Feb 2019
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Conflitto governo via Nazionale

Per Banca d’Italia c’è il rischio paralisi

intervista con Stefano Micossi di Paola Pilati

Economista, europeista convinto, attivista in think tank prestigiosi come il Cepr e EuropEos, direttore generale dell’Assonime, Stefano Micossi siede nel consiglio d’amministrazione di Unicredit e nel comitato di corporate governance di Borsa Italiana. Quest’ampia esperienza, unita a una passione civile, ne fanno un affilato commentatore dell’attualità. In questa intervista ha accettato di parlare con Fchub del conflitto montante tra governo e banca centrale. Eccola.

Una proposta del senatore leghista Claudio Borghi vuole la proprietà pubblica dell’oro di Banca d’Italia, un’altra di Fratelli d’Italia chiede la nazionalizzazione della banca. L’autonomia di via Nazionale è in pericolo?

«La Banca d’Italia è già una istituzione pubblica. Non vedo dunque che senso abbia parlare di nazionalizzazione. Ma soprattutto non si riflette su un aspetto: che la banca fa parte del sistema europeo delle banche centrali, e in quanto tale ha rilevanza costituzionale a norma dei trattati europei. Questo vuole dire che il suo assetto non può essere cambiato con legge ordinaria. E non mi sembra che la violazione dei trattati europei sia un atto facilmente realizzabile».

Vuole dire che l’assetto di Bankitalia è materia in cui il Parlamento non può mettere becco?

«L’autonomia della banca, e la sua indipendenza finanziaria, sono protette dal trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Lo statuto del sistema delle banche centrali e della Bce è parte integrante di quel trattato. Quindi è una materia che non è nella disponibilità del Parlamento italiano. Almeno finché siamo dentro il sistema europeo».

Non potrebbe essere appunto questo il disegno sottostante: usare il tema banca centrale e il suo oro come leva per uscirne?

«Uscire? Per fare cosa? Cosa sono 84 miliardi, tanto vale più o meno oggi quell’oro, contro i 2.300 miliardi di debito pubblico? Li spendiamo e facciamo una festa che dura una settimana, e poi?».

Perché quell’oro è così importante?

«Perché all’estero viene visto come l’ultima linea di garanzia del nostro debito: questo è il motivo importante per cui non è disponibile».

Eppure non è la prima volta che nel governo si affaccia questa l’idea.

«È vero. L’idea di spendere queste riserve per sostenere la crescita, è emersa nei governi precedenti. Lanciata da Renato Brunetta, da Giulio Tremonti. Poi quando si va a verificare, si vede che non si può fare. L’idea di vendere l’oro avrebbe effetti devastanti sulla fiducia del paese. Un paese che è ridotto a spendere le riserve auree per sostenere sussidi e aziende inefficienti, o fare assistenza in disavanzo, è il segnale che è alla frutta. Oggi la fiducia non è altissima, come si vede dal livello dello spread. Questa dell’oro sarebbe una conferma della completa inaffidabilità del paese, oltre che un attacco da parte dell’Italia al sistema delle banche centrali, non percorribile perché incostituzionale».

Sul tema dell’autonomia anche altre banche centrali sono sotto schiaffo: per esempio la Fed, che viene criticata aspramente da Trump, il quale vorrebbe un’altra politica dei tassi.

«Tutte le crisi finanziarie mettono sotto pressione il principio dell’indipendenza delle banche centrali. Questo perché spesso si deve fare ricorso a interventi che violano i princìpi della politica monetaria: si stampa moneta affinché il sistema non collassi, e i rapporti tra Tesoro e banca centrale tendono a confondersi. E poiché l’ultima garanzia della moneta è il Tesoro dello Stato, ed è lui che garantisce per tutti gli interventi della Fed, in quel momento l’autonomia è compromessa. Ma in generale la politica è sempre in tensione rispetto all’indipendenza della banca centrale. Nel caso di Trump, la sua amministrazione spinge l’economia facendo molti debiti, e si aspetta che la Fed accomodi con i tassi. Di qui il conflitto».

In Europa questo non accade.

«È vero. Ed è perché l’assetto istituzionale europeo non ha un Tesoro di fronte a una banca centrale, ma molti Tesori di fronte a una sola banca, la Bce. E la sua indipendenza è la garanzia contro la possibilità che l’irresponsabilità di uno Stato minacci la stabilità collettiva».

Allora in Europa l’Italia è la pietra dello scandalo: il no del governo alla riconferma di Luigi Federico Signorini nel Direttorio di Bankitalia è o non è un attacco alla sua autonomia?

«Sì: possono paralizzare l’istituzione. Se non confermano Signorini e non rinnovano Salvatore Rossi e Valeria Sannucci, il direttorio non sarà più in condizioni di funzionare. Ma se vanno a uno scontro di questo tipo avranno contro il presidente della Repubblica».

E se non funziona il Direttorio, che succede?

«Nasce un problema serio. Perché minaccia l’autonomia della banca, che di tutte le istituzioni indipendenti ha una tutela costituzionale extra che sta nei trattati europei. Se non la mettiamo in condizione di lavorare entriamo in conflitto con le istituzioni europee. Ma io non penso che lo vogliano davvero: il governo ha bisogno di credibilità».

Come valuta la nomina di Paolo Savona alla Consob?

«I giallo-verdi hanno deciso perché dovevano liberarsi di un ministro che stava diventando scomodo. Detto questo, sono convinto che Savona farà bene, e con la massima indipendenza. L’impressione generale è che questo governo non riesca a prendere decisioni. Si accorgono dei problemi solo quando arrivano sul tavolo. Cercano un’intesa e non la trovano, perché in realtà sono divisi su tutto. Per la Consob ci hanno messo sei mesi».

Signorini oggi dovrebbe pagare per le colpe che questo governo addebita della Vigilanza. La sensazione che non abbia funzionato al meglio è piuttosto diffusa.

«Ora la Vigilanza non è più qui. Nel passato ha avuto delle defaillances: il dubbio che nel caso delle due banche venete non abbiano visto è molto forte. Ma nel caso delle quattro banche in risoluzione no. Ci sono stati molti tentativi di sostituire i vertici, che resistevano con forti sostegni politici. Il vero motivo per cui Bankitalia agiva adagio è che le è cambiato il mondo sotto i piedi. È saltato il vecchio schema per cui una banca si salvava cedendola ad un’altra con l’aiuto del Fondo interbancario sui depositi. Ed è saltato sia per le regole europee, sia perché gli sportelli non li vuole più nessuno».

Resta il fatto che oggi ci sono migliaia di risparmiatori che chiedono di essere risarciti. Comprensibile che il governo se ne faccia paladino additando un colpevole.

«Il motivo per cui il caso è diventato politicamente e socialmente esplosivo è un altro, non la Vigilanza».

Quale?

«Dal 2009 al 2012 le banche si sono ricapitalizzate emettendo 65 miliardi di junior bond, di cui 35 veduti alla clientela retail. Quando nel 2016 è entrata in vigore la Direttiva sul bail in, essa conteneva una norma che non ho mai capito perché sia stata accettata: che il bail in si applicava retroattivamente. Cioè anche sui junior bond in circolazione. Quando esplode il caso di Etruria, ci si accorge che quei titoli erano stati venduti ai depositanti, anche con pratiche di misselling. Molti avevano acquistato pensando di avere titoli della propria banca. Invece non valevano niente».

Tutta colpa del bail in?

«Il principio è sano: non paga Pantalone, ma i banchieri e i loro creditori. Invece ora stanno ritornando a quel sistema senza dirlo…».

Si riferisce all’iniziativa del governo di rimborsare con fondi pubblici gli azionisti e gli obbligazionisti delle banche fallite?

«Questa roba la Commissione europea non la passerà: va contro la normativa europa. Bruxelles ha già scritto una lettera al nostro governo per chiedere spiegazioni. Ma la Vigilanza non c’entra niente: loro si scagliano contro la Banca d’Italia perché cavalcano la rabbia dei risparmiatori».

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