new
RAPPORTO ISTAT
Quanto è competitivo il made in Italy?

Lo stato di salute del sistema produttivo nel Rapporto sulla competitività. Che racconta come è uscito dalla pandemia, come ha navigato con l'inflazione, come è sopravvissuto alla recessione tedesca. E che incorona otto filiere, dinamiche e internazionalizzate

Paola Pilati

Se la riconquista della competitività è il tema dominante oggi in Europa, tanto da affidare a Mario Draghi un rapporto per suggerirne la ricetta, non lo è da meno in Italia, da sempre zavorrata dalla scarsa produttività del suo sistema industriale, dalla grande dipendenza dall’export, dai ritardi negli investimenti in nuove tecnologie, dal dominio della piccola impresa.

Con una struttura produttiva che, per crescere, non può contare solo sui grandi investimenti europei della doppia transizione – ambientale ed energetica – destinati soprattutto all’impresa di grandi dimensioni, su quali terreni si può muovere la politica industriale, in Italia, con quali strumenti, con quali incentivi può agire per stimolare una crescita della produttività?

Alcune risposte si possono trovare nel 12mo Rapporto sulla Competitività dei settori produttivi, appena presentato dall’Istat.

L’Istituto di statistica non suggerisce soluzioni, ma descrive come il paese ha reagito agli shock recenti a cui è stato sottoposto: quella della pandemia prima, quello della crescita dell’inflazione poi, infine quello della recessione del suo più importante cliente, la Germania.

Che il 2023 sia stato un anno di frenata è noto: più 0,4% il Pil nell’area euro. È andata meglio per noi con un più 0,9% (contro il più 4% del 2022) e con l’aumento dell’occupazione dell’1,8%. Ma il nostro grande driver di crescita, l’import-export, non ha aiutato, con valori delle esportazioni gonfiati solo dall’inflazione ma ridotti in volume, e con la contrazione degli ordini dalla Germania, che da sola ci ha tolto due decimi di Pil. Quello che l’Istat sembra suggerire è che sul fronte tedesco poteva andare peggio: la dipendenza dall’input delle imprese tedesche è cresciuta fino al 1995, ma poi è andata via via rallentando, e questo alla lunga non è un male.

Fortissimo invece resta, negli scambi, il peso delle multinazionali: da loro dipende il 76% dell’export (il 41,3 la quota di quelle a controllo italiano), e oltre l’80% dell’import (il 35,4% quelle a controllo italiano). Che cosa vuol dire? Che abbiamo un modello di specializzazione produttiva molto accentuato, che non è cambiato di un millimetro negli ultimi vent’anni, caratteristica che condividiamo con i tedeschi.

L’inflazione ha avuto un doppio effetto sul sistema. Da un lato ha favorito l’aumento dei margini di profitto per le imprese (più 1,2% in media, ma se ne sono avvantaggiati più nei servizi l’industria), dall’altro mostra ancora un pericoloso surriscaldamento: il peso significativo che nel paniere hanno i beni che non sono ritornati ai livelli di prezzo pre-shock, indica che il fenomeno è duro a morire. E che, di conseguenza, la stretta monetaria non potrà allentarsi tanto in fretta.

Visti più da vicino, quale performance sono stati in grado di realizzare nel 2023 i nostri settori industriali? Nell’industria il fatturato è sceso dell’1%, nel terziario invece è aumentato del 3,2%, segno di una migliore competitività. In entrambi i comparti tira però aria di pessimismo per il 2024, sia per le difficoltà di accesso al credito che per la debolezza della domande interna.

Per l’industria, con quel meno 1%, sarebbe encefalogramma piatto se non ci fosse, per fortuna, l’“indicatore sintetico di competitività” che incorona per i loro valori superiori alla media, alcuni dei 23 settori della manifattura: coke e raffinazione, farmaceutica, macchinari, autoveicoli, altri mezzi di trasporto, alimentari, metallurgia e apparecchiature elettriche.

L’Istat confeziona anche un “indicatore di dinamismo strategico”, che registra i comportamenti delle imprese e le loro trasformazioni, e che rivela qualcosa di più rispetto a quello che si muove sotto la crosta dei dati di sintesi.

Intanto, è conclamato il processo di aumento dimensionale delle imprese. Il piccolo può essere bello, ma più esposto agli eventi avversi, occorre crescere. Ed è chiaro anche un altro fenomeno: quello della polarizzazione tra imprese pronte a innovare, a investire in tecnologia e formazione del personale, definito come un indice di “dinamismo strategico”, e quelle – purtroppo più numerose – che si limitano a vivacchiare.

Tra le imprese con almeno 10 addetti (circa un milione), il 60% era nel 2022 a dinamismo basso, aveva meno di un terzo degli addetti e meno del 25% del valore aggiunto; il 22% per cento delle imprese, invece, il drappello di testa del dinamismo strategico, generava il 50% del valore aggiunto e il 44% dei posti di lavoro totali.

Qual è stato poi l’effetto degli shock di cui si diceva all’inizio sui bilanci delle imprese, sulla loro sostenibilità economico finanziaria? Dal 2011 al 2022 le imprese “in salute” (o appena “fragili”) erano via via cresciute rispetto a quelle “a rischio” o “fortemente a rischio”, con un rafforzamento sorprendente nel Mezzogiorno, anche grazie alle misure governative di sostegno messe in campo durante la fase della pandemia.

Ora, a stoppare il processo verso lo stato di salute rischia di essere l’aumento dei tassi di interesse. Un rischio molto serio, visto che, con un esercizio di simulazione, l’Istat stima che per questo motivo il 24,7% delle imprese in salute o fragili potrebbero passare nelle categorie più vulnerabili e scendere sotto la linea di galleggiamento. La politica monetaria viene dunque anche nel Rapporto messa di fronte al dilemma-tormentone se muoversi troppo tardi e condannare una quota di imprese fragili a morte certa o muoversi troppo presto, senza aver domato l’inflazione.

Con un ulteriore affinamento sulle articolazioni del sistema imprese, il Rapporto affronta il tema delle filiere. A ogni impresa è stato chiesto di collocarsi in una delle 28 filiere del sistema Italia, per misurarne il peso. Il risultato è che la filiera più grande è quella agro-alimentare. Ma l’obiettivo dell’esercizio non è tanto quello di una graduatoria dimensionale, quanto di una graduatori in base alla sua “rilevanza sistemica”, intendendo questo come una combinazione di fatturato e capacità relazionale, cioè di saper “attivare” il proprio settore e contribuire a quello degli altri. Quale delle 28 è in grado di farlo meglio?

Le filiere a maggiore rilevanza sistemica, dunque con la maggiore capacità di incidere sulle dinamiche complessive del sistema, sono 8: agro-alimentare, mezzi di trasporto su gomma, energia, edilizia, abbigliamento, macchine utensili, farmaceutica e sanità. Insieme generano il 56,4% di valore aggiunto e il 52,3 di occupazione. Tutte hanno una forte internazionalizzazione e sono, alla fine dei conti, quelle che trainano l’intera baracca-paese.

Il sistema Italia, in conclusione, non è mal posizionato quanto a competitività. Negli ultimi anni ha notevolmente migliorato la sua performance, è cresciuta la partecipazione alle grandi catene del valore, ha aumentato la sua resistenza agli shock. Manca però ancora di dinamismo nel far evolvere la propria partecipazione agli scambi. E ancora non ha, e potrebbe fare la differenza, la percezione di quanto conti la trasformazione digitale. La pandemia ha spinto molte imprese a ripensare i processi in questa chiave, ma c’è ancora molto cammino da fare in termini di investimenti sia di infrastrutture che di applicazioni.

Per un governo che volesse fare politica industriale, l’ispirazione offerta da questo Rapporto non manca.