Nov 2018
05
Mercato Finanziario

PIR: un primo bilancio per strumenti, costi, rendimenti

Giuseppe G. Santorsola

All’inizio di novembre 2018 si contano 80 Pir, e della quota raccolta circa 20 miliardi sono indirizzati a 250 Pmi italiane. Una grande quantità di flussi riversato su un numero molto limitato di imprese dalla capitalizzazione non elevata quale totale, ma soprattutto contenuta per molte specifiche società. Vi è il rischio di una “bolla” pericolosa, già vissuta e ben ricordata da molti, nel periodo 1985-86, al momento della introduzione dei Fondi Comuni di Investimento in Italia. Mentre l’enorme bacino delle Pmi non quotate resta fuori da questo flusso.

I Piani di Investimento del Risparmio (PIR) sono stati definiti nell’ambito della Legge di Bilancio 2017 ed introdotti progressivamente nei primi mesi del 2017. Un tema di estrema attualità, soprattutto per l’inatteso (almeno inizialmente) successo registrato con attese quantitativamente superate creando – di fatto – valutazioni contrapposte fra chi li considera innovazione significativa e chi ne teme impatti pericolosi proprio in ragione del particolare successo, per mancanza di un numero adeguato di società target nei cui titoli è previsto l’investimento parziale delle somme raccolte. 

Innovazione in campo nazionale, ma di fatto, riproduzione di strumenti simili da tempo diffusi in altri Paesi. In Gran Bretagna sono denominati ISA (Individual Savings Account) e cioè, strumenti di investimento che investono sull’economia reale che offrono a chi li acquista l’esenzione fiscale. Rispetto allo strumento italiano possono peraltro investire anche in finanza alternativa, cioè Fintech, un fattore certamente favorevole alla proposizione di nuove iniziative imprenditoriali vicine allo scenario futuro dell’economia (1). L’altro esempio diffuso è rinvenibile in Francia con i Plan d’Epargne en Actions, omologhi per soglia massima e destinazione verso le azioni, peraltro non solo nazionali, ma dell’intera UE.

A monte di questa nuova soluzione si deve considerare il contesto in cui in Italia si gestisce la fase di rilancio dopo anni complessi per la ricerca di capitale di rischio; le PMI presentano il potenziale di crescita maggiore, con ritmi più elevati rispetto alle large cap. Il modello dei PIR, soprattutto nel segmento degli OICR compliant, si basa su una strategia di selezione dei titoli con approccio value (assoluto o relativo) per la gestione del portafoglio. La profonda conoscenza delle società su cui investire, la stima del fair value e l’analisi delle ragioni che determinano prezzi di mercato diversi dai valori fondamentali sono alla base della selezione verso aziende meno note, ma potenzialmente attraenti per capitali “pazienti” dedicati alla copertura del fabbisogno di capitali di rischio. A questo modello si combina la gestione attiva dell’esposizione al mercato azionario per ottimizzare l’asset allocation e il rendimento complessivo del portafoglio. Tutto ciò in ottica di lungo periodo che si collega anche a temi di pianificazione futura e successoria, poiché le agevolazioni fiscali previste si accoppiano con quelle delineate per il momento ereditario, altrettanto esente nella disciplina vigente.

Un importante spinta è stata determinata anche dall’innovativo invito del Governatore della Banca d’Italia nelle sue Considerazioni Finali del 2015, quando ha esplicitamente invitato gli imprenditori a ricercare fonti di finanziamento alternative e soprattutto complementari al credito bancario. I PIR rappresentano pertanto una risposta normativa, una potenziale condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per efficaci risposte alla sottocapitalizzazione strutturale del sistema imprenditoriale.

LE SPECIFICHE DEI PIR

Il PIR, dedicato esclusivamente a persone fisiche ancorché minorenni (limitatamente ad uno solo pro-capite), al di fuori dell’esercizio di impresa, non è un prodotto o uno strumento finanziario specifico, quanto “un contenitore fiscale” (O.I.C.R., gestione patrimoniale, deposito titoli, contratto di assicurazione, o altra soluzione), all’interno del quale i risparmiatori possono collocare strumenti finanziari specifici fra loro frazionati, nel rispetto dei vincoli di investimento previsti dalla normativa (almeno il 70% investito in titoli, quotati o non quotati, emessi da aziende italiane, di cui almeno il 30% in strumenti finanziari (quindi il 21% del totale per almeno due terzi dell’anno) emessi da imprese diverse da quelle inserite nell’indice FTSE MIB40 o indici equivalenti di altri mercati).

Al verificarsi delle suddette condizioni d’investimento, i redditi risulteranno non soggetti:

  • alle imposte sui relativi redditi di capitale (dividendi, interessi, proventi da O.I.C.R., etc.) e/o diversi (plusvalenze) generati, purché si tratti di redditi conseguiti al di fuori dell’esercizio di impresa commerciale e non siano relativi a partecipazioni qualificate;
  • all’imposta sulle successioni eventualmente dovuta a causa di trasferimenti mortis causa degli stessi.

Se il premio (o il capitale) rimane investito nel Piano per almeno 5 anni, al momento della liquidazione, l’investimento è esente da imposta (l’aliquota attuale è invece pari al 26,00%). Per poter beneficiare di tale incentivo è necessario investire nel fondo – in ciascun anno solare – non più di 30.000€ ed un importo complessivo non superiore a 150.000€. Questi valori non corrispondono alle potenzialità di investimento della massa dei risparmiatori, ma possono essere raggiunti in tempi più lunghi, offrendo un profilo previdenziale ed una prospettiva nell’ambito di strumenti utili ad ottimizzare assi ereditari, o – più semplicemente – la costituzione di un capitale personale. Naturalmente, il beneficio tributario scompare laddove il rendimento sia negativo, aspetto condizionante la valutazione complessiva della scelta di investimento. Tale profilo non si è generalmente verificato nel corso del 2017, ma si prospetta in modo anche consistente per talune soluzioni nel corso del 2018. Questo scenario evidenzia alcune motivazioni circa la prosecuzione del successo dello strumento nel tempo.

RACCOLTA E DESTINAZIONE

Nel primo trimestre 2017 la raccolta ha superato il miliardo di euro, pari al 6,25% del totale raccolto dagli OICR (16mld€), importo cresciuto nel corso dell’anno in quanto i fondi PIR compliant erano 15 a marzo, 41 alla fine del semestre ed oltre 80 a novembre 2018. Le stime sono state riviste realizzando una raccolta totale nel 2017 di circa 11mld€ nel 2017.

L’andamento di questo mercato è stato comunque superiore alle aspettative: da gennaio 2017 a fine giugno 2018 si contano poco meno di 19mld€ di masse in gestione e una raccolta complessiva di 14,4mld€. Sul mercato si contano 33 gruppi che promuovono fondi aperti PIR compliant, che nel primo trimestre 2018 hanno raccolto circa 2mld€ e 1,3 nel secondo. Nei mesi di luglio e agosto gli afflussi sono stati pari a poco meno di 370mln€ registrando un lieve rallentamento nel ritmo di crescita. Più complesse sono evidentemente le statistiche relative ai prodotti meno classificati ed oggetto di stabili riscontri statistici.

Il tema attuale è concentrato sulla destinazione del più corretto investimento di queste somme. Il rischio paventato concerne la probabilità che l’attenzione si concentri eccessivamente sui pochi titoli (e soprattutto gli scarsi flottanti) rinvenibili nei segmenti MidCap, Star e AIM (oltre quello standard, ancora più problematico).

I PIR sono un’alternativa per sfruttare vantaggi fiscali. I fondi compliant hanno la necessità di mantenere una certa liquidabilità delle quote investite dai sottoscrittori e, dunque, per la parte azionaria (quella proprio che qualifica il PIR), devono investire in titoli negoziabili. Lo stesso problema riguarda le gestioni patrimoniali, gli ETF ed anche i portafogli individuali amministrati che si dedicassero alla formula di composizione prevista per i PIR stessi, considerando la negoziazione può avvenire solo in Borsa, trading venue obiettivamente ristretto nel contesto italiano.

Considerando la struttura che un PIR deve avere per essere “compliant”, va ricordato che il 70% dell’investimento è libero, e i fondi possono investire solo in imprese italiane, ma anche sulle 40 blue chip del FTSE Mib. Per il 21%, invece, i fondi debbono investire in società quotate su tutti gli altri mercati, e cioè (dati ufficiali a novembre 2018) in 258 società su MTA (di cui 60 Midex e 75 Star) e 112 su AIM.

Di conseguenza, della quota di capitali raccolti dai PIR destinata alle società italiane, circa 20 mld€, il 21% (cioè 4,2mld€) saranno indirizzati verso 250 PMI. Non un dato di per sé valutabile in assoluto, visto quanto poco siano movimentati i mercati borsistici, a parte qualche eccezione (Star e Mib). In ogni caso una grande quantità di flussi riversato su un numero molto limitato di imprese dalla capitalizzazione non elevata quale totale, ma soprattutto contenuta per molte specifiche società. Vi è il rischio di una “bolla” pericolosa, già vissuta e ben ricordata da molti, nel periodo 1985-86 al momento della introduzione dei Fondi Comuni di Investimento in Italia.

Peraltro, l’enorme bacino delle PMI italiane non quotate (incluse le start-up) è in realtà fuori da questo flusso del 21% e questo costituisce un grave limite della normativa rispetto alle opportunità potenziali offerte dallo strumento.

La speranza è quella che le imprese potenzialmente interessate e i Regulators sappiano valutare con attenzione un’opportunità del tutto nuova per i nostri mercati finanziari. Se la bolla arrivasse ai limiti prima di tali scelte, le conseguenze sarebbero letali per i PIR, per i mercati e per le migliori scelte della clientela coinvolta.

RISULTATI CONSEGUITI 

Essendo dei contenitori anche fortemente personalizzati, risulta complesso valutare il risultato complessivo dei PIR. Unico sotto-segmento agevolmente analizzabile è quello degli OICR. Quanto alle performance, da inizio 2018 a settembre 2018, su circa 49 fondi PIR presenti sul mercato solo 16 hanno segnato rendimenti positivi (33 negativi), in un contesto di mercato comunque difficile: l’indice FTSE Italia PIR Pmi All Index (che ha una capitalizzazione di 53mld€ e rappresenta l’universo delle Pmi in cui possono investire questi strumenti) segna infatti -18% da inizio anno (al 2 novembre 2018, ma era -5% al 20 settembre). Per quanto riguarda la questione dei costi, le fee di sottoscrizione sono comprese tra l’1,5% e il 5% dell’ammontare investito, mentre le management fees, che partono sempre da una percentuale minima dell’1,2%, mostrano un differenziale medio dello 0,6% tra i bilanciati obbligazionari e gli azionari “puri”. Un calcolo più meramente statistico indica una media del costo di 2,9% per gli azionari e 1,4% per i bilanciati. A queste, inoltre, si aggiungono anche le performance fee, laddove previste. Per gli Etf PIR compliant le spese di gestione sono limitate invece in media allo 0,3%. Tutte queste indicazioni, se confrontate con i rendimenti attesi in condizioni cicliche medie, rendono difficile il conseguimento di un risultato futuro adeguatamente soddisfacente, dovendo considerare che molti titoli potenziali hanno già realizzato crescite di prezzo elevate nel periodo 2017-18, per le quali è non prevedibile la costante ripetizione in via generalizzata. Saranno critici i prossimi mesi, quando le sottoscrizioni si confronteranno con risultati negativi delle somme finora accumulate. Un esame “catenaccio” per i PIR ed il loro futuro.

(1)Ici Global, l’associazione mondiale dei fondi comuni, Etf, fondi chiusi e trust individua diverse altre forme di PIR attive nel mondo dal Giappone (NISAS, Nipponic Individual Saving Accounts) agli Usa (401K DC Plan e Individual Retirement Account – IRA), al Canada e al Sud Africa, fermo restando che gli ISAs britannici costituiscono il primo esempio, in quanto introdotti nel 1999 e perché possono essere composti da cassa, azioni e titoli di debito e Fintech con l’obiettivo di investire sulle piccole imprese e contribuirne alla crescita attraverso soprattutto capitale di rischio paziente e non speculativo. Sempre in Gran Bretagna, sono stati proposti anche gli IFISA (Innovative Finance Savings Account), evoluzione dell’Isa, che prevede l’esenzione fiscale su investimenti fino a 20mila euro. L’investitore può trasferire nell’IFISA – ovvero, di fatto, in P2P lending – la quantità di denaro che desidera prelevandola dal tradizionale Isa, senza pagare commissioni extra. Investire in IFISA è come indirizzarsi direttamente sul P2P lending, dal punto di vista delle fee, ma offre il grande vantaggio di essere tax free.

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