Dic 2018
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Intervista / Bart Lambrecht

Per salvare una banca è meglio il bail-out

Paola Pilati

Per le banche il sistema del bail-out è preferibile a quello del bail-in. È questo, in estrema sintesi, il messaggio che arriva dallo studio presentato da Bart Lambrecht, professore di Finanza alla Judge Business School di Cambridge, alla International Rome Conference on money, banking and finance, che ha tenuto la sua 27ma edizione alla Luiss. 

A chi gli chiede se pensi a una proposta da inviare all’indirizzo delle autorità finanziarie europee, perché ritornino sui loro passi e rivedano la direttiva che ha imposto il bail-in, Lambrecht risponde che si tratta solo di uno studio teorico. Eppure dal suo “modello” vengono fuori messaggi molto netti che dovrebbero far riflettere sul sistema di risoluzione delle crisi bancarie. 

Nonostante alcuni difetti del bail-out, come il fatto che una garanzia è una forma di sovvenzione del costo del debito e crea quindi distorsioni, e che le banche con il bail-out  possano essere più inclini a diventare insolventi, o che questo tipo di regime di risoluzione delle crisi bancarie può spingere ad aumentare il Value at risk nel breve termine, tuttavia è un regime che presenta anche dei vantaggi, sostiene Lambrecht. Per esempio, è il modo più veloce per evitare che una crisi bancaria innesti un effetto sistemico a danno del resto dell’economia, inoltre limita il moral hazard perché penalizza i manager, che il bail-in si limita semplicemente a rimpiazzare. Soprattutto, ed è questa la nuova proposta di Lambrecht, il bail-out può essere finanziato anche con fondi privati, per eliminare il suo più grande difetto, quello di essere a spese del bilancio pubblico. 

«Certo questo è un modello che semplifica le assunzioni», dice Lambrecht, «ma ha il vantaggio di mostrare quali effetti possono essere messi in gioco, con una soluzione o con un’altra. Così si può valutare quali sono quelli positivi e quelli negativi».

La novità della sua proposizione è che il bail-out può essere sostenuto con finanziamenti privati e non a carico dello Stato. Come?

«Ho pensato a un sistema in cui le banche possono contribuire a un fondo per sostenere gli eventuali bail-out. Quando paghi i dividendi agli azionisti, o paghi il management, dovresti considerare che per ogni dollaro (o euro) che dai, una percentuale la versi a un fondo. Questo è un sistema preferibile ad una assicurazione sui depositi, a mio modo di vedere, perché un’assicurazione può provocare delle distorsioni, per esempio il management può essere incline a prendere più rischi del dovuto. Senza contare che è molto difficile la misurazione del premio assicurativo, vista la difficoltà di valutare il rischio di una banca, data la complessità di tutti i suoi asset. Invece i dividendi li vedi, e nei periodi buoni metti da parte. Così, invece di andare a chiedere al governo col cappello in mano, attingi al fondo».  

Lei ha messo in evidenza anche l’aspetto del VaR, il value at risk, dei diversi regimi di risoluzione: bail-out, bail-in, liquidazione in caso di bancarotta. Che cosa è meglio?

«La gente pensa che con il bail-out le banche prendano più rischio nei prestiti. Invece è l’opposto. Perché è nella liquidazione di una banca che il manager non ha niente da perdere, perché è l’unico soggetto ad avere una rete di sicurezza: gli basta andare in un’altra banca. Quanto al Value al risk: ci sono diversi tipo di rischio, quelli standard, quelli di possibile default dei prestiti, che possono essere misurati ma quando arrivano i macro shock, quelli che possono capitare ogni tot anni ma sono devastanti, come fai a misurarli? ».

Come esperto di corporate finance, quali suggerimenti darebbe alle imprese per il 2019?

«Direi che dal punto di vista della struttura del capitale le imprese devono essere molto caute: non devono essere troppo indebitate, o comunque assicurarsi che il debito sia a lungo termine per essere isolate da aumenti dei tassi, che sicuramente si muoveranno all’insù. L’altro avvertimento riguarda il Qe. C’è tanta liquidità pompata nel sistema, ma prima o poi il trend sarà invertito, come sta già accadendo negli Usa, il cash diventerà meno disponibile e i tassi di interesse aumenteranno in parallelo. Se oggi è facile ottenere il funding, domani le imprese devono essere attente a non rimanere intrappolate nell’aumento dei tassi, quando le linee di credito posso essere revocate se hai debito a breve, sei più esposto».

C’è un settore dell’industria che è più a rischio?

«Mi preoccupano le banche. In Italia, per esempio, molte sono in difficoltà: diciamo che il sistema italiano non è il più forte in Europa. Il fatto che le banche possiedano molti titoli di Stato, e che quindi abbiamo un legame molto stretto con il governo, vuol dire che se uno dei due è in difficoltà, le cose si complicano. Negli altri paesi, dove ci sono meno interconnessioni, se una banca è in difficoltà il governo può ancora decidere di entrare, ma in Italia i legami troppo stretti renderebbero più difficile farlo». 

Come vede la Brexit?

«Lo scenario è pieno di incognite. Troppo incognite. Quindi la preoccupazione è forte. Non si sa che cosa accadrà, se un nuovo referendum, o se finiremo sotto le regole il Wto per mancanza di un accordo con la Ue. Non puoi essere preparato a tante diverse ipotesi, e questo crea molta ansietà a tutti, dalle imprese alla gente della strada».

Molto prevedono una crisi economica all’orizzonte. Lei che ne pensa?

«La guerra commerciale tra Usa e Cina sembra un po’ in calo, ma può potenzialmente creare una crisi. Questa è senz’altro una cosa di cui preoccuparsi, e anche del fatto che molti paesi non sono completamente usciti dalla crisi precedente, e sono ancora fragili».

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