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PRETESTI
Personaggi e interpreti di una crisi politica

Un memo per le prossime elezioni 

I due governi Conte, le elezioni del presidente della Repubblica, il ruolo di Salvini e Di Maio, le campagne "contro" dei 5 Stelle. Storia di una pazza legislatura. Conclusa con il governo di Mario Draghi, il Marziano a Roma di Flaiano... 

Oliviero Pesce

1. Tecnici e politici. La drammatica fine della XVIII Legislatura e il suo decorso meritano un’analisi che ne illustri le dinamiche e i principali accadimenti. Prima di affrontarla nel merito, (ovvero in base ai fatti, nonché alle opinioni e valutazioni di chi scrive), va ricordata la (pseudo) dicotomia tra politici e tecnici, inesistente nel nostro ordinamento, ma spesso invocata da chi i tecnici non li vuole nemmeno vedere – sono troppo pericolosi – . Dicotomia che invero interessa soltanto i politici incapaci di assurgere al rango di tecnici, ossia di capaci; illustrata dai pochi casi di specie che si sono avuti, alla presidenza della Repubblica o alla presidenza del Consiglio, nella storia repubblicana: in tutto quattro, Ciampi1, Dini2, Monti3 e Draghi4.

Ripercorrendone le carriere (in nota), esse dimostrano tutte che tali tecnici erano anche, se non innanzitutto, politici. Per Mario Draghi, tra i protagonisti della crisi (determinata da altri), la collaborazione con Giovanni Goria, tra i più giovani presidenti del consiglio e ministri delle Finanze italiane, che lo invia a rappresentare l’Italia in varie istituzioni internazionali;  gli studi con i gesuiti e con Federico Caffè, una carriera durante la quale è Direttore generale del Tesoro quando vengono effettuate le privatizzazioni di numerose società partecipate dallo Stato e della SACE e il debito pubblico diminuisce dal 125 al 115% del Pil, la Presidenza della BCE, e la motivazione della Laurea honoris causa conferitagli dall’Università Cattolica di Milano5 – ultima di una lunga serie – dimostrano che chi è stanco dei “banchieri” semplicemente non sa di cosa sta parlando.

Tra i quattro “tecnici”, non sempre viene ricordato Dini. Probabilmente perché i cosiddetti tecnici andrebbero piuttosto definiti “chiamati”: sono quanti, in situazioni di difficile soluzione, svolgono ruoli di supplenza, quando il mondo politico in senso stretto non sa affrontare i problemi che incombono. 

Auspichiamo che alle prossime elezioni gli elettori ricordino quanto è avvenuto in questi mesi, e assumano le necessarie determinazioni.

2. La XVIII Legislatura. Iniziata il 23 marzo 2018 a seguito delle elezioni del 4 marzo, ha dato vita a un Parlamento bloccato (hang), che ha reso necessario formare coalizioni improbabili.  È anche quella che ha visto il maggior numero di transfughi da un partito all’altro. A inizio legislatura i deputati del Movimento 5 Stelle erano 227 (su 630) e quelli della Lega per Salvini Premier 125. Oggi i primi sono 103, dunque meno della metà, i secondi 131; i senatori erano rispettivamente 111 e 58; oggi sono 62 (Conte) e 61 (Salvini).

“L’elevato” Beppe Grillo (proprietario, con la famiglia Casaleggio, del MoVimento, con la V che simboleggia il vaffa, il massimo contributo intellettuale da essi dato alla vita della nazione) elevò a Presidente del Consiglio Giuseppe Conte – nella veste di arbitro (indipendente) di un «Contratto per il Governo del Cambiamento», stipulato tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini – che ebbe un immediato scontro con la Presidenza della Repubblica proponendo come ministro dell’economia Paolo Savona, che, per le sue posizioni sull’Europa, non risultava accettabile.

Un tentativo di governo “tecnico” affidato a Carlo Cottarelli non ebbe seguito e si tornò a Conte, con Roberto Gualtieri all’Economia e Finanze (Gualtieri, oggi sindaco di Roma, non è più accetto ai 5 Stelle, che lo hanno preso a pretesto per scaricare il Governo Draghi, dacché il Movimento preferisce le discariche, e chi ne trae profitto, a un termo-valorizzatore di avanzata tecnologia, che funziona alla perfezione, con risparmi per i cittadini e strade pulite, in moltissimi comuni italiani ed esteri).

Il primo ministero Conte ebbe due Vice Presidenti, Salvini e Di Maio, rispettivamente anche Ministro degli Interni e Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali. I due, essendo Vice Presidenti e referenti politici dei due maggiori partiti della coalizione, impazzarono su tutti i fronti possibili.

3. Luigi Di Maio. Di Maio, poi convertito a più sani principi governisti, all’atlantismo, e quindi forse per il futuro da assolvere, e inviso ai più puri grillini di lotta e di non governo, esordì (per il rifiuto di Savona) con una richiesta di impeachment di Sergio Mattarella (che in Italia, art. 90 della Costituzione, si può avere solo per alto tradimento o per attentato alla Costituzione). Con una successiva visita ai gilets jaunes (più tardi ritenuti eversivi), si fece alcuni buoni amici nel governo francese, distruggendo rapporti che avrebbe dovuto rappezzare una volta promosso agli Affari Esteri.

Infine, per limitarsi solo ai fatti più eclatanti, in veste (usurpata) di ministro dell’Economia e degli Affari europei, si affacciò al balcone di Palazzo Chigi con i suoi, per festeggiare la vittoria («del popolo») del deficit al 2,4%, deciso in odio di una serie di trattati e di impegni internazionali, alcuni assunti mesi prima dallo stesso Governo, e in contrasto rispetto alla stessa Costituzione italiana in tema di pareggio del bilancio (artt. 81 e 97), con norme approvate anche dalla Lega (che non era la stessa di prima, con il cospicuo vantaggio, per la nuova, di non saperne nulla di 49 milioni di euro di rimborsi elettorali a suo tempo spariti; ma che, saggiamente, evitò di affacciarsi).

Costretti, dallo spread immediatamente aumentato e da un negoziato con la perfida Unione, i nostri governanti, a adottare ulteriori provvedimenti, dovettero scendere a un deficit del 2,04%, sperando che nessuno (la democrazia diretta!) si accorgesse della differenza: gli zero virgola non contano. Visto il nostro debito pubblico complessivo, fondato sul buon cuore dei nostri finanziatori, che – se non lo hanno e pretendono remunerazioni maggiori – sono “sabotatori” della nostra “sovranità”, Di Maio e Salvini, il cui Contratto consisteva in una serie di voti di scambio, fecero finta di non sapere, come d’altronde il resto del mondo politico, che tale Contratto violava il principio che “Ogni membro del parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (art. 67 della Costituzione), principio accolto persino nello Statuto dei 5 Stelle.

4. Matteo Salvini. Quanto allo Statuto della Lega, non più Nord, ma “Lega per Salvini Premier”, esso di questo aspetto non si occupa, trattandosi di un movimento non tanto politico (di come la politica è delineata dalla nostra Costituzione), ma di potenziamento di una persona fisica, autorizzata, fino a che non sarà divenuta effettivamente Premier, a operare a tale scopo. Tra i mezzi a disposizione, la campagna elettorale permanente.

Va ricordato a riguardo che la figura del Premier, di diritto inglese, traducibile in italiano in “primo ministro”, non è prevista dal nostro ordinamento, che prevede invece (in una Repubblica che, almeno in apparenza, si vuole ancora parlamentare) un presidente del consiglio [dei ministri]; Artt.92 e seguenti della Costituzione), per cui l’auspicio contenuto nel nome del partito presuppone un mutamento della nostra Costituzione che si potrà attuare solo con le maggioranze previste da essa; e con una sorda e continua lotta con qualsiasi altro potenziale “Premier”. Uno dei quali potrebbe essere la Prima Dama Giorgia Meloni, ben radicata nel mercato ortofrutticolo di Fondi ed alleata con la onesta sindaca di Terracina Roberta Tintari, arrestata e poi ai domiciliari assieme a qualche suo assessore. Ma vedremo tra qualche anno, dopo i tre gradi di giudizio.

5. Accoppiati. Accoppiati, gli allora padroni del Parlamento italiano Matteo Salvini e Luigi Di Maio – e, per loro delega, Giuseppe Conte et alii, Giovanni Tria, Enzo Moavero Milanesi, Paolo Savona, i quali, non essendo stati eletti, secondo i primi due non avevano alcun diritto di fare politica autonomamente – lo espropriarono, in quel primo governo Conte,  di ogni suo potere istituzionale, imponendo un voto di fiducia su una cosiddetta legge di bilancio, non solo senza che essa fosse stata esaminata (per la terrorizzante minaccia dell’esercizio provvisorio), ma senza che fosse stata neppure portata a termine nei suoi contenuti.

Una fiducia su una legge futura e incerta, da ri/vedere prima ancora di essere vista pare una cospicua innovazione istituzionale. Legge che conteneva tutta una serie di «clausole di salvaguardia» ciascuna delle quali significava: non abbiamo idea se esista la copertura economica e finanziaria prevista dalla Costituzione e da altre norme. Ma, si assicurava, non ci sarà una manovra bis, a venti giorni dall’approvazione “ultimo giorno” della manovra uno, come gli sconti dei supermercati.

6. La TAV. Una serie di ministri dei trasporti o aspiranti tali ci raccontano che la galleria prevista sulla linea Torino Lione è un buco. È vero. Non per nulla la prima galleria alpina – del 1479, oggi fa 543 anni – si chiama Buco di Viso, in piemontese Përtus dël Viso, di un centinaio di metri all’origine, un po’ meno oggi, a 2880 metri sul livello del mare, e ha facilitato per secoli i traffici tra il Piemonte e la Provenza e il Delfinato, quando per finanziare un’opera del genere bastava un marchese di Saluzzo. Come per finanziare un Fréjus bastavano un Camillo Benso Conte di Cavour e un Savoia, anch’essi di quelle parti, che per costruirlo ottenevano dalla Francia fondi che non si chiamavano ancora cofinanziamenti. Ma i nostri resistenti sono di Roma, o di Avellino, se non di Soresina, e dei contatti col resto d’Europa poco lor cale, anzi. Di andare a Lione, «chi se ne frega».

Magari chi sapesse guardare una carta geografica si potrebbe rendere conto che, fregandosene o meno, da Lione si può andare a Parigi, a Bruxelles, a Londra, a Milano, a Napoli. Ma unire i popoli non sembra una priorità, anzi, litighiamo, con i popoli e i loro governi, chiudiamoci in casa. Mentre una serie di gallerie – anch’essi dei buchi – che unificano, rimpiccioliscono, rendono più veloce l’Europa, a costi decrescenti, sono in Svizzera, paese che dell’Unione europea neppure fa parte, ma dell’Europa sì, e che sa quali sono i propri interessi, e i vantaggi anche ecologici del tramutare il traffico su gomma – di merci e di persone – (e, prima, sulle carriole) in traffico su adeguate rotaie. O tra la Francia e la Gran Bretagna, che non ha bisogno di essere nell’Ue (ma in Europa sì, comunque) per creare un Channel Tunnel (anche se lo ha costruito, assieme alla Francia, quando dell’Ue faceva parte; lo avrebbe voluto, ancor prima, Napoleone Bonaparte, ma non gli fu permesso). Senza questi illuministi, ante o post litteram, traverseremmo le Alpi ancora sugli elefanti, come Annibale, o sui muli (da cui mulattiere) o a piedi, per sentieri e forre.

Anche perché qualsiasi cosa potrebbe diventare obsoleta, prima o poi, e allora perché farla? Aspettiamo di muoverci nell’etere. Sulle relative analisi costi benefici, va detto che esse vanno fatte prima di avviare i lavori, non a metà del guado. Prima di stipulare trattati e ottenere finanziamenti altrui, non dopo. Che non vanno fatte sui trenta o cinquanta chilometri di cui si parla (anche se i relativi costi vanno minimizzati), ma sulle intere opere che vengono (o non vengono) costruite e che uniscono la Sicilia e Napoli a Londra. Che è inutile vantarsi di avere, per la prima volta, basato le analisi sui numeri, se poi i numeri e i modelli sono sbagliati. Che i numeri, se torturati, confessano. Che qualunque stupidaggine detta da una persona qualunque rimane tale, ma detta da un professore dovrebbe diventare una teoria; se è sbagliata resta una stupidaggine, e se qualche mese prima si è detto il contrario i dubbi si moltiplicano. Che non vanno fatte da soli (le analisi), per partito preso, ma tenendo conto degli impegni assunti con (e da) tutte le parti interessate (Stati, entità sovranazionali o multinazionali, imprese, banche). Ciascuna delle quali avrà fatto, con ottiche diverse, le proprie analisi, che non andrebbero smentite se non con procedure concordate. A livello europeo, non locale.

Sulle opere, poi, va detto che esse vanno fatte nei tempi tecnici più ristretti, e non permettendo a interessi parzialissimi di impedirne la costruzione per anni, magari con attività illecite, da black bloc. Con rinvii che ne aumentano i costi e ne limitano la vita produttiva, ne ritardano l’utilità, ne modificano le condizioni e i termini. E i soldi che sono stati già spesi, sono ormai costi “sunk”, irrecuperabili, e quindi non vanno più contati, nell’analisi. Mentre è essenziale valutare quale sia l’orizzonte temporale da prendere in considerazione. I «buchi» del secolo scorso e dell’Ottocento, le autostrade degli anni Cinquanta, e l’Eurotunnel, hanno dimostrato la loro utilità in numerosi decenni, e la loro giustificazione la hanno determinata.

7. Alitalia. Mentre alcuni buchi sono anatema, altri buchi, come quello di Alitalia, quello di più lungo corso nella storia d’Italia (con interventi pubblici, privati, di emiri, non arrivati in porto, vietati, di nuovo pubblici) piacciono, e allora si interviene. Forse perché le aerolinee occupano degli steward.

8. Ancora Salvini. Il ministro della Propaganda e dei Trasporti Matteo Salvini, invece di occuparsi fattivamente dei circa cinquecentomila clandestini, magari formandoli e rendendoli utili, che infestavano l’Italia (vedi Il Sole 24 Ore del 5 febbraio e del 14 luglio 2018; su dati OCSE, del centro studi Idos e della Fondazione ISMU; e che ancora la infestano) – caccia qualche centinaio di persone da Riace, Castelnuovo di Porto e da pochi altri luoghi di integrazione e di accoglienza, e li disperde nel territorio, disoccupati e quindi facile preda dei terroristi che potrebbero indottrinarli, e delle camorre italiche (prima l’Italia!) che li utilizzano come manodopera a basso costo. E blocca i porti, per fare la faccia feroce con il resto d’Europa (e con i propri elettori), compiendo forse alcuni reati come il sequestro di persone e l’omissione di soccorso e, nelle sue funzioni amministrative (l’indicazione di quali debbano essere i porti di attracco), l’omissione di atti d’ufficio (non politici) e l’abuso di potere.

Le cifre mostrano, malgrado le lamentazioni del ministro della Propaganda, che la presenza di clandestini in Italia si pone grosso modo nella media Europea, e che il fenomeno è assai più rilevante negli Stati Uniti. Ci serve tuttavia la «solidarietà» di coloro che attacchiamo. Conte giallorosso, criticando il Conte gialloverde che aveva fatto approvare la norma, afferma: «I decreti sicurezza hanno messo per strada decine di migliaia di migranti dispersi per periferie e campagne. L’eliminazione della protezione umanitaria ha impedito a molti migranti di entrare nel sistema di accoglienza e ad altri di farli uscire, con il risultato che migliaia sono diventati invisibili. Insomma, Salvini da ministro dell’Interno sui rimpatri e sull’immigrazione ha fallito».

Il giurista Matteo Salvini, inoltre, dopo aver dichiarato di voler essere processato per alcuni atti da lui compiuti, con una piroetta da esperto ballerino spesso ospite di Chi, coinvolge l’intero governo in atti e omissioni sino a un attimo prima dichiaratamente propri – compiuti a scopo di propaganda elettorale – sostenendo di non voler essere processato in quanto avrebbe agito nel preminente interesse nazionale, con la copertura politica del resto del governo; larga parte del quale non condivideva affatto gli atti le omissioni e la propaganda “extra Contratto” e che al processo si era dichiarata favorevole.

Anche se la responsabilità penale è personale e la politica non può prevedere la commissione di reati; assai più preminente dell’interesse nazionale di non far sbarcare una cinquantina di persone, o di spezzare le reni all’Olanda, è quello che discende dal divieto del vincolo di mandato e dalla imparzialità della pubblica amministrazione, al servizio esclusivo della Nazione (e non dei partiti di governo) (Artt. 97 e 98 della Costituzione), dal fatto che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere (Art. 104) e che i giudici sono soggetti soltanto alla legge (Art.101).

Mentre non vanno disattesi né la nostra Costituzione (i principi fondamentali di cui all’art.2), né i principi del diritto internazionale sul salvataggio delle persone e la legge del mare vigenti da secoli, né i relativi trattati, né la civiltà in essi consegnata. Che includono la Dichiarazione universale dei diritti umani (N.U., 1948), la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del Consiglio d’Europa (1950 e successivi protocolli), la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che con il Trattato di Lisbona ha assunto anch’essa forza di trattato (recepiti nel nostro ordinamento dall’articolo 117 della Costituzione). Trattenere in ostaggio in mezzo al mare alcuni poveri cristi – in alcuni casi su navi italiane e quindi giuridicamente già in territorio nazionale – per convincere altri paesi a farsene carico non pare policy da buoni samaritani, né sembra compatibile con qualche ostentazione del rosario o del vangelo. Mentre altri membri del governo mediavano e cercavano soluzioni condivise con altri paesi, indice quanto meno di un tentativo di Buon Governo.

9. Il secondo governo Conte. Gonfiatosi in maniera eccessiva, tra Papeete e richieste di pieni poteri, e a seguito di una mozione di sfiducia della Lega (poi ritirata) nei confronti del governo di cui faceva parte, Salvini e la sua Lega vengono finalmente estromessi. La loro speranza di andare immediatamente alle urne viene frustrata. Il Parlamento offre altre maggioranze. Un tentativo, proposto da Salvini, di governo Lega – 5 Stelle, Presidente Di Maio, viene respinto,  e si passa al Conte 2, a trazione 5 Stelle – PD, con l’appoggio di vari altri gruppi, tra i quali la renziana Italia Viva, che ne staccherà la spina dopo poco più di un anno.

Il governo Conte infatti, a parte la felice invenzione dei navigator, assunti e stipendiati, ma che non hanno lavorato un solo giorno, né hanno procurato un posto di lavoro a chicchessia, varie provvidenze che inducevano i beneficati a fruire delle stesse e a lavorare in nero, si è limitato ad avanzare mirabolanti proposte, con eventi da parata come gli Stati Generali, nessuna delle quali veniva convertita in misure concrete. E ha tagliato, con legge costituzionale del 21 ottobre 2020 (con la connivenza di tutti quelli che l’hanno votata), il numero dei deputati da 630 a 400 (-26,6%) e dei senatori elettivi da 315 a 200 (-26,6%), senza però assumere alcuna delle misure che sarebbero state necessarie per reintrodurre nel sistema (elettorale e istituzionale) un minimo di coerenza. 

Conte, nel frattempo, da arbitro gialloverde e “indipendente” di area 5 Stelle, si trasformava in 5 Stelle organico, e successivamente in erede designato del MoVimento. Girella (emerito di molto merito). L’epiteto è un complimento: Giuseppe Giusti lo riferiva infatti a Taillerand. Un inane e disperato tentativo di creare un Conte 3, con qualche indipendente d’accatto, non aveva successo, e la sua esperienza di governo aveva termine.

10. Il governo Draghi. Visti i gravi problemi sul tappeto: (a) la pandemia e (b) la gestione dei fondi – in parte a fondo perduto – del Next Generation EU – messi a disposizione dall’Europa per evitare una procedura fallimentare a carico dell’Italia, paese di dimensioni e rilevanza tali (nonché tra i fondatori delle Comunità europee) da non poter essere lasciato andare a picco, il Presidente Mattarella (dopo un incarico esplorativo a Roberto Fico, senza seguito) invoca l’esigenza di un governo di unità nazionale e chiama a presiederlo Mario Draghi. Un passo magistrale, con il quale – ma pochi se ne sono voluti rendere conto – ha traghettato i fundamentals della politica italiana in Europa, là dove sarebbe bene che si situasse. Il Presidente della Repubblica, dando all’esecutivo di Draghi i due compiti indicati sopra, lo aveva forse voluto affrancare dalla politica, al riparo dalle fibrillazioni; che però si sono avute lo stesso. È impossibile eliminare la politica dalla vita, specie poi se un paese come la Russia ne invade un altro, del quale gli Stati Uniti e alcuni paesi, europei e non, – Gran Bretagna, Francia e la Cina6 – si erano impegnati a difendere l’integrità territoriale.  

Tranne Fratelli d’Italia, coerentemente all’opposizione, tutte le altre forze parlamentari accolgono la richiesta (come vedremo, con un’adesione spesso di facciata) e il governo da esse sostenuto fa una cosa in Italia inaudita. Lavora, e lo fa in base ad alcune decisioni irrinunciabili: affrontare i due compiti ad esso assegnati, ossia perseguire gli obiettivi concordati con l’Europa per ottenere i fondi del Next Generation EU, o Pnrr; difendere il paese dalla pandemia con un piano operativo efficace, tra gli alti lai dei no-vax, difesi a spada tratta da chi voleva lisciare loro il pelo a fini elettorali. Ma dichiarandosi inoltre, senza tentennamenti – approccio eminentemente politico – europeisti e atlantici (a differenza di alcuni dei partiti di governo).

Ottenere la fiducia sul programma europeo, l’opera svolta sul Covid, e, più tardi, sul sostegno dato e da dare, anche con l’invio di armi, all’Ucraina; ottenere la fiducia 55 volte in 18 mesi, non si dimostrerà sufficiente. Le decisioni assunte vengono costantemente messe in discussione e si pretendono nuove discussioni, nuove decisioni. Con i conseguenti attriti e logoramenti, cui il Presidente del Consiglio deve dare logorante attenzione, mentre tenta di fare quanto è stato deciso. 

Il governo, stavolta, in carica dal gennaio 2021, non vede al suo interno i segretari dei vari partiti. I suoi esponenti più chiaramente qualificati sul piano politico sono Luigi Di Maio (5 Stelle) agli Affari Esteri, Dario Franceschini (PD) alla Cultura, Giancarlo Giorgetti (Lega) allo Sviluppo economico, Roberto Speranza (Art.1) alla Salute. Gli altri sono in larga parte tecnici. All’ Interno viene chiamata Luciana Lamorgese, già dirigente pubblica, prefetto, e collaboratrice di Salvini nella veste di Ministro dell’Interno e, forse per questo, con Speranza oggetto di continui attacchi della Lega. Infatti la mancanza dei politici di vertice dei vari partiti nella compagine governativa permette loro di attaccare sovente il governo che pure sostengono, con le fibrillazioni e i logoramenti che alla fine costringeranno alle dimissioni il Presidente del Consiglio. Dimissioni date dopo avere ottenuto la fiducia su provvedimenti essenziali, ma con farisaiche astensioni o assenze.

11.L’elezione del Presidente della Repubblica. Terminato, in gennaio del 2022, il settennato della Presidenza di Sergio Mattarella – deciso a non ricandidarsi -, perché gli succedesse si è dato corpo, da parte di ben tre partiti (due di essi facenti parte del governo di unità nazionale), alla candidatura di Silvio Berlusconi, la meno plausibile tra tutte quelle possibili. Berlusconi infatti, anche prescindendo dalla sua forte caratterizzazione partigiana, è stato imputato in più di venti procedimenti giudiziari, condannato per frode fiscale con sentenza passata in giudicato, interdetto dai pubblici uffici per un biennio, è stato iscritto alla P2, ha avuto rapporti di affari con una banca, e con persone, in odore di mafia. Quanto di più lontano ci sia dalle caratteristiche che la Costituzione attribuisce, direttamente o indirettamente, alla figura7: un uomo i cui riferimenti morali e spirituali diano garanzia di unità, sobrietà e serietà.

Felicemente tramontata tale ipotesi, ci si è imbarcati in una anch’essa drammatica, anche se sotto certi aspetti farsesca, serie di votazioni alla quale i partiti non avevano saputo prepararsi, e che si è quindi avviata con la richiesta ai grandi elettori di non votare. Su 1009 aventi diritto, la risposta è stata: 672 schede bianche, 105 nulle e 113 voti dispersi al primo scrutinio; 527 schede bianche, 39 nulle e 125 voti dispersi al secondo. Intanto si scatenava una frenetica ricerca di candidature non concordate o di bandiera, e quindi destinate a fallire: Crosetto, Casini, Maddalena, Bossi. Al quinto scrutinio, mattutino, viene avanzata la candidatura della Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, che però ottiene 382 voti, meno del 38% degli aventi diritto e 123 voti in meno della maggioranza semplice necessaria. Si punta poi su Elisabetta Belloni, dirigente del ministero degli Affari esteri e direttrice generale delle informazioni per la sicurezza (vulgo, servizi segreti), candidatura respinta per motivi istituzionali. Anche i nomi di Mario Draghi, Presidente del Consiglio, Carlo Nordio, magistrato, e quello appena sussurrato di Sabino Cassese, giurista emerito e già ministro e giudice della Corte costituzionale, non trovano accoglienza da parte degli elettori. Vista l’inconcludenza di chi avrebbe dovuto decidere, gli elettori tornano a rivolgersi a Sergio Mattarella, attribuendogli 16 voti al primo scrutinio, 39 al secondo, 125 al terzo, 166 al quarto, meno al quinto (scrutinio nel quale concorre la Casellati), 336 al sesto, 387 al settimo.

Quale che sia la ragione che ha indotto alcuni delegati a votare Mattarella anche nei primi scrutini, andando contro alle indicazioni dei propri leader, la vicenda è stata letta da molti commentatori come una rivincita degli elettori sulle segreterie di partito. Peraltro, è la stessa Costituzione a prevedere lo scrutinio segreto per questo voto, previsione che indica chiaramente la volontà dei costituenti di lasciare ai singoli la massima libertà di scelta. Finalmente, dopo che al settimo scrutinio Mattarella ottiene più voti di quanti ne avesse ottenuti la Casellati, i leader – che sino allora non lo avevano mai indicato – si piegano al volere del Parlamento (anche con un forte scontro Salvini-Meloni), e Mattarella viene eletto allo scrutinio successivo con 759 voti, ottenendo un secondo mandato a larghissima maggioranza. Inferiore solo a quelle ottenute da Pertini e Gronchi, e superiore di tre punti percentuali a quella di Napolitano per il secondo mandato, benché in quell’occasione quasi tutti i gruppi parlamentari avessero pregato il presidente di accettare un secondo incarico.

Come d’altronde si è piegato, obbedendo, lo stesso Mattarella. Che, pur non essendo disposto a candidarsi, ha voluto invece rispondere alla richiesta del consesso cui la Costituzione (Art.85) conferisce il potere di eleggere il Presidente della Repubblica. Essendo egli dotato della caratteristiche che un Presidente deve avere: la capacità di servire con fedeltà e onore, e i cui riferimenti morali e spirituali diano garanzia di unità, sobrietà e serietà8.

12. La successiva azione di Governo. Dopo l’elezione, il governo Draghi è tornato ad affrontare i problemi del Pnrr, e, dopo il 24 febbraio, quelli aperti dall’invasione russa dell’Ucraina. Ma la voluta “ripartenza” è stata segnata dalle lacerazioni vissute tra e nei partiti nella settimana che ha portato alla rielezione di Sergio Mattarella, e se l’invasione ha dato, per breve tempo, nuova vita al governo – anche a causa dell’unità d’intenti e di azione dei paesi occidentali, e dell’Unione europea, mostrata nell’immediato – le cose non sono tornate come prima.

Anche per il filo-putinismo di ampie porzioni dei partiti e per la crescente divaricazione tra gli uomini di governo e quelli al governo estranei (se non ad esso contrari) negli stessi partiti, con effetti che si sarebbero presto dimostrati dirompenti, tra scissioni del Movimento 5 Stelle, riavvicinamenti tra i pretesi moderati di Forza Italia (anche qui con fuoriuscite varie), la Lega e Fratelli d’Italia. I 5 Stelle contiani, che hanno collaborato con il governo per circa un anno e mezzo, perseguendo il Pnrr, sulle cui linee guida si erano dichiarati in partenza d’accordo, e che in questo periodo hanno dato la fiducia al governo una cinquantina di volte, improvvisamente hanno dichiarato di non essere ascoltati, anzi di essere umiliati e offesi, e hanno inventato la non-non-sfiducia. Ossia se ne sono andati a passeggio per i corridoi del Parlamento mentre la fiducia si votava.

Lega e, inopinatamente, Forza Italia coglievano la palla al balzo e imitavano gli amici contiani, mandando a casa un governo che gli italiani apprezzavano a larga maggioranza, tornando all’opposizione, non solo del Paese, ma anche della Presidenza della Repubblica, che su questo governo ne aveva basato il futuro. Incapaci di pensare, visti i progressi di Fratelli d’Italia, che la coerenza di governo potesse dare loro maggiori frutti che non l’ambiguità e i contorcimenti, con buona pace dei loro uomini di governo, subito richiamati all’ordine salviniano. Nel frattempo, in un intervallo della sua attività di comico (o forse in quella veste), tornava sulla scena Beppe Grillo, con il suo elogio dell’incompetenza, a ricordare al Paese che esso non va governato, ma sfasciato e ridotto a livelli venezuelani.

13. Interferenze. Sarà stata una coincidenza ma, caduto un governo decisamente europeista e pro Alleanza atlantica, nonché favorevole al sostegno all’Ucraina invasa, Putin ringrazia, e riapre (per qualche ora?) i rubinetti del gas. Forse un segnale di disponibilità ad accogliere l’Italia tra i suoi protetti.

14. Flaiano al governo. I marziani, a Roma, vengono accolti con vivo interesse. Poi li si esilia agli affari correnti, magari – dopo averli esiliati – attribuendo loro una standing ovation, purché postuma. Dopo la stabilità, e un anno e mezzo di governo, si apre il ballo delle alleanze, e delle promesse da non mantenere.

1Carlo Azeglio Ciampi (1920-2016), decimo Presidente della Repubblica e primo ad essere eletto senza essere parlamentare, dal 18 maggio 1999 al 15 maggio 2006. In gioventù partigiano, iscritto al partito d’Azione, laureato in lettere e in giurisprudenza, dopo studi alla Normale di Pisa. Governatore della Banca d’Italia dal 1979 al 1993; Presidente del Consiglio dei ministri nel 1993-94; Ministro del Tesoro e della Programmazione economica nel 1996-97; Ministro del Tesoro del Bilancio e della Programmazione economica 1998-1999.

 2Lamberto Dini (1931), Ministro del Tesoro nel primo governo Berlusconi, dal maggio 1994 al gennaio 1995, e subito dopo Presidente del Consiglio dei ministri dal gennaio 1995 al maggio 1996; agli Affari esteri dal maggio 1996 al giugno 2001. Già Direttore generale della Banca d’Italia, dopo una lunga carriera al Fondo Monetario Internazionale. Laureato in economia, ha studiato all’Università degli Studi di Firenze e all’Università del Michigan. 

3Mario Monti (1943), nominato senatore a vita nel 2011, è Presidente del Consiglio dei ministri e Ministro dell’economia e delle finanze dal novembre 2011 ad aprile del 1913, sostituendo Silvio Berlusconi, dimessosi, per manifesta incapacità, per la crisi economica nella quale aveva portato l’Italia; Berlusconi che lo aveva nominato Commissario europeo per il Mercato interno della Commissione Santer (1995-1999); poi Commissario alla Concorrenza nella Commissione Prodi fino al 2004. Professore universitario; dal 1994 Presidente dell’Università Bocconi. Studi alla Bocconi e a Yale, con James Tobin.

4Mario Draghi (1947), Professore all’Università di Firenze. Tra il 1991 e il 2001 è Direttore generale del Tesoro, su    segnalazione di Carlo Azeglio Ciampi – collaborando con nove ministeri, da Carli a Berlusconi. Dopo alcuni anni in posizioni apicali alla Goldman Sachs, a Londra e New York, nel 2005 viene nominato Governatore della Banca d’Italia. Poi Presidente della BCE, fa accettare le proprie posizioni ad Angela Merkel, anche contro la Bundesbank, e contribuisce in maniera fondamentale alla sopravvivenza dell’euro con il suo famoso whatever it takes. Presidente del Consiglio del ministri dal 13 febbraio 2021, è attualmente dimissionario e in carica per gli affari correnti. 

5«Mario Draghi ha contribuito in modo unico alla costruzione di un’Europa unita.  Come presidente della Banca centrale europea ha disegnato strumenti straordinari per impedire la dissoluzione dell’Eurozona. Ha concepito e reso operativo il programma di unificazione bancaria. Ha introdotto nuove modalità nella gestione della politica monetaria. Ha definito un piano dettagliato per completare e rendere sostenibile l’Eurozona, mantenendo vivo il sogno di un continente unito non solo dal punto di vista monetario ma anche politico, operando nel solco della tradizione dei padri fondatori dell’Europa moderna». 

6E, paradossalmente, la Federazione russa: accordi di Budapest del 1994.

7Art. 54. Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, ecc. Art. 87. Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. Art. 91. Il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune.

8Fonte dei dati sui vari scrutini, OpenPolis su dati della Presidenza della Repubblica e del Parlamento in seduta comune. Ultimo aggiornamento 29 gennaio 2022.