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RISPOSTE ALLA CRISI / L'AUMENTO DEGLI NPL 3

Pro e contro di una bad bank a livello UE

Mario Cataldo

Secondo stime di Abi, a fine 2019 i NPL in Italia ammontavano a 80 miliardi di euro, contro i 197 miliardi di fine 2015.
Parallelamente, i debiti delle imprese nei confronti delle banche si sono deteriorati al tasso più basso dai tempi post-crisi 2008: il 3,1% del totale è diventato NPL contro il 3,3% del 2018: in sostanza è migliorata la capacità delle imprese nell’onorare i debiti che hanno contratto nei confronti delle banche.

Adesso lo scenario è cambiato. A marzo 2020, primo mese di lock down, la produzione industriale del nostro Paese è calata del 28,4% (indice destagionalizzato Istat). Il Documento di economia e finanza 2020, registra un Pil in caduta di 8 punti, disoccupazione in aumento dal 10 all’11,6%, deficit che arriva al 10,4% del Pil, debito fino al 155% del prodotto interno lordo.

In questo contesto, c’è un rischio concreto per le imprese che erano già in crisi prima del Covid-19 i cui crediti sono classificati come incagli o come Unlikely to Pay (Utp), visto che queste imprese non possono accedere ai prestiti garantiti dallo Stato per la liquidità.

Ma anche le imprese che erano in bonis prima dell’inizio della crisi sono alle prese con le difficoltà della riapertura e con il complesso meccanismo dei prestiti garantiti dallo Stato per la liquidità. 

La società di consulenza Oliver Wyman ha recentemente stimato le potenziali perdite per le banche italiane: “Il valore degli Utp ammonta a 80 miliardi e se questi crediti si trasformano in Npl possono avere per i conti delle banche un impatto negativo compreso tra i 15 e i 20 miliardi”.

In questi giorni il dibattito è concentrato sulle opportunità di un possibile intervento dello Stato con la somministrazione di incentivi volti alla ricapitalizzazione delle imprese attraverso strumenti ibridi (affrontato con il recente DL n. 34/2020, cd Decreto Rilancio). Per un rapido ristoro delle perdite, sia pure parziali, subìte dalle imprese nel periodo pandemico, e vista l’esperienza non brillante in fase attuativa del DL n. 23/2020 (cd decreto liquidità), si ritiene preferibile intervenire con interventi rapidi a fondo perduto, attraverso un unico veicolo finanziario, sull’esempio di quanto è stato fatto in altri Paesi europei a partire da Francia e Germania.

In questo contesto, è tornata all’esame degli economisti l’opportunità o meno di creare un veicolo finanziario ad hoc che possa “alleggerire” i bilanci delle banche dai NPL. Una bad bank.

La valutazione da fare è duplice: se realizzarla, ma anche su quale base, nazionale o europea.

L’esame preventivo dovrà prendere in considerazione almeno i seguenti punti: chi metterebbe i capitali necessari a creare una bad bank europea e con quali percentuali di sottoscrizione? 

Con quali criteri verrebbero determinati i valori degli Npl? Se, a seguito degli effetti da pandemia Covid-19, i valori dei cespiti ceduti dovessero subìre un nuovo calo, con quali risorse le banche potrebbero eventualmente riacquistarli, ovvero in che misura si renderebbe necessario uno o più interventi pubblici? 

Infine, la valutazione circa l’opportunità di costituire una bad bank deve prendere in considerazione le regole del bail-in imposto dalla direttiva BRRD (Banking Recovery and Resolution Directive) dal 1° gennaio 2016, cheprevedono un onere a carico di azionisti, obbligazionisti e correntisti, oltre i 100 mila €, prima di ricorrere ad un intervento pubblico. 

La proposta.

Consiste nella costituzione di un veicolo societario (s.p.v.) in cui far confluire gli asset “tossici” di una o più banche, con il compito di alleggerirle da attività difficili da recuperare. 

Attualmente, i crediti deteriorati presenti nelle 121 principali banche dell’eurozona ammontano a circa 506 miliardi €, una cifra quasi dimezzata rispetto a 4 anni fa. Le banche greche sono quelle con la quota più elevata di crediti deteriorati (35,2%), in Italia la quota di Npl è del 6,7%.

Una volta “isolate” le attività non performanti, può essere valutata una scissione di taluni asset: si potrà procedere con la sottoscrizione di azioni da parte dei governi. Quello che la bad bank dovrà fare successivamente è liquidare questi titoli in attesa che, una volta che siano migliorate le condizioni del mercato, si riduca il differenziale tra il valore di mercato e quello iscritto a bilancio. Anche su tale tema sarebbe auspicabile un intervento a livello europeo europeo sia per adottare regole “comuni” che per la mole di queste attività. 

La bad bank si accollerebbe i crediti di dubbia esigibilità per un determinato periodo di tempo e se entro la scadenza non riuscisse a rivenderli sul mercato, la banca che glieli ha ceduti dovrà riprenderseli, con la conseguenza che dovrà assorbirne anche le perdite che – in un’ipotesi estrema che travolga le capacità della banca di sopportarle – ricadranno eventualmente sugli azionisti e gli obbligazionisti, i quali verrebbero sottoposti a un bail-in.

I rischi.

Una bad bank europea avrebbe maggiori possibilità di alimentare un mercato degli Npl, dato che i singoli mercati nazionali non sono sufficientemente sviluppati.

A fronte di questo beneficio, però, questo sistema esporrebbe le banche cedenti a una lunga fase di incertezze, in quanto i loro bilanci continuerebbero ad essere gravati da oneri potenziali fino alla data di scadenza dell’impegno assunto dall’ente sovranazionale. 

Occorre quindi valutare con attenzione e preventivamente questa proposta, nei suoi risvolti micro e macro, al fine di limitare il rischio che gli eventi precipitino nell’intera Eurozona, dove il mix tra volumi significativi di crediti deteriorati e crescita stagnante e in recessione, causa effetti di pandemia post Covid-19, potrebbero creare seri problemi ai bilanci delle banche, trascinando così l’intera l’economia.