new
Osservatorio Banche
Rapporto sulla Stabilità finanziaria: conferme e incertezze

La fotografia del nostro sistema bancario offerta dal recente RSF della Banca d'Italia è rassicurante. Sarà questa solidità sufficiente a fronteggiare i numerosi e non quantificabili rischi che si intravedono nell’attuale scenario?

Silvano Carletti
Carletti

La stampa economica continua a concentrare l’attenzione sulle operazioni di aggregazione bancaria, in particolare sulla più importante tra quelle arrivate in porto (MPS – Mediobanca) e su UniCredit – Commerzbank, l’unica di carattere cross border, il cui esito è complessivamente incerto.

Breve aggiornamento su quest’ultima operazione: nel corso di aprile UniCredit risulta aver incrementato al 35,55% la sua partecipazione potenziale (cioè comprensiva dei derivati con altri intermediari finanziari) nel capitale di Commerzbank; il 5 maggio è effettivamente partita l’OPS sul gruppo tedesco che rimarrà aperta fino al 16 giugno prossimo. La proposta di scambio viene generalmente giudicata poco attraente.

Nell’insieme, gli articoli dedicati a queste operazioni sono piuttosto deludenti, soprattutto per lo scarso interesse ad immaginare che cosa possa accadere al di là dei mutamenti negli assetti azionari.

Questa fase di aggregazioni sembra prossima alla conclusione. Ha avuto il merito di scuotere il sistema. Una delle indicazioni chiare che ha fornito è che l’autorità bancaria europea è attualmente l’unica (o quasi) un po’ interessata a contenere l’esuberanza della finanza e a stemperare le spinte nazionali. Sicuramente l’impegno della Bce è stato meno ampio di quanto desiderabile e con tempi sempre diluiti, ma nei fatti è avvenuto senza il sostegno di altre sponde istituzionali.

Se si è interessati allo stato di salute del circuito bancario nazionale il riferimento è il recente Rapporto sulla Stabilità Finanziaria (RSF). La fotografia che viene offerta da questo documento è, tuttavia, un po’ sfocata perché vengono proposti prevalentemente dati medi, con poche indicazioni sul campo di variazione dei valori. In un contesto in grande evoluzione come l’attuale è fisiologico che emergano situazioni di fragilità ed è quindi importante avere informazioni sulla parte debole della distribuzione.

Due sono in questo momento le istituzioni di dimensione non trascurabile in seria difficoltà. La prima è BFF Bank, operatore di rilievo nello smobilizzo dei crediti (factoring) verso la Pubblica Amministrazione, cui la Banca d’Italia ha imposto il temporaneo inserimento nel CdA di due suoi rappresentanti. A rendere incerto il futuro di BFF Bank è stata l’individuazione di ulteriori crediti deteriorati per 1,3 mld, evento che ha determinato un crollo della quotazione (- 80% negli ultimi sei mesi).

Il secondo caso è quello di Banca Progetto (in amministrazione straordinaria e sotto la lente della Procura di Milano) la cui vicenda è stata recentemente illustrata in un’audizione in Parlamento (Siani, 23 aprile 2026). Del salvataggio di questo istituto si sta occupando il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) affiancato dai 5 principali gruppi bancari italiani. Si sta tentando un “intervento preventivo” e cioè procedere ad una ricapitalizzazione e a prestazione di garanzie per scongiurare il dissesto della banca, eventualità che costringerebbe il FITD a rimborsi stimati in 6-7 mld.

Il messaggio che la nostra Banca Centrale intende veicolare con il recente RSF è in sintesi il seguente: l’aggravarsi del quadro geopolitico e l’aumento dell’incertezza possono esporre le banche a nuovi rischi; ma il sistema bancario affronta queste tensioni da una posizione complessivamente solida per gli alti livelli di patrimonializzazione e redditività. Molti dei dati messi a disposizione dalla Banca d’Italia confermano questa conclusione, ma è indubbio che chi ha l’incarico di vigilare sul funzionamento del circuito bancario-finanziario nazionale tende sempre ad avere toni rassicuranti.

Il rischio di credito per l’intero portafoglio misurato dal flusso dei nuovi prestiti deteriorati in rapporto alla consistenza dei prestiti in bonis è risultato a fine 2025 pari a 1,2%, valore sintesi di un dato da anni stabilmente modesto dal lato dei prestiti alle famiglie (0,6% quello più recente) e un valore più significativo (2,2%) per i finanziamenti alle imprese. La proiezione di questo ultimo valore risulta complessivamente rassicurante: a 2,3-2,5% nel prossimo biennio, moderatamente più alti se prevalesse lo scenario economico più avverso (2,4–2,7%), valori comunque non drammatici ma non più visti da 5-6 anni.

A proposito dei finanziamenti alle imprese, il rapporto mette a disposizione alcune opportune precisazioni. La prima riguarda i prestiti assistiti da garanzia pubblica, il cui tasso di deterioramento continua ad essere relativamente alto (al 3,6%). Questa tipologia di contratti, che ha un rilievo significativo nel portafoglio prestiti alle imprese (22% del totale), è in fase di graduale contrazione perché da alcuni anni le leggi di bilancio hanno ridotto l’ammontare massimo delle garanzie a sostegno del credito alle piccole e medie imprese (220 mld a fine 2021, 140 mld per il 2026, 20 mld in meno dell’anno precedente). Una seconda interessante informazione è quella che quantifica l’esposizione verso i settori più colpiti dai rincari energetici: 20% circa dei prestiti alle società non finanziarie, quota più elevata rispetto a Francia e Germania (intorno al 15%) ma inferiore a quanto riscontrabile in Spagna (circa 40%).

Rassicuranti le indicazioni sulla salute delle imprese in media caratterizzate da elevate riserve di liquidità e contenuto indebitamento. Nel 2025 il rapporto tra liquidità e passività si è mantenuto superiore al 10%, quindi al di sopra della media dell’area dell’euro (al 7% circa). Sono cresciuti i depositi delle imprese, trainati da quelli delle aziende di maggiore dimensione.

Il modello della Banca d’Italia segnala che la quota di debito attribuibile alle imprese vulnerabili (definite come le aziende con MOL negativo o con un rapporto tra oneri finanziari e MOL superiore al 50%) salirebbe nello scenario avverso fino al 40% rispetto al 35% attuale, con peggioramenti più cospicui per le imprese minori e quelle operanti nel comparto dei servizi.

La raccolta bancaria si presenta complessivamente distesa e con un costo marginale posizionato appena sopra all’1% per effetto del rendimento quasi nullo (0,27% a febbraio 2026) riconosciuto sui depositi a vista, la componente di gran lunga prevalente (nb: il costo marginale della raccolta è la media ponderata del costo delle varie fonti di provvista).

Il processo di normalizzazione della politica monetaria procede come previsto. La liquidità detenuta dalle banche presso l’Eurosistema in eccesso rispetto all’obbligo di riserva si è ridimensionata, pur rimanendo elevata: a circa 2.400 mld, 400 in meno dell’anno precedente. Nello specifico italiano queste disponibilità sono scese a 76 mld (88 nello scorso novembre; superavano quota 400 mld a cavallo tra 2021 e 2022).

Nell’insieme il profilo di liquidità delle banche italiane si conferma equilibrato su tutte le scadenze, con oltre il 90% degli intermediari che dispongono di ampi margini al di sopra dei minimi regolamentari.

La posizione patrimoniale si mantiene solida. A fine 2025 il CET1 ratio delle banche italiane era pari al 15,7% (15,9% per le banche significative). La contenuta riduzione (30 punti base) rispetto a giugno 2025 è in parte conseguenza di un aumento delle RWA (Risk-Weighted Assets, il denominatore), in parte riflesso sul capitale (numeratore) delle operazioni di concentrazione (maggiori deduzioni a fronte degli avviamenti).

La redditività resta elevata, con un RoE medio nel 2025 al 13,8% anche per effetto di fattori una tantum. Si tratta del terzo anno consecutivo in doppia cifra, una striscia che potrebbe proseguire con contenute variazioni in questo biennio. Il rapporto medio tra valore di mercato e valore contabile (price-to-book ratio) delle banche italiane quotate è nettamente superiore a quello dei principali intermediari dell’area e lo stesso si può dire per il RoE atteso a 1 anno. 

Tentativo di conclusione. Forza e debolezza di un sistema sono qualificazioni che dipendono (ovviamente) anche dal contesto esterno. In un passato non lontano (orientativamente nella decade successiva alla crisi finanziaria del 2008), ad alimentare l’incertezza erano soprattutto i molti problemi strutturali interni non affrontati dal sistema bancario italiano con la dovuta energia. Nella fase attuale gli indicatori segnalano una condizione di relativa salute del circuito bancario nazionale ma è difficile stabilire se la solidità oggi accertata sarà sufficiente a fronteggiare i significativi rischi che potrebbero materializzarsi nel prossimo futuro. Considerazione, questa, che (con le opportune precisazioni) vale per gran parte delle realtà europee.

Condividi questo articolo