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IL RILANCIO DOPO L’EMERGENZA/ QUALE RUOLO ALL'INTERVENTO PUBBLICO?

Ora tocca alle grandi imprese

INTERVISTA A RENATO MAZZONCINI

di Maurizio Faroni

L’emergenza economica conseguita alla pandemia globale del Covid-19 ha determinato in tutto il mondo l’adozione di misure senza precedenti da parte delle Banche Centrali, ma soprattutto l’approvazione di politiche keynesiane di spesa pubblica, straordinarie per importi e per intensità. Basti pensare che i provvedimenti fiscali e finanziari assunti negli Stati Uniti ammonteranno ad oltre 2.300 miliardi di dollari mentre in Cina si cifrano in 2,6 trilioni di yuan. A livello di Unione Europea si sono già definiti interventi cumulati per 540 miliardi di euro, destinati a crescere sensibilmente con l’adozione del Recovery Fund per un importo atteso nell’ordine di 1.000 miliardi, che integrano le grandi politiche fiscali nazionali di ciascun paese. 

Con l’approvazione del DL del 13 maggio le manovre fiscali in Italia hanno raggiunto gli 80 miliardi di euro, con saldi netti da finanziare sensibilmente più elevati (155 miliardi) e con ulteriori effetti moltiplicativi attesi dal meccanismo delle garanzie statali sui crediti bancari a famiglie ed imprese. Nonostante una situazione di finanza pubblica appesantita dallo stock di debito pubblico cumulato, si sono dunque decisi interventi di portata eccezionale per contenere gli effetti recessivi della pandemia e mantenere, per quanto possibile, intatto il potenziale produttivo del paese. L’efficacia di queste misure potrà essere valutata solo nel tempo, ma occorre già oggi comprendere se questo complesso di interventi estremamente impegnativi per il paese siano adeguati a far ripartire un’economia in difficoltà in tutti i comparti, dalla manifattura al commercio, dall’edilizia al turismo. 

È essenziale che l’attore pubblico si mostri capace di far fluire il necessario supporto alle imprese più colpite, nonché fungere da catalizzatore di investimenti e progetti di medio-lungo periodo, che assicurino durevoli ricadute anche sul settore privato. Una crisi così profonda non può non innescare infine un ripensamento dei meccanismi che governano i processi di spesa e il modello di funzionamento della macchina amministrativa, per assicurarci che lo sforzo finanziario che si sta compiendo arrivi rapidamente all’economia reale e non finisca per caricare pesi insostenibili sulla finanza pubblica.

Per approfondire da un’ottica squisitamente manageriale questi temi, ho avuto l’occasione – nell’ambito di un ciclo di incontri web promosso dalla Cooperativa Cattolico-Democratica di Cultura (CCDC https://www.ccdc.it) – di rivolgere alcune domande a Renato Mazzoncini, di recente nominato alla guida di A2A, ed ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato. Ingegnere laureato al Politecnico (presso cui oggi fra l’altro insegna), Renato Mazzoncini ha iniziato la sua esperienza professionale in Ansaldo, cui è seguito un percorso da amministratore delegato in numerose società private, pubbliche e miste; in particolare è stato amministratore delegato di Ferrovie dello Stato prima di approdare con il medesimo incarico in A2A. Avendo ricoperto per alcuni anni anche il ruolo di Presidente dell’Associazione che riuniva le 200 più importanti aziende ferroviarie mondiali, ho potuto fare con lui anche un confronto sullo stato delle nostre infrastrutture. Ne è nata una conversazione, di cui forniamo di seguito ampi stralci (https://youtu.be/jWAqsDH2XZQ).

Il nostro prodotto interno lordo è sceso già del 5% e scenderà ulteriormente nel secondo trimestre. Il nostro debito pubblico sappiamo che, per effetto delle politiche che si sono intraprese, registrerà ulteriori crescite, sopra il 150% del rapporto col prodotto interno lordo. In tutta Europa e in Italia sono state attuate delle rapide politiche keynesiane, cioè di forte spesa pubblica. La domanda che tutti ci facciamo è: questo complesso di interventi pubblici che sono stati pensati, attuati, normati e con qualche fatica stanno prendendo corpo, sono in grado di aiutarci a riprendere una stagione di crescita in un Paese che già faticava prima della pandemia?

«Le misure che si stanno adottando, sia a livello di Unione Europea sia a livello italiano, mi sembra che abbiano fondamentalmente due obiettivi. Uno è quello di evitare che schizzino gli spread dell’enorme debito pubblico. Su questo direi che le politiche ben avviate da Draghi stanno continuando ed è la ragione per cui, pur in una situazione di evidente criticità, lo spread è tutto sommato sotto controllo. Questo è molto importante perché il secondo elemento, che è quello di fornire liquidità (si continua a parlare della necessità di immettere centinaia di miliardi nel sistema sociale economico, nelle aziende), creerà nuovo debito pubblico. Quindi le due cose sono correlate. C’è comunque una differenza fra avere liquidità e spenderla bene, in modo che per il futuro dei nostri figli non rimanga solo debito, ma rimangano anche infrastrutture e competitività per il Paese. Prima del Covid si stava comunque discutendo su come fare a sbloccare ingenti investimenti proprio nell’ambito pubblico. Faccio due esempi, relativi a società che conosco molto bene perché le ho gestite all’interno del gruppo Ferrovie dello Stato: RFI e ANAS, solo nel triennio 2020-2023, hanno investimenti che possono essere aperti per un totale di 44 miliardi di euro (31 miliardi di RFI e 13 miliardi di ANAS). Molti di questi investimenti, tra l’altro, già finanziati con una copertura a livello di Ministero delle Finanze che supera spesso il 50%. Quindi, è più un problema di procedure, cioè di come gestire gli appalti, di come fare a sbloccare le conferenze dei servizi; non a caso si parla sempre più spesso della necessità di avere dei commissari straordinari delle opere.

In questi giorni, abbiamo visto l’inaugurazione di primi manufatti importantissimi come il ponte di Genova e a nessuno sfugge che la velocità con cui è stato realizzato, non comune in Italia, è dipesa in larga parte dal fatto che è stato nominato un commissario straordinario. Potrei citare anche l’alta velocità sulla Napoli-Bari, dove avere un commissario fondamentalmente serve a superare una buona parte della burocrazia che blocca gli investimenti del nostro Paese.

Ritengo che sia assolutamente necessario sbloccare gli investimenti pubblici, perché in questo momento noi abbiamo due alternative: o riusciamo a creare lavoro velocemente per le persone, oppure dovremo comunque dar loro un reddito per sostenersi, perché non possiamo avere persone nel nostro Paese che non riescono ad arrivare a fine mese o ad avere i soldi per mangiare. Bisogna tener conto che ogni miliardo di euro di questi investimenti pubblici genera un indotto più che proporzionale; quindi sbloccare 50 miliardi di investimenti pubblici vuol dire sbloccare più di 100 miliardi di attività di lavoro vero per le persone. 

Per fare questo bisogna essere molto veloci, cioè bisogna far sì che tutto quello che era già cantierabile, si sblocchi non dal punto di vista delle risorse, che sono a mio avviso disponibili, ma dal punto di vista delle procedure burocratiche, quelle che veramente ammazzano il nostro paese e che stanno rallentando tutto».

Quanto ai processi decisionali burocratici e amministrativi più rapidi e più efficaci, un’altra leva è quella delle società a controllo pubblico o società miste (con un controllo pubblico-privato) che forse possono, più delle aziende private, superare la logica del breve termine. Possono farlo puntando a progetti e investimenti di ampio respiro, senza l’ossessione dei risultati trimestrali. Secondo te le aziende miste o le aziende a controllo pubblico possono essere, in questa fase, il motore di questo cambiamento, insieme agli investimenti diretti del pubblico?

«Ho amministrato aziende 100% private, 100% pubbliche, o miste pubblico-privato. E non sono completamente d’accordo con la tua affermazione nel dire che le aziende private rischiano di lavorare sul breve termine, mentre le aziende pubbliche o miste no. Questo dipende solo dalla qualità del management, perché anche gli imprenditori privati – e spesso in Italia abbiamo famiglie di imprenditori che si tramandano l’attività imprenditoriale di generazione in generazione – spesso hanno visioni di lunghissimo periodo. L’importante è avere un management che sia in grado di mettere in piedi piani industriali di lungo periodo e di attuarli con una visione che, purtroppo, non tutti hanno. Può essere diverso il ragionamento quando si hanno fondi di investimento come azionisti, perché i fondi di investimento hanno spesso una logica di ritorno più a breve. Però, tra i fondi d’investimento e le grandi famiglie imprenditoriali italiane ed europee, c’è una significativa differenza. 

Farei piuttosto una distinzione tra grandi aziende e piccole medie, perché nei momenti critici come questo è indubbio che siano le grandi aziende che devono assumersi maggiori responsabilità. Quelle che, avendo un livello di capitalizzazione maggiore impattano di più sul PIL, possono fare di più. Prendiamo il ponte di Genova: lo sta ricostruendo la Salini Impregilo, un’azienda privata, che è l’unica grande azienda di costruzioni rimasta a livello nazionale e, certamente, non possiamo annoverarla fra le aziende che ragionano sul breve periodo.

Quindi, grandi aziende, come sono il gruppo Ferrovie dello Stato, Enel, Eni e un’azienda importantissima come A2A, possono contribuire in maniera significativa, perché sono aziende che hanno grandi piani di investimento. Se si va a guardare per esempio il mondo delle multiutility (le quattro grandi multiutility italiane che sono A2A, Hera, Iren e Acea) sono aziende che nel loro piano industriale hanno investimenti nei prossimi 4-5 anni dell’ordine dei 400 miliardi. E che a loro volta hanno un indotto che genera altri importanti investimenti. Direi che è il momento in cui queste aziende, che peraltro hanno meno problemi di liquidità di quanto ne abbiano le piccole (anche perché per loro è più facile finanziarsi) giocano la partita fondamentale: sia perché sono in grado di mettere in campo investimenti importantissimi, e sia perché hanno all’interno le competenze tecniche e tecnico-amministrative per gestirli. Sono entrato in Ferrovie dello Stato nel 2000; nel 2014 aveva rendicontato 2,8 miliardi di investimenti e, nell’ultimo anno che ho gestito, sono stati rendicontati 6,5/7miliardi di investimenti. Per riuscire a gestire una tale mole di investimenti, occorre avere degli ottimi tecnici che siano in grado di fare la parte di progettazione, organizzare gare e, visto che la burocrazia esiste, anche una parte tecnico-amministrativa rilevante».

Sono d’accordo sul punto che il discrimine non è tanto “pubblico-privato”, ma “ben gestito-mal gestito”. È però evidente che di grandi aziende private italiane, con le dimensioni per gli investimenti che tu accennavi, purtroppo non ne abbiamo moltissime. Le grandi famiglie imprenditoriali italiane hanno normalmente un orizzonte di lungo periodo, ma sono per lo più concentrate in operatori di dimensioni medie e non di dimensioni grandi. Vorrei quindi che approfondissi anche il tema delicato del ritorno di un ruolo pubblico in economia più esteso, dell’equilibrio pubblico/privato e, più in generale, di un modello di sviluppo che sia ecocompatibile e dia una prospettiva al nostro paese di riprendere una posizione di rilievo tra i grandi paesi manifatturieri con tutte le sue filiere. 

«Penso che quando sei nei guai, e adesso siamo nei guai, anche molto grossi, la prima cosa che bisogna fare è aprire la cassetta degli attrezzi e vedere che cosa c’è di buono. Dopodiché, quello che manca bisogna procurarselo. Quello che c’è di buono in Italia, secondo me, sono due aspetti: una cultura tecnica, anche ingegneristica, molto sviluppata (abbiamo in Italia, in tutti i settori, degli ottimi tecnici e questa non è una cosa che hanno tutti); e poi abbiamo un sistema regolatorio che io considero molto buono. Abbiamo avuto la prima autorità dei trasporti europea, abbiamo un’ottima autorità dell’energia. Siamo l’unico paese al mondo con la competizione sull’alta velocità, con il risultato che abbiamo dimezzato i prezzi e raddoppiato la frequenza. Quindi, un buon sistema regolatorio è quello che fa funzionare il mercato a prescindere dal fatto che le aziende siano pubbliche o private. Se c’è un buon regolatore, il regolatore è quello che porta lo Stato a controllare e vigilare che il nostro sistema economico-sociale vada nella direzione che si è scelta. Un altro esempio che può essere capito da chiunque: nel momento in cui si sale su un treno, su un autobus regionale, e si paga il biglietto, quel biglietto è stato deciso dal regolatore che ha fissato quanto paga il cittadino e quanti soldi ci mette la regione, il comune o la provincia. Indipendentemente dal fatto che l’azienda che sta fornendo il servizio sia un’azienda pubblica o sia un’azienda privata. 

È però vero che in Italia l’imprenditoria privata è molto concentrata sull’azienda media e le grandi aziende nazionali – cioè quelle che dal 2013 ci hanno fatto uscire dalla crisi, a partire dalle grandi aziende, dalle grandi multiutility che ho citato prima – sono tutte aziende che hanno una partecipazione pubblica. Ad oggi ci troviamo in una situazione in cui nell’economia gestita da aziende pubbliche il paese ha sicuramente un traino formidabile. L’importante è che, visto che c’è un azionista pubblico, questo azionista continui a ragionare anche con una mente proiettata verso il futuro.

Quello che veramente ci manca per sbloccare le cose è la burocrazia. La burocrazia è ciò che ci sta “uccidendo”, che sta rallentando in maniera drastica, ed è ciò che oggi non ci possiamo più permettere. Quindi, credo che tutti i cittadini italiani si stiano augurando che l’unico effetto positivo che possa rimanere da questo Covid sia il fatto di demolire – in maniera positiva e mantenendo tutti i controlli necessari – la burocrazia, che è quella che sta effettivamente rallentando il nostro sviluppo economico. 

Io penso che abbiamo la possibilità già i prossimi mesi di ripartire. Vedo in Lombardia grande preoccupazione, ma anche grande serietà. C’è consapevolezza che abbiamo di fronte ancora un nemico potentissimo, ma una grande voglia di ripartire dal punto di vista industriale. Credo che se riparte la Lombardia, se ripartono le regioni principali, potremo augurarci di arrivare a un calo del PIL del 2020 un po’ meno critico di quello che oggi stanno vedendo gli analisti. E visto che nel 2021 tutti prevedono un rimbalzo, credo che potremo uscire da tutto questo abbastanza velocemente. Non comparo questa situazione al Dopoguerra perché, oggettivamente, durante la guerra sono state fisicamente bombardate, demolite le strutture di produzione industriale, mentre qui sono state “messe nel surgelatore”, quindi bisogna riuscire a “decongelarle” il più velocemente possibile. Ma ci sono».

Penso che possiamo chiudere con una nota di ottimismo. Abbiamo le capacità produttive, le infrastrutture di servizio – alcune sulla frontiera di efficienza, altre invece da risanare – e come in tutte le crisi c’è anche un’opportunità. Forse siamo un Paese che, nei momenti più difficili della propria storia, ha mostrato la capacità di reagire facendo leva sul fatto che la nostra economia, le nostre persone hanno un sistema di valori che crede nella capacità di uscire da questo momento così terribile.