Feb 2019
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M5S e referendum su Salvini

Quando la democrazia diretta usa la “spinta gentile”

Leonardo Morlino

Perché il M5S ha voluto tenere un referendum interno sulla concessione dell’autorizzazione a procedere per Salvini? Perché Di Maio e il gruppo dirigente era diviso, e dunque ha voluto così scaricare l’eventuale responsabilità sugli iscritti? Per creare un’occasione di democrazia diretta, tanto cara a Casaleggio? O per quale altro motivo?

La realtà è spesso più complessa di quello che appare. In questo caso ci troviamo di fronte a uno dei tanti esempi concreti in cui si vedono due tensioni che si intrecciano: una tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa e una tra partito di protesta e partito di governo. 

Innanzi tutto, il M5S, non solo per bocca di Casaleggio ma degli altri leader e iscritti, pone in primo piano la democrazia diretta. Ma, a differenza della democrazia rappresentativa, quella diretta non ha bisogno di partiti. Tutt’al più, dati i numeri e la necessità di giungere ad opinioni maggioritarie, ci può essere un leader che svolge questa funzione – prima Grillo, ora apparentemente Di Maio – coadiuvato da un attore intermedio, che non si riconosce neanche come partito. 

A differenza di quanto dovrebbe avvenire in una democrazia rappresentativa, tale attore non deve – appunto – rappresentare, esprimere opinioni, proporre soluzioni. Deve solo riflettere e registrare la volontà del popolo, indistinto. In una democrazia diretta, per ogni decisione minimamente importante bisogna accertare come la pensa il popolo. Fortunatamente la nuova tecnologia digitale, per quanto imperfetta, permette questa registrazione. Dunque, niente di strano che si creino occasioni, possibilmente continue, di espressione diretta della volontà popolare. 

Il problema è che questo stralcio di democrazia diretta convive in un contesto di democrazia rappresentativa. Quindi il senso ne viene trasformato, se quella volontà diretta si inserisce nei circuiti decisionali rappresentativi che possono implicare altri ruoli e interventi di altri organi rappresentativi (in questo caso, della competente commissione senatoriale e del Senato). La primazia della democrazia diretta sulla rappresentativa è qui espressa in un paradosso: alla fine decide un’élite molto ristretta (lo 0,4 dei votanti del M5S) casualmente formata, anche per le difficoltà e le incertezze del voto online. 

Se vediamo il referendum da un’altra prospettiva (partito di protesta/partito di governo) ci rendiamo conto di un altro aspetto. Ovvero un partito di protesta può essere specchio neutrale. Nasce per esprimere insoddisfazione e voglia di cambiamento. Non deve avere posizioni proprie distinte. Ha le posizioni fluide, mutanti, che derivano dall’indignazione. Se, però, diventa partito di governo deve, attraverso i propri leader, prendere decisioni. Ma si prendono decisioni se si hanno posizioni, suggerite da preferenze di valore o altro. Altrimenti è solo la paralisi. Siamo ora all’interno della democrazia rappresentativa che richiede politiche per risolvere problemi e, dunque, posizioni. 

L’unica è rompere il corto circuito che così si crea, e tornare alla democrazia diretta. Al tempo stesso, però, ci sono impegni politici, alleanze, potenziali conseguenze negative nel ritorno al popolo. Dunque, occorre la ‘spinta gentile’: far capire al potenziale votante online che cosa è più conveniente fare, nell’interesse ‘superiore’ del Movimento. E il popolo con qualche mal di pancia seguirà. Come la ricerca empirica mostra con dovizia di dati, lo ha sempre fatto: i leader possono sostanzialmente manipolare i fedeli, il popolo.

Come dice Thomas Mann, e come ricorda Primo Levi citandolo su temi molto più seri di questi, “l’uomo è una creatura confusa”, soprattutto in fasi di ambiguità e di incertezza come quelli che stiamo vivendo. 

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