorrere molta strada per riuscire a contenere il rischio di mercato presente nei bilanci di alcuni istituti sistemici europei. Sarebbe opportuno un cambio di passo immediato in questa direzione, come fatto sul rischio di credito dopo la Grande Recessione.