new
Il Principe

di Leonardo Morlino

Qualche riflessione dopo le elezioni americane

Le ultime tornate elettorali, prima in Italia ora negli Usa, mettono in evidenza il fenomeno della polarizzazione degli elettorati. Che cosa rivela nei diversi contesti, e come potrebbe essere affrontata?

Leonardo Morlino
Leonardo Morlino

Le elezioni americane hanno prodotto risultati, non scontati, e alla fine è rimasta ancora aperta la partita della candidatura di Trump alle prossime presidenziali pur consegnando la Camera dei Rappresentanti ai Repubblicani, mentre la maggioranza al Senato è stata conquistata dai Democratici. Proprio queste elezioni, con una campagna elettorale assai conflittuale e con i suoi candidati radicali, mantengono al centro del dibattito il tema della polarizzazione. Che significa? Che effetti ha su una democrazia? Che cosa si può fare per spingere verso la depolarizzazione?

In politica, polarizzazione in senso stretto significa che sia il voto che le opinioni e le politiche tendono ad aggregarsi intorno a poli, di destra di sinistra o anche di centro. Ovviamente il processo di polarizzazione si può spingere fino alla bipolarizzazione cioè all’aggregazione di voto, opinioni o anche politiche su due poli solamente. La polarizzazione può essere un effetto di regole maggioritarie, elettorali o anche costituzionali. Ad esempio, un sistema elettorale quale quello inglese o americano caratterizzato dall’assegnazione del seggio al candidato che prende il maggior numero di voti porta necessariamente alla bipolarizzazione per effetto della competizione stessa: uno solo prenderà il seggio e, dunque, vi è una tendenza ‘naturale’ a competere aggregando i voti al massimo possibile cioè su due poli che cercano di superarsi l’un l’altro. In questa ipotesi le posizioni dei candidati, di solito, si moderano perché si punta a un elettorato centrista che ci si aspetta sia maggioritario. 

La polarizzazione può essere, però, anche il risultato di una crescita del conflitto tra leader e partiti che diventa sempre più aspro e profondo tra i due contendenti e i rispettivi elettorati. In questo caso, ancora in presenza di regole elettorali maggioritarie, magari accompagnate da soluzioni presidenzialiste, la polarizzazione non solo diventa sempre una bipolarizzazione, ma si caratterizza anche per essere radicalizzata. Se anche l’elettorato è radicalizzato, i centristi moderati diventano  minoritari, e il candidato radicale può vincere smentendo la dinamica di moderazione sopra accennata. Per la prima volta nelle elezioni degli ultimi decenni questo è avvenuto nel 2016 con la elezione di Trump e la sconfitta della moderata Hillary Clinton. 

Se, invece, non vi sono regole maggioritarie come quelle indicate, la polarizzazione può essere anche caratterizzata da radicalizzazione, ovvero esiste una progressiva e forte distanza tra voti, posizioni e politiche sia delle élite partitiche che dei votanti. Non si giunge però a una bipolarizzazione. Si avrà invece una polarizzazione su più poli ovvero una frammentazione tra i diversi partiti. Per fare un esempio familiare, la sinistra nelle elezioni del 25 settembre si è ampiamente frammentata con il Partito Democratico distante dal Movimento Cinque Stelle e distante sia dalla sinistra più moderata che anche quella estrema. È appena il caso di ricordare che, in un contesto radicalizzato, chi propone una ‘strategia del campo largo’ è inevitabilmente destinato a fallire in quanto anche l’elettorato non lo segue.

Una democrazia polarizzata si può depolarizzare? Se il fenomeno è solo effetto di regole elettorali e costituzionali e non è caratterizzato da radicalizzazione, allora il problema non si pone neanche. La domanda è particolarmente rilevante quando la polarizzazione è caratterizzata da una profonda radicalizzazione, come avviene oggi negli Stati Uniti e in numerose democrazie europee.

Ma perché la polarizzazione (radicalizzata) ci interessa e deve essere considerata negativamente? Perché accresce l’insoddisfazione dei cittadini e, quando una sola parte è al governo per un lungo tempo, sfocia in una delegittimazione della democrazia, cioè pone le basi per la sua crisi. Oppure quando questo non avviene e si ha un ‘braccio di ferro’ protratto negli anni, come nel caso italiano fino a queste elezioni, il risultato è l’instabilità governativa e uno stallo decisionale che porta alle stesse conseguenze appena dette, governi tecnici a parte. 

Ma la depolarizzazione è possibile?

Sì, è possibile se la radicalizzazione non è caratterizzata da uno scontro di identità, come sembra essere oggi il caso Usa, ma si riesce a spostare il conflitto sulle politiche ovvero sulle ‘cose da fare’. Dal punto di vista dei leader partitici è più facile fare appello alle identità – democratica o repubblicana, di destra o di sinistra – ma dal punto di vista dei cittadini sarebbe meglio che il conflitto avesse al centro le politiche e che si creassero speranze, prospettive, un futuro migliore per i cittadini. Come si vede, quindi, la depolarizzazione è possibile e, con tutti i limiti posti da situazioni drammatiche (una pandemia, una guerra alle porte di casa), la partita andrebbe giocata da leader responsabili. Oggi, che è tempo di ‘vacche magre’, più di ieri, quando prevalevano le ‘vacche grasse’.