Ott 2018
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Il Principe

Perché Bolsonaro ha vinto

Leonardo Morlino

Di Getulio Vargas, presidente del Brasile autoritario dal 1930 al 1945 e dal 1951 al 1954, si ricorda una frase che gli piaceva ripetere: ‘per gli amici tutto, per i nemici la legge’. Chissà se fra qualche anno ricorderemo questa frase commentando le politiche del nuovo presidente del Brasile. Ma chi è Jair Bolsonaro e come è riuscito ad essere eletto?

Un buon uso dei social network, come sostiene qualcuno, non è una risposta sufficiente. Più rilevante, anche se ancora parziale, è un’altra risposta: il presidente appena eletto è riuscito a coagulare una maggioranza sufficiente a vincere con una campagna elettorale caratterizzata da messaggi forti e semplici, che mettevano in primo piano due problemi molto sentiti dai brasiliani in questi anni, sicurezza personale e lotta alla corruzione.

Tuttavia, per capire più a fondo le ragioni della vittoria altri tre elementi vanno aggiunti. Il primo è la delegittimazione del Partito dei Lavoratori ovvero del partito di Lula (Luiz Ignacio Lula da Silva), ex-presidente ed assai popolare solo qualche anno fa, ma ora in carcere per corruzione, e di Dilma Rousseff, eletta dopo Lula, ma destituita dopo un processo per impeachment per corruzione, che ha anche dilaniato il partito. Dunque, delegittimazione e divisione di chi era in competizione con Bolsonaro. Da questo punto di vista, il candidato del partito dei lavoratori, Haddad, arrivato quasi all’ultimo momento, non ha potuto fare molto.

Nei rapporti tra le due parti in competizione, vi è un secondo aspetto da sottolineare. È corretto ritenere che ancora oggi in Brasile la perdurante povertà e l’estrema disuguaglianza siano problemi in primo piano e rilevanti in diverse aree del paese, malgrado le politiche di Lula presidente, e infatti il voto delle regioni povere è andato ad Haddad. Ma Bolsonaro è riuscito a creare una maggioranza, sia pure limitata (55%), ma sufficiente per vincere, sugli altri due problemi pure importanti e su cui ha centrato la sua campagna elettorale, lotta alla corruzione e sicurezza personale, temi di cui lui è riuscito a diventare il campione, il leader su cui contare per risolverli. 

Da questo punto di vista, la lezione è evidente: si vince se si riesce fare diventare prioritari i temi che si sostengono, ovvero riuscendo ad impossessarsi dei temi che si aspetta saranno prioritari per una maggioranza degli elettori. In realtà, spesso, non c’è neanche molto di machiavellico in queste vittorie: si ha un incontro tra un leader autenticamente convinto della priorità di certi temi e una maggioranza che si riconosce in sintonia con quei temi e il leader che li rappresenta.

Riflettendo su questi aspetti si intravede un terzo fattore importante per capire la vittoria di Bolsonaro come di altri leader radicali. Gli elettori brasiliani, come di altri paesi, che non vedono più la democrazia sfidata come tale, che hanno dimenticato anche per ragioni generazionali il passato, un regime militare o non democratico di altro tipo, non devono più moderarsi per paura, ma si sentono liberi di dare sfogo alla loro rabbia, e possono radicalizzarsi, persino eleggendo un ex militare in un paese uscito meno di trenta anni fa da un lungo autoritarismo militare.

Ovviamente, come sempre, governare riducendo effettivamente la corruzione e i problemi dell’ordine pubblico non sarà facile per il nuovo presidente. Forse quando Bolsonaro tenterà di farlo ci tornerà in mente la celebre frase di Vargas.

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