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CONSOB / LA RELAZIONE DI PAOLO SAVONA

Regolare l'Infosfera per rendere sicuri i mercati

Paola Pilati

A Paolo Savona i panni del presidente della Consob stanno stretti. Almeno i panni che vengono per tradizione indossati in occasione della relazione annuale della Commissione che vigila su società e Borsa, in cui si fa un bilancio dell’attività, e si mettono in vetrina le richieste per farla funzionare meglio. 

D’altra parte il professore ed ex ministro per gli Affari Europei del primo governo Conte (ma avrebbe voluto l’Economia), 84 anni, ha indicato la cifra della sua presidenza da subito, già nel giugno 2019. Cassato il Consob day voluto dal presidente “di maggio” Mario Nava, e ripristinata la parola “incontro” con il mercato, ha preferito uno one man show solenne (cravatta rosa shocking a parte, la stessa di quest’anno) e via i seminari monotematici su cui Nava aveva impegnato i singoli commissari, né versione in inglese. Infine, basta trasferta a Milano, a palazzo Mezzanotte, Savona parla a Roma. La ragione c’è: deposte le care tematiche euroscettiche che lo avevano connotato come il dottor Stranamore del governo, all’esordio si occupa più di debito pubblico e di ricette per le istituzioni (tra cui l’emissione di un safe asset europeo) che di questioni di società quotate e Borsa, di disciplina del mercato e di governance societaria.

Anche in questo secondo appuntamento del suo mandato, quest’anno via internet, la forma è sostanza. Savona non parla alla platea virtuale degli habitués – industriali, finanzieri, autorità, politici, tutti nostrani – ma parla urbi et orbi, agli interlocutori internazionali, alla Infosfera (cioè il mondo dei nuovi protocolli informatici che permettono scambi finanziari interamente telematici), agli Stati, come fosse lo speaker di un Ted Talk.

E lo fa con una serie di riferimenti che hanno l’effetto di dilatare via via lo sguardo oltre la Consob, e oltre i temi a cui siamo abituati a collegarla. Savona si riconosce nella visione di Roosevelt e nel solco di Bretton Woods quando chiede una nuova architettura istituzionale globale (“La situazione è tale da richiedere di definire in tempi stretti una nuova architettura istituzionale per il buon funzionamento dei mercati monetari e finanziari e l’esercizio dei controlli pubblici indispensabili nel nuovo contesto operativo globale”). 

Si muove sul terreno della geopolitica, la quale ormai si gioca sulla ricerca di nuovi protocolli informatici “senza frontiera”, cioè innovazioni capaci “di gestire mole crescenti di dati che permettono … la realizzazione di un’ampia gamma di scambi monetari e finanziari su basi interamente telematiche”. Una corsa, questa, che vede antagonisti gli Usa e la Cina, ma anche singoli operatori privati, e i cui esiti possono essere destabilizzanti (“minoranze di operatori e di paesi più intraprendenti si sono mossi in questi spazi telematici, aprendo una competizione geopolitica che mette a serio rischio la cooperazione internazionale, mina il processo di pace, faticosamente difeso, e di globalizzazione economica, che ha portato libertà e benessere”). 

Predice, infine, l’armageddon se non si prenderanno contromisure (“In assenza di una nuova architettura, nel mercato mondiale del risparmio la distribuzione dei flussi e delle consistenze risulterà inevitabilmente alterato, ancor più di quanto già non facciano i paradisi fiscali, i differenti trattamenti tributari e gli altri ostacoli all’integrazione dei mercati finanziari nazionali, come il dumping regolamentare in ambito societario”). 

Non è una novità, poi, che Savona abbia il pallino per le tecnologie più avanzate. Quello che lo fa indispettire è che se ne parli tanto ma si faccia assai poco (“Abbondano analisi, proposte e anche iniziative di riforma di questi mercati a livello interno e internazionale, ma l’orientamento prevalente è verso la conservazione delle vecchie architetture… Per la moneta e la finanza si tenta ancora di incorporare l’Infotech nelle normative esistenti e non trasporre queste nel nuovo contesto di riferimento tecnologico e geopolitico”). 

Fortuna che a questo ci pensa lui, che ha messo alla stanga gli uffici Consob sulle criptovalute (“Va stabilito con urgenza quale sia la moneta che attribuisce valore legale ai diritti di credito, proprietà di cui non godono le altre monete previste da accordi negoziali”). E ha messo in cantiere una Scuola per le applicazioni Fintech elettroniche: sarà solo un caso che quest’anno anche la Banca d’Italia abbia annunciato di voler fare qualcosa di simile, o è il segnale di voler ripristinare competenze e confini da parte di via Nazionale?

Infine, come un trasformista alla Brachetti, Savona veste panni davvero poco abituali per un presidente della Consob. Perché si spinge a lanciare due proposte che potrebbero appartenere più al titolare politico del Mef che al presidente di una authority. O che sarebbero state adatte per qualche comitato di saggi indipendenti.

La prima proposta fa atterrare all’interno dell’istituzione che tutela il risparmio un’idea che finora ha viaggiato negli editoriali dei giornali (vedi:https://fchub.it/bond-patriottico/). Consiste nel chiedere ai cittadini di sottoscrivere l’emissione di titoli perpetui con un tasso di interesse massimo al 2 per cento (tasso di inflazione limite a medio termine per la Bce), non tassato. Una sottoscrizione volontaria, naturalmente, ma con un’implicazione: “Se i cittadini italiani non sottoscrivessero questi titoli, – avverte Savona – concorrerebbero a determinare decisioni che, ignorando gli effetti di lungo periodo di un maggiore indebitamento pubblico, creerebbero le condizioni per una maggiore imposizione fiscale”. Un gesto patriottico, dunque, ma a cui i risparmiatori potrebbero essere indotti per scongiurare guai peggiori.

La seconda proposta è quella di ricapitalizzare le Pmi italiane, prima di tutto quelle export oriented, con la garanzia dello Stato (“Lo Stato spenderebbe certamente meno di quanto non faccia erogando sussidi a fondo perduto, compresi quelli destinati a imprese che non hanno possibilità di sopravvivenza; responsabilizzerebbe inoltre gli imprenditori a ben usare il risparmio ottenuto, limitando l’azzardo morale”).

Il risultato? Ecco fatto il conto: “Lo Stato potrebbe agevolare la formazione di loro capitale proprio da parte di investitori, anche non istituzionali, per favorire l’azionariato popolare come richiesto dalla Costituzione, garantendo un ammontare medio unitario di 1 milione di euro; una volta raggiunto l’obiettivo, l’onere oscillerebbe da un minimo di 11 miliardi di euro a un massimo di 22, che si immetterebbero immediatamente nel circuito produttivo, con effetti positivi sulla leva finanziaria”. 

Accoglienza? Qui reazioni zero, da chi conta, sulle proposte. E neanche una riga sul Financial Times. Si attendono reazioni dall’Infosfera.