I conti pubblici, l'Europa, l'intelligenza artificiale, che cosa serve al paese. Due visioni, due posture
A colpire, nelle ore che separano le Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta e la relazione all’assemblea di Confindustria di Emanuele Orsini, non è tanto la distanza delle diagnosi quanto quella del linguaggio.
Entrambi vedono un mondo entrato in una nuova stagione di instabilità geopolitica, di frammentazione commerciale e di competizione tecnologica. Entrambi leggono nell’intelligenza artificiale il nuovo spartiacque della potenza economica. Entrambi chiedono più investimenti, più integrazione europea, più capacità industriale.
Eppure la postura è radicalmente diversa: Panetta parla come il custode di un equilibrio di cui non si nasconde le fragilità; Orsini come il capo di un sistema produttivo che descrive come arrivato al limite della sopravvivenza.
Le due relazioni finiscono così per rappresentare due stati d’animo dell’Italia contemporanea: quello istituzionale della prudenza e quello industriale dell’urgenza.
Il governatore costruisce il suo intervento dentro una grammatica della complessità. La parola dominante è “interdipendenza”. Il conflitto nel Golfo Persico, il blocco di Hormuz, la nuova inflazione energetica, le tensioni commerciali e la fragilità finanziaria vengono descritti come elementi concatenati di un sistema globale esposto a shock simultanei.
Panetta non indulge mai nella polemica. Quando critica l’Europa lo fa con il lessico della riforma, non della denuncia. L’Unione, dice, soffre per lentezza decisionale, frammentazione dei mercati dei capitali, ritardi nell’attuazione delle politiche industriali e tecnologiche. Ma il punto centrale è che le risposte devono restare cooperative e multilaterali. “La frammentazione non elimina gli squilibri: li sposta, li nasconde, li rende più profondi”. Insomma: serve più Europa, non meno.
Orsini sceglie la retorica della mobilitazione industriale. Il tono è più drammatico, quasi emergenziale. “Il momento della verità è arrivato”, scandisce nelle prime pagine della relazione. L’Europa, nella lettura del presidente di Confindustria, non è soltanto lenta: è responsabile di avere indebolito la manifattura con regole “asfissianti”, costi energetici fuori controllo e un eccesso di burocrazia. Panetta vede vulnerabilità sistemiche; Orsini vede il rischio di desertificazione industriale. Panetta richiama la necessità di evitare spirali inflazionistiche; Orsini parla di fabbriche che rischiano di chiudere adesso.
Anche l’atteggiamento verso il governo riflette questa differenza di postura. Panetta mantiene il tradizionale equilibrio istituzionale della banca centrale: riconosce la prudenza tenuta sulla gestione dei conti pubblici e insiste sulla necessità di proseguire con investimenti e riforme, ma senza mai trasformare il discorso in una legittimazione politica esplicita. La sua è una moral suasion tecnica. Quando parla del PNRR, ad esempio, sottolinea tanto i risultati quanto i limiti strutturali del sistema italiano: produttività stagnante, ritardo nell’innovazione, debolezza del capitale umano.
Orsini, al contrario, punta a una relazione apertamente rivendicativa con l’esecutivo. C’è una critica feroce all’Europa, ma accompagnata da un riconoscimento esplicito al governo Meloni su energia, Mercosur e prudenza fiscale. È una forma di pressione collaborativa: Confindustria non si mette contro Palazzo Chigi, ma chiede all’esecutivo di alzare il livello dello scontro negoziale europeo. In filigrana emerge quasi una divisione dei ruoli: Roma come alleato tattico dell’industria italiana dentro un’Europa percepita come tecnocratica e distante.
Le convergenze aumentano sul tema dell’intelligenza artificiale. Ma a cambiare è l’accento.
Panetta considera l’IA come una trasformazione sistemica paragonabile alle grandi rivoluzioni industriali. Non insiste tanto sul tema della sovranità quanto su quello della produttività e della diffusione tecnologica. Qui la parola d’ordine di Banca d’Italia è: rapidità. Il vero rischio, per il governatore, è che l’Italia replichi il ritardo accumulato negli anni Novanta con le tecnologie digitali. Sarebbe un errore rovinoso.
L’IA può aumentare la produttività fino a oltre un punto percentuale annuo nello scenario migliore, ma soltanto se le imprese – soprattutto le PMI – sapranno adottarla davvero. “Nelle grandi rivoluzioni tecnologiche, i guadagni maggiori sono spesso andati non a chi le ha originate, ma a chi ha saputo adottarle e applicarle. È su questo terreno che si deciderà la crescita futura”, scrive Bankitalia, come a imprimere un incoraggiamento a non indugiare, a partire subito in questa direzione.
Sullo stesso tema, Orsini sceglie l’impostazione geopolitica. “L’AI non è una tecnologia che possiamo semplicemente acquistare”, afferma, “è un ecosistema che dobbiamo costruire”. L’intelligenza artificiale, per il presidente della Confindustria, è questione di sovranità economica, di controllo dei dati, di indipendenza strategica dall’asse Usa-Cina. Non è soltanto una leva di produttività: è il terreno sul quale si decideranno i nuovi rapporti di forza globali.
È significativo della differente visione il fatto che Panetta insista sulle competenze da costruire, a partire dal sistema scolastico, e sugli investimenti privati, mentre Orsini leghi l’IA al debito comune europeo, alle infrastrutture energetiche, ai data center e alla cybersicurezza. Il primo dà alle imprese un ruolo attivo, il secondo cerca di metterle al riparo.
Anche sugli investimenti emerge una differenza di cultura economica. Panetta ragiona come un banchiere centrale europeo: investimenti pubblici sì, ma dentro un quadro di sostenibilità finanziaria e integrazione continentale. La sua idea chiave è il completamento del mercato dei capitali europeo e la creazione di un titolo sovrano comune capace di mobilitare risparmio privato.
Orsini ragiona da rappresentante della manifattura: gli investimenti sono innanzitutto una questione di sopravvivenza produttiva. E chiede 1.200 miliardi l’anno per la competitività europea, invoca debito comune, sospensione dell’ETS, accelerazione delle autorizzazioni energetiche, intervento statale sulle reti. Dove Panetta usa il lessico dell’efficienza allocativa, Orsini usa quello dell’allarme e della richiesta di interventi pubblici.
Alla fine, però, i due discorsi convergono su un punto: l’idea che l’Europa abbia esaurito il tempo della neutralità regolatoria. Sia il governatore sia il presidente di Confindustria ritengono che il nuovo ciclo storico richieda una politica industriale esplicita, investimenti comuni, autonomia tecnologica e capacità di agire su scala continentale.
La differenza è che Panetta vede questo passaggio come una necessaria evoluzione dell’ordine europeo; Orsini come una corsa contro il tempo per evitare il declino industriale.
P.P.