Perché i populisti hanno successo in Italia

Leonardo Morlino

Per anni siamo stati oggetto di curiosità e attenzione da parte di studiosi e leader politici di altri paesi, specie degli Usa. Avevamo il più forte partito comunista dell’Occidente, arrivato addirittura al 34,4% nel 1976. Poi, c’è stato il declino e lo scioglimento del partito. Abbiamo avuto anni di grigiore. Sembravamo essere entrati nella normalità. Ma ecco che sono arrivati i populisti, e lì davvero abbiamo dato il meglio. Siamo riusciti ad avere due partiti (Lega e M5S) – perché uno, se si può fare di più? – che scambiandosi le percentuali di voti tra il 2018 (elezioni nazionali) e il 2019 (elezioni europee) hanno mantenuto il 50% circa. L’eccezione comunista del dopoguerra era roba per dilettanti.

Dunque, di nuovo stiamo avendo le curiosità e le preoccupazioni degli studiosi e dei politici americani ed europei (a Bruxelles, piene di disprezzo). In breve, un’altra stagione in cui saremo al centro dell’attenzione. Ma come quando si studiavano i comunisti, la domanda è: perché da noi i populisti hanno avuto tanto successo, a differenza di altri paesi, ad esempio, del Portogallo? 

Con tutta la semplificazione necessaria, il bandolo della matassa sta nel seguire gli spostamenti di voto, che non possono essere solo connessi alle posizioni sociali dei votanti. Così si vede che nelle elezioni del 2018 e in quelle del 2019 due temi e due leader hanno occupato tutto lo spazio pubblico durante le rispettive campagne elettorali. Nel 2018 il reddito di cittadinanza e Di Maio, nel 2019 l’immigrazione e Salvini. Alcune ricerche sui giornali e sui tweets lo hanno documentato. Il successo, quindi, deriva innanzi tutto dalla capacità di un leader di appropriarsi di un tema e di usarlo efficacemente nella campagna elettorale. Ma per capire che cosa sia effettivamente successo, occorre ricostruire il ‘prima’ e il ‘dopo’. 

Riguardo al prima, come è stato possibile a un leader di identificarsi con un tema e tramutarlo in voto?

Ci sono diversi passaggi. Il primo. Emerge un problema importante, che tocca da vicino e talora a fondo molte persone. Così, in Italia, a seguito della Grande Recessione, iniziata nel 2008, protrattasi almeno fino al 2014, e poi seguita da una prolungata stagnazione, è cresciuto e poi si è stabilizzato, senza risolverlo, il problema della povertà. Ormai dal 2014 ci sono circa 5 milioni di individui in povertà assoluta e oltre 9 milioni in povertà relativa, specialmente concentrati nel Sud. L’altro problema rilevante è stata l’immigrazione, dovuta, come è ben noto, a tragedie umanitarie in alcune zone dell’Africa e del Medio Oriente. Il fenomeno è iniziato ben prima della crisi economica.

Il secondo. Su questa base oggettiva, che porta insoddisfazione e predisposizione alla protesta, un leader interviene con una strategia comunicativa ben organizzata in modo da identificarsi con il problema di cui promette la soluzione più o meno immediata. Il tema diviene pienamente percepito, anche al di là della sua consistenza reale, come è avvenuto per l’immigrazione.  Così quei leader creano la loro fortuna di imprenditori politici su questi problemi, delegittimando i governanti precedenti che non sono riusciti a risolverli.

Il terzo. La delegittimazione crea un’attenuazione dei legami politici tra cittadino scontento e partito precedentemente votato e la conseguente disponibilità a votare un’altra forza politica.

Il quarto. Qui c’è la divaricazione tra Italia e, ad esempio, Portogallo, e questo contribuisce a capire meglio il caso italiano rispetto ad altri casi con una situazione in parte simile. In Italia, vi è una tradizione di partecipazione e di voto. Dunque, problemi percepiti – delegittimazione – disponibilità a cambiare voto, poi diventano effettivamente voto per una forza che promette cambiamento. In Portogallo (crisi economica e povertà, ma con numeri assoluti ben diversi, e scarsa rilevanza dell’immigrazione), i passaggi sono gli stessi, ma a causa di un’alienazione maggiore i cittadini preferiscono l’astensione (e, spesso, emigrare in cerca di lavoro e condizioni migliori di vita, specie in Francia). Dunque, in un paese i nuovi partiti populisti hanno successo, nell’altro si ha l’effetto paradossale del non voto che rafforza i partiti tradizionali, compresa l’estrema sinistra da anni con programmi non diversi dai populisti, che rimangono sotto il 10% dei voti.

Il bello viene dopo. In un caso, l’Italia, i partiti populisti al potere si trovano in un vicolo cieco e incapaci di risolvere effettivamente i problemi esistenti nel modo in cui hanno promesso, con una conseguente situazione politica assai incerta. Nell’altro, una coraggiosa leadership tradizionale (socialista), rafforzata oggettivamente dal non voto e in alleanza con l’estrema sinistra, mette le basi per ripresa e il superamento della crisi economica e politica. Ci sarebbe da ridere, se si fosse capaci di farlo.