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Salvataggi bancari

Non sparate sul Fondo

intervista a Raffaele Lener

di Paola Pilati

Nella storia recente dei salvataggi bancari, si è moltiplicato l’intervento del Fitd, il Fondo interbancario di tutela dei depositi, ma sul suo ruolo non mancano i dubbi e gli inciampi.

Prima è arrivata l’accusa dell’Antitrust europeo che lo ha equiparato a un aiuto pubblico nel caso della banca Tercas, salvata con una dotazione di oltre 300 milioni di euro. Il Fondo sembrava messo all’angolo. Ma il ricorso al Tribunale europeo contro il giudizio della Commissione ha dato ragione all’Italia (ora è pendente il giudizio di secondo grado alla Corte di Giustizia), e ha sdoganato di nuovo questo strumento. Facendone di fatto l’unica arma per intervenire in soccorso dell’ultimo caso di crisi bancaria, quello della Popolare di Bari.

Ora però un nuovo freno all’utilizzo del Fitd potrebbe venire dall’Eba. Nel suo parere sulla revisione della Direttiva Ue sugli schemi di garanzia dei depositi, l’autority bancaria europea chiede di chiarire quali fondi possono essere usati, e fino a che entità può arrivare il loro intervento. Se insomma l’intervento “infinito”, per scongiurare un fallimento dopo l’altro, non finisca per sconfinare nell’intervento pubblico.

Uno dei casi recenti in cui il Fitd ha avuto un ruolo risolutivo è quello della Carige. Che ne pensa il giurista Raffaele Lener, che di quella banca è stato uno dei commissari straordinari che l’hanno guidata fuori dalle secche di un possibile default?

Professore, anche nel caso della Cassa di Genova il ruolo del Fondo potrebbe essere messo sotto accusa?
«Direi proprio di no. Nel nostro caso l’intervento del Fondo è arrivato prima dell’amministrazione straordinaria. Il Fondo infatti ha sottoscritto il bond – peraltro con un tasso di interesse assai elevato – quando la banca era ancora in bonis. Solo successivamente quel bond, non essendo stato ripagato, è stato convertito in azioni della banca. Si è trattato quindi di un’operazione di mercato. Non è stato così in altre situazioni di crisi. Con riferimento al caso della Popolare di Bari, che oggi polarizza l’attenzione, non si può escludere un intervento diretto sul capitale».

L’operazione potrebbe essere a rischio?
«È una questione ancora apertissima. Occorre attendere la sentenza della Corte di Giustizia. Ma secondo me la sentenza del Tribunale UE di primo grado è una sentenza giusta: non si tratta di aiuti di Stato, ma di risorse private. E’ stato rispettato lo spirito delle direttive comunitarie, volte a evitare il “bail-out”, cioè il risanamento con risorse pubbliche (con denaro dei “tax payers” come si usa dire). Qui è il sistema bancario (privato) che è intervenuto con proprie risorse per risolvere la situazione di crisi di una banca importante. Anzi, proprio perché si tratta di denaro privato, dobbiamo ricordare che le risorse del Fondo non sono infinte. Non si può continuare a drenare risorse dal fondo delle banche, se non rischiando di mettere in pericolo la loro stessa solidità patrimoniale.».

La vicenda Carige ha lasciato però uno strascico di cause: dalla Malacalza Investimenti, da Vittorio Malacalza in persona, e da una serie di azionisti che si autoqualificano come class action…
«Malacalza Investimenti chiede il risarcimento danni sostenendo che in qualche modo la banca è stata svenduta (poi a chi? Al Fondo delle banche? a chi dal Fondo comprerà?). La verità è che la banca aveva perduto tutto il capitale e la responsabilità non può non ricadere su chi la banca ha gestito. Una novità importante messa in evidenza da questa azione sta proprio nel fatto che nella richiesta di danni la finanziaria della famiglia Malacalza per la prima volta espressamente afferma che controllava la banca, mentre finora si era sempre presentata solo come “socio di maggioranza relativa”, ma non come il soggetto che esercitava direzione e coordinamento.».

Secondo lei ci può essere un obiettivo recondito dietro la richiesta di danni dei Malacalza? Si è sussurrato a lungo di un modo per “ricompensarli” dei 480 milioni bruciati in Carige per il fatto di non aver messo ostacoli al passaggio della banca ad altri.
«Non saprei. Non va dimenticato che Malacalza Investimenti ha fatto un investimento assai significativo in Carige, a differenza di altre situazioni di crisi in cui la banca è stata gestita da soggetti che non avevano effettuato investimenti o lo avevano fatto in modo limitatissimo, di fatto disponendo di denaro altrui. Posso però dire che tentativi di coinvolgerli in una soluzione ci sono stati e sono stati continui, sin dalla sfumata operazione con BlackRock. La finanziaria ha detto sempre no, mostrando pochissimo interesse a intervenire di nuovo. Ora cosa si può ancora “negoziare” con i nuovi azionisti, ammesso che un interesse ci sia: un posto nel consiglio d’amministrazione? Opzioni di acquisto di azioni? Non vedo molti spazi. Se un anno fa la banca era da salvare, e certamente la trattativa poteva essere proficua, oggi la situazione è diversa».

Il governatore della Liguria Toti si è lamentato che nella nuova guida della banca non ci sia una rappresentanza robusta di esponenti locali. Eppure nella storia recente dei dissesti bancari – Etruria, banche venete, Genova e Bari – le responsabilità di amministratori e azionisti “espressione del territorio” sono state micidiali. Forse proprio l’origine della fragilità delle stesse banche. Non sarà che esercitare il credito guardando alle esigenze del territorio è troppo rischioso?
«In realtà nessuno ha notato che un membro “ligure” nel nuovo cda c’è, anche se non credo sia stato scelto per motivi geografici. Giusto premiare le capacità professionali. Giusto anche guardare alle esigenze del territorio, come dimostra il successo di alcune Bcc, ad esempio. Penso che il mercato dovrebbe dividersi tra grandi banche nazionali forti, dedicate a finanziare le imprese più grandi, e banche locali, come Carige, per curare davvero la clientela locale».

Però così facendo le banche locali si sono ritrovate cariche di Npl.
«Capita che una banca troppo piccola faccia fatica a trovare un management adeguato e in grado di scegliere correttamente la clientela che merita di essere finanziata. Spesso le garanzie offerte dalla clientela locale non si sono rivelate sufficienti. Ma nel business plan predisposto da noi commissari per Carige, e che il nuovo management ha mostrato di condividere, abbiamo previsto di massima la fine dell’attività di supporto alla grande impresa, che è difficilmente sostenibile in concorrenza con i big. E la missione di concentrarsi su quella medio-piccola, conoscendo i soggetti da finanziare. Con servizi offerti in modo capillare, ed erogando con più rapidità e a condizioni migliori».

Che cosa pensa delle critiche rivolte alla Vigilanza della Banca d’Italia: ci si aspetta che avvisti per prima i problemi, invece sembra che arrivi sempre tardi, quando il guaio è fatto.
«Scegliere il momento giusto in cui intervenire è difficile. Se ti rendi conto che qualcosa non va, indirizzi alla banca lettere in cui inviti a prendere provvedimenti, o prendi provvedimenti minori, di “early intervention”, ma non puoi mettere subito la banca in amministrazione straordinaria o in liquidazione. Questo perché anche nei casi che si risolvono particolarmente bene, come Carige che è tornata in bonis, gli azionisti rischiano di perdere per intero il loro investimento e la clientela e il mercato in genere di subire danni significativi. Giudicando ex post è tutto apparentemente semplice e si può sostenere qualunque tesi (che resta indimostrabile). Si pensi che l’azionista di riferimento di Carige, ad esempio, sembra dire che, nel caso di Genova, Bce e Bankitalia sono intervenute troppo presto, quando la banca aveva ancora la possibilità di salvarsi da sola. Questo, come i fatti hanno dimostrato, non è vero. Nel caso di Bari molti oggi dicono, invece, che si è intervenuti tardi. Ma rispetto a che cosa? Certo, non bisogna perdere tempo e intervenire quando ancora la banca si può salvare (questo è avvenuto a Genova e spero avvenga anche a Bari). L’intervento però va motivato e dosato. Una apparente “attesa” può servire per mettere in campo misure di tamponamento. Non dimentichiamo che nelle esperienze recenti di crisi bancarie, non solo italiane, abbiamo visto quasi sempre azionisti che hanno perso comunque il loro investimento e depositanti comunque salvati, anche con tempistiche di intervento della vigilanza molto diverse. La scelta del vigilante di staccare la spina sarà sempre discrezionale».