approfondimenti/politica economica
Uguaglianza sostenibile

Proposte per una giustizia sociale

Patrizia Luongo e Fabrizio Barca

Le nostre società sono state investite da molteplici cambiamenti negli ultimi decenni: cambiamento tecnologico, globalizzazione, migrazioni; fenomeni spesso indicati tra le cause dell’accresciuto livello delle disuguaglianze. 

In realtà, a livello globale, nell’ultimo trentennio le disuguaglianze di reddito sono diminuite*, seppure con la perseveranza di grandissime aree di povertà. Tuttavia, nei paesi occidentali si è interrotta la riduzione delle disuguaglianze avviatasi nel secondo dopoguerra link. 

La disuguaglianza di reddito è tornata ai valori registrati alla fine degli anni ’70 in molti paesi europei; il 17% della crescita di reddito avvenuta tra il 1980 e il 2017 è andata all’1% più ricco mentre al 50% più povero è andato solo il 15% della crescita di reddito complessiva link. 

La percentuale di individui a rischio povertà ha smesso di ridursi ed è costante la quota dei minori a rischio povertà, il 20% circa. È molto elevato anche il livello di insicurezza finanziaria. Circa un europeo su 3 (il 34%) vive in condizioni di insicurezza economica, non essendo in grado di affrontare spese impreviste, l8% non riesce a mantenere la spesa sufficientemente calda e il 4% vive in condizioni di severa deprivazione abitativa. 

Il divario di genere è ancora straordinariamente elevato e alte sono anche le disuguaglianze nell’accesso a servizi pubblici di qualità e nel riconoscimento dei propri valori. Le disuguaglianze sono fortemente concentrate sul piano territoriale e i divari stanno crescendo. 

Questa inversione nel calo della disuguaglianza ha generato sentimenti di risentimento e rabbia in vaste fasce della popolazione che, in assenza di un riferimento politico e culturale che apra uno scenario di emancipazione, si sono trasformati in “dinamica autoritaria” (https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/wikiforum/#dinamica-autoritaria). Un’analisi condotta su oltre 60mila distretti elettorali mostra, ad esempio, una forte relazione fra voto anti-europeo e declino economico di medio lungo-termine.

Questo stato di cose non è il risultato di un processo ineluttabile e fuori dal nostro controllo ma, come sostiene Atkinson**, il risultato di un una inversione a U delle politiche pubbliche, della perdita del potere negoziale del lavoro e di un cambiamento nel “senso comune”. 

È indispensabile invertire rotta con politiche pubbliche radicali che mirino a ridurre la disuguaglianza e ad accrescere la giustizia sociale, riequilibrando poteri e modificando i meccanismi di formazione della ricchezza: cambiamento tecnologico, rapporto lavoratori-imprenditori, passaggio generazionale. 

A questo mirano le “15 proposte per la Giustizia Sociale” del Forum Disuguaglianze Diversità (ForumDD) (https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/proposte-per-la-giustizia-sociale/) e le oltre 100 proposte avanzate dalla Commissione Indipendente sulla Giustizia Sostenibile nel Rapporto “Uguaglianza Sostenibile” (https://www.progressivesociety.eu/sites/default/files/2018-11/S%26D_ProgressiveSociety-BROCHURE_A4ShortVersions_IT_03.pdf).

Le 15 proposte del ForumDD mirano ad accrescere la giustizia sociale agendo su tre canali di formazione della ricchezza: il cambiamento tecnologico, i rapporti di forza nel mercato del lavoro e il passaggio intergenerazionale della ricchezza. 

Si tratta prevalentemente di politiche disegnate per l’Italia ma alcune di esse hanno scala internazionale (Proposta 1 “La conoscenza come bene pubblico globale: modificare gli accordi internazionali e intanto farmaci più accessibili”) o Europea (Proposta 2 “Il modello Ginevra per un’Europa più giusta”).  

La natura globale del cambiamento tecnologico, infatti, impone un forte impegno su scala extra-nazionale. L’internazionalizzazione è anche necessaria per scongiurare la deriva di soluzioni nazionali che mirino a recuperare giustizia sociale a scapito dei ceti deboli di altri paesi, con spirali ingiuste e pericolose. 

L’Unione Europea è l’ambito entro cui muoversi per raggiungere la massa critica necessaria per poter pesare politicamente a livello internazionale e per incidere su alcune grandi scelte tecnologiche. Anche per le proposte di respiro nazionale o locale una “Nuova Europa” potrebbe costituire un forte punto d’appoggio. L’Europa offre inoltre l’opportunità di costruire alleanze di movimento e politiche che abbiano la possibilità di contare. 

Le oltre 100 proposte del Rapporto Uguaglianza Sostenibile si possono raggruppare in cinque gruppi. Il primo mira a dare potere alle persone e comprende proposte volte a ridare potere negoziale al lavoro e ad accrescere gli spazi d’azione e il ruolo delle organizzazioni di cittadinanza attiva. 

Il secondo ha come obiettivo quello di dare una forma diversa al capitalismo, con proposte che vanno dalla promozione di forme di impresa con obiettivi diversi dalla massimizzazione del profitto a misure per bloccare l’elusione fiscale delle imprese. 

Il terzo gruppo affronta il tema della giustizia sociale e comprende proposte come una strategia contro la povertà o misure per l’innalzamento dei salari minimi. Il quarto gruppo di proposte guarda al progresso socio-ecologico seguendo l’idea che la transizione urgente verso la giustizia ambientale tenga sempre conto dei suoi effetti sociali, per evitare che i costi della transizione siano pagati dai vulnerabili. 

Infine, nella quinta e ultima parte ci si interroga su come innescare il cambiamento e si propone di cambiare radicalmente il meccanismo del “semestre europeo” affiancando all’obiettivo ora predominante di evitare squilibri di bilancio, il mix di obiettivi sociali e ambientali descritti nelle proposte.

In sintesi, lo straordinario processo di costruzione dell’Unione Europea, tentativo originale nella breve storia umana, ha sempre proceduto per strappi. Il senso comune e la cultura, alla ricerca di un superamento dei disastrosi nazionalismi del passato, hanno sospinto le classi dirigenti a passi anche rischiosi, che hanno prodotto confronto, conflitti e tensioni che si sono poi ricomposti in soluzioni più “democratiche”. 

La creazione dell’Unione monetaria ha costituito uno strappo particolarmente violento, che non tollera l’assenza di passi decisi verso l’unione politica e soprattutto verso un’azione politica radicale che renda l’Unione vicina ai più vulnerabili e fonte di emancipazione sociale. Del resto, di fronte a un tumultuoso processo di cambiamento tecnologico, solo la dimensione europea può permettere ai cittadini di questo continente di sfuggire alla biforcazione fra il modello della sovranità privata dei dati e degli algoritmi, dominato dalle sette sorelle digitali (sette fra le prime dieci imprese del mondo), e quello della sovranità statale che la Cina sta realizzando. Ma per farlo ci vuole un pensiero robusto, radicalità e conflitto. È ciò che le proposte qui riassunte permetterebbero di fare.

 * Cfr. Lakner, C. e Milanovic, B., (2016) Global income distribution: from the fall of the Berlin Wall to the Great Recession, World Bank Economic Review, vol. 30, N.2, pp. 203-232.

** A. Atkinson (2015). Inequality. What can be done? Harvard University Press