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SOLDI&POLITICA
Perché la Banca della democrazia è finita su un binario morto

Una nuova banca creata per concedere prestiti a condizioni di mercato ai candidati ed ai partiti politici, mettendoli così tutti a parità di condizioni, è stato un progetto avanzato in Francia e poi accantonato. Ecco le ragioni e quali potrebbero essere da noi le alternative

Roberto Ruozi
Roberto-Ruozi

Il finanziamento dell’attività politica influisce su di essa ad ogni livello, cioè nei diversi territori di sua competenza e nei diversi organi che la esercitano. Detto finanziamento è in genere assicurato da fonti pubbliche e private. Il ruolo delle une e delle altre varia significativamente ed il modo in cui è strutturato condiziona la natura degli organi suddetti sia nei regimi autoritari sia in quelli democratici.

Tra questi ultimi rientra anche l’Italia, dove il finanziamento della politica ha sempre attratto l’opinione pubblica, assumendo nelle diverse aree geografiche configurazioni differenti, ma presentando anche alcune costanti, come il fatto che i tipi di fonti sono sostanzialmente tre: a) il finanziamento pubblico e in primis quello statale; b) le donazioni, i prestiti e le garanzie da parte di persone, aziende, istituzioni private e banche; c) le quote versate dagli associati dei diversi gruppi che svolgono attività politica, come i partiti e i candidati.

Il finanziamento pubblico è considerato uno dei principali strumenti per favorire la partecipazione dei cittadini, in particolare alla vita politica attraverso i partiti, incidendo sulle scelte e sulle strategie delle diverse collettività e dei sempre più numerosi candidati.

Altrettanto dicasi per le donazioni private, che possono non essere neutrali da un punto di vista politico, come sono invece i finanziamenti pubblici, richiedendo perciò una maggiore attenzione e un miglior controllo.

Tutto ciò ha portato a regole particolari e dettagliate, non infrequentemente disattese o violate, con conseguenze civili e penali oltre che politiche, che in diversi casi sono state eclatanti.

Meno problematici sono i finanziamenti da parte degli associati ai partiti, i cui impegni sono variamente stabiliti e che, qualora non rispettati, hanno solo effetti interni ai partiti stessi.

Fra i privati che possono intervenire nel finanziamento dei partiti e dei candidati rientrano, come prima segnalato, anche le banche, le quali in Francia sono state recentemente accusate di essere scarsamente disponibili allo scopo.

Questa considerazione è stata varie volte oggetto dell’attenzione pubblica e del mondo politico. In particolare, ciò è avvenuto con la proposta di costituire una Banca della democrazia, la quale avrebbe dovuto far sì che l’accesso ai prestiti bancari non sia o non diventi un ostacolo o un condizionamento dell’attività politica.

Un progetto in argomento è stato proposto qualche tempo fa dal governo, ma è stato presto abbandonato.

Esso prevedeva di realizzare una Banca della democrazia sia attraverso la Caisse des depots et consignations, organismo pubblico che avrebbe dovuto così diventare direttamente o indirettamente anche la principale se non esclusiva fonte di finanziamento di tale banca, non solo mediante l’emissione e la sottoscrizione del relativo capitale, ma anche per il suo finanziamento a titolo di credito.

L’attività fondamentale, se non addirittura unica, di tale banca avrebbe dovuto essere quella di concedere prestiti a condizioni di mercato ai candidati ed ai partiti politici. Gli affidamenti avrebbero dovuto essere effettuati sulla base esclusiva della valutazione del loro merito creditizio senza tener conto della colorazione politica. Da questo punto di vista la banca avrebbe dovuto mettere tutti i partiti, a parità di altre condizioni, su un piede di assoluta uguaglianza.

L’accantonamento del progetto è stato principalmente dovuto ai seguenti fatti: a. Si sono registrate opinioni diverse fra i politici di estrema destra e di estrema sinistra, che hanno le maggiori difficoltà nell’ottenimento di crediti bancari, e quelli più grandi e più centrali; b. si è temuto che la nuova struttura avrebbe potuto comportare un inutile appesantimento del sistema finanziario nazionale; c. il fabbisogno di credito bancario non soddisfatto per partiti e candidati è stato poi considerato poco rilevante; d. molte delle difficoltà incontrate nell’ottenimento dei crediti da parte loro non avrebbero peraltro riguardato la politica delle banche alle quali essi rivolgono, bensì le loro scarse informazioni e l’ancora più scarsa dimestichezza con le regole bancarie e finanziarie, problema che tuttavia avrebbe potuto essere risolto in altro modo; e. il timore che la banca potesse essere trasformata in un “open bar” al quale avrebbero potuto attingere anche coloro che non avessero avuto effettivi bisogni chiari e seri.

Il problema del finanziamento dei partiti nel nostro paese non è invece stato oggetto di dibattito pubblico negli ultimi tempi, soprattutto perché, tutto sommato, le cose vanno abbastanza bene e non necessitano le rivoluzioni più o meno consistenti che potrebbero essere apportate dalla costituzione di organi dedicati esclusivamente alla concessione ad essi di prestiti e di garanzie, come è stato il caso francese prima ricordato.

I motivi per i quali il relativo progetto non è stato convincente, e che sono perfettamente validi anche per un’eventuale sua proposta in Italia, consistono quindi nel fatto che presenta più pregi che difetti e che, in ogni caso, non avrebbe potuto cambiare in modo significativo l’attuale struttura generale del finanziamento dei partiti e dei candidati alle elezioni.

Per migliorare la nostra situazione, si potrebbero comunque rendere più attraenti le donazioni da parte dei privati, aumentando le aliquote delle deduzioni fiscali oggi per esse previste. Si potrebbero inoltre apportare modifiche al metodo di calcolo dei finanziamenti pubblici, cosa che potrebbe tuttavia far nascere problemi simili a quelli finora posti nei riguardi delle donazioni private.

I cambiamenti delle regole e dei metodi di calcolo attualmente in vigore non potrebbero infatti essere del tutto neutrali nei riguardi né dei singoli partiti né dei singoli candidati e finirebbero per agevolarne alcuni a scapito di altri. Tali potenziali cambiamenti non sarebbero quindi facilmente condivisi dall’insieme dei partiti politici e potrebbero essere assunti probabilmente solo sulla base di maggioranze attualmente improbabili.

In realtà ci troviamo in un tipico contesto in cui può essere più utile e opportuno il quieta non movere.

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