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Osservatorio Banche
Monte dei Paschi non è fuori dal guado

Il completamento della ricapitalizzazione del Monte dei Paschi di Siena assicura la sopravvivenza. La sua condizione, tuttavia, resta di gran lunga più critica degli altri gruppi europei travolti dalla crisi del 2008-09 e ancora beneficiari di un importante sostegno pubblico

Silvano Carletti
Silvano Carletti

L’aumento di capitale appena concluso ha riportato il Monte dei Paschi di Siena sotto i riflettori. Si tratta della settima operazione di questo genere negli ultimi dieci anni, arco di tempo durante il quale il gruppo toscano è riuscito ad accumulare perdite per oltre 20 miliardi di euro. Più che in passato, si tratta di un’ultima spiaggia perché senza queste risorse MPS non è in grado di rispettare né la normativa bancaria europea sul terreno patrimoniale, né quanto previsto dal nostro codice civile. Solo a fronte di questa ricapitalizzazione la Bce ha concesso un rinvio al ritiro del supporto pubblico previsto per la fine di quest’anno.

Questa volta la richiesta di risorse ammonta a 2,5 miliardi e si confronta con una valorizzazione in Borsa che alla fine di settembre non arrivava a 300 milioni. Di questa ricapitalizzazione, la parte principale (poco più di 1,6 mld) è da tempo acquisita perché a carico dallo Stato, l’azionista dominante (64%). Il resto deve invece provenire da soggetti privati, con eventuali carenze coperte dal consorzio di collocamento. Dopo un’affannosa ricerca si è riusciti a costituire un nucleo di investitori che però solo in un caso (Axa) si è impegnato in misura importante; tranne altri due (Anima sgr e il fondo Algebris) il resto degli investitori partecipa in misura quasi simbolica. 

Se i potenziali investitori sono scarsi è perché i dati di bilancio restano decisamente poco brillanti: a giugno 2022, un utile contabile di appena 27 milioni accompagnato da una copertura di sofferenze e prestiti deteriorati (in totale 3,2 miliardi) ancora molto al di sotto delle medie di sistema.

La situazione di MPS è così precaria e così modesto il suo potere contrattuale che il consorzio di collocamento ha preteso ben 125 milioni per garantire la sottoscrizione dell’eventuale inoptato (850 milioni massimi, quanto rimane una volta esclusa la quota pubblica). Come osservato, ne deriva una commissione solo poco al di sotto del 15%, tre volte quella concordata a luglio per assicurare il perfezionamento dell’aumento di capitale di Saipem, società in condizione altrettanto difficile (risultato contabile negativo negli ultimi 8 anni). Secondo alcune stime, alla fine dell’operazione l’inoptato a carico del consorzio sarà di 70-80 milioni.

Una parte importante di quanto raccolto è destinata a finanziare un programma di esodi (fino a sette anni) come poche volte visto nello scenario italiano: 4.100 uscite su un totale di circa 21.000 dipendenti. Seppure sia prevista una assunzione (entro il 2026) ogni due uscite, l’operazione consentirà un alleggerimento di quasi un quarto del costo annuo del personale. 

MPS non è l’unica realtà bancaria uscita disastrata dall’ubriacatura finanziaria che ha portato alla crisi del 2008-09. Da allora la mappa del circuito bancario europeo ha subito una profonda trasformazione con decine di nomi, di maggiore e minore rilevanza, ridimensionati o cancellati in modo definitivo. 

Introducendo un recente convegno, il governatore Visco ha ricordato che per gestire le situazioni di crisi irreversibile è stata predisposta una procedura di risoluzione (Single Resolution Mechanism, SRM) che si attiva ogni qualvolta sussiste il requisito dell’interesse pubblico. La mission del SRM è quella di evitare che le difficoltà di un’entità rilevante metta in discussione la stabilità del sistema bancario continentale, guidando una gestione ordinata del processo di liquidazione con l’obiettivo anche di minimizzare i costi per la comunità. Il SRM costituisce il secondo dei tre pilastri della progettata Unione Bancaria Europea.

Manca ancora un sistema unico di assicurazione dei depositi (European Deposit Insurance Scheme) per il quale al momento non si è riusciti a raggiungere alcun accordo. Dall’agosto 2014 il SRM ha avuto un’effettiva applicazione solo per tre banche (Banco Popular e filiazioni croata e slovena di Sberbank). Per le banche di minore dimensione la gestione delle situazioni di crisi irreversibile è demandata alle autorità nazionali. La gestione della crisi degli intermediari medio-piccoli, quindi, dipende ancora dalle procedure nazionali di insolvenza, procedure non armonizzate e che risentono di differenze profonde.

Nei casi di crisi profonda di intermediari di ampia dimensione è stato soprattutto lo Stato a farsene carico, lungo un percorso in cui le autorità europee hanno posto ben precisi paletti. Anche in altri paesi europei, in effetti, sono presenti grandi gruppi bancari nel cui capitale rilevante continua ad essere la presenza pubblica. Qui di seguito i casi più noti.   

Dal 2008-09 lo Stato tedesco è impegnato in una ciclopica e costosa operazione di risanamento del suo sistema bancario, processo che nella fase iniziale si è concentrato soprattutto sulle banche pubbliche regionali (Landesbank), oggi ridotte ad appena 5, meno della metà di quelle operanti prima della crisi finanziaria. Nel 2009 è stato necessario anche predisporre un robusto intervento pubblico (10 miliardi, il 25% del capitale) per la Commerzbank, fresca reduce dall’acquisizione di Dresdner Bank, allora terzo gruppo bancario tedesco. Nel recente passato si è parlato spesso di un disimpegno dello Stato ma lo scarso interesse del mondo finanziario e disaccordi politici hanno fatto sì che la quota pubblica sia ancora sopra il 15%.

La Commerzbank ha una capitalizzazione di circa 10 mld ed è in grado di produrre un utile annuo seppure modesto (tra 1 e 2 mld, orientativamente quanto un gruppo di simile dimensione realizza in un trimestre). Rispetto al 2009 il ridimensionamento è stato molto profondo sia nello spettro delle attività sia nelle quantità: l’attivo totale è sceso da 844 mld a 535 mld, i dipendenti da 63mila a 38mila. 

Altrettanto ferma sembra la situazione di ABN AMRO, nel 2007 oggetto di un’OPA ostile da 70 mld che vide protagonisti Royal Bank of Scotland (UK), Santander (Spagna) e Fortis (Belgio). L’obiettivo era quello di procedere alla spartizione della banca olandese, allora 11° gruppo europeo. La crisi finanziaria dell’anno successivo pose in grave crisi Fortis spingendo il governo dei Paesi Bassi a farsi carico delle attività olandesi di ABN AMRO.  

Nel 2007 ABN AMRO realizzava un utile netto 9,8 mld euro, aveva un totale attivo di 1.025 mld ed era presente in oltre 56 paesi con 114mila dipendenti di cui 26mila in Olanda. Oggi consegue un utile modesto (770 mln nella prima parte del 2022), ha un attivo di 421 mld e opera con 20mila dipendenti. Per la quota pubblica (56,5%) nessuna cessione in vista. Solo pochi mesi fa è stata rifiutata l’offerta di BNPParibas di rilevare una parte delle attività. 

Il Regno Unito è stato teatro di due vicende dall’esito molto diverso. La prima è quella di Lloyds Banking Group salvata dallo Stato nel mezzo della crisi finanziaria del 2008 perché “too big to fail” con un’intervento da 37 mld di sterline (45 mld di euro) che ha portato lo stato inglese a controllare il 43% del capitale. Dopo un profondo processo di ristrutturazione il gruppo è tornato a proporre una stabile e soddisfacente redditività, circostanza che già da alcuni anni ha consentito di completare il disimpegno pubblico. 

Ben diversa la vicenda della Royal Bank of Scotland (oggi ritornata NatWest), travolta dalla crisi finanziaria del 2008 cui giunse appesantita da una crescita molto intensa culminata nella mega OPA ostile contro ABN AMRO. Per evitarne un collasso rovinoso, il governo inglese fu costretto ad una ricapitalizzazione di 45,5 mld di sterline con la conseguente acquisizione di una partecipazione dell’84%. Nel caso della Royal Bank of Scotland il processo di disimpegno è stato molto lento, perché accompagnato da una lunga serie di risultati in rosso che si è interrotta solo nel 2019. Per effetto di alcune cessioni (in perdita rispetto all’intervento iniziale) la partecipazione pubblica è  scesa al 48%. Dopo essere stata la più grande banca del mondo, oggi la NatWest ha un totale attivo inferiore a 800 mld di sterline, un terzo rispetto al 2008 e un quarto dei dipendenti di allora.

Nessuno dei gruppi appena citati si trova in una condizione critica come quella del Monte dei Paschi. È quindi errata l’immagine periodicamente proposta da alcuni commentatori: MPS e i suoi fratelli. La famiglia è in certa misura la stessa, composta da istituzioni decadute (banche salvate da un rilevante intervento pubblico). MPS, tuttavia, più che un fratello sembra un lontano cugino caduto in povertà.  

L’intervento statale ha assicurato un’ordinata gestione delle difficoltà e quindi contribuito in misura decisiva alla stabilità del circuito bancario nazionale e continentale. In tutti i casi è riscontrabile un drastico ridimensionamento delle attività e dei volumi. È però altrettanto evidente che porre fine al sostegno pubblico è molto difficile, in parte per ragioni contingenti (la domanda di asset bancari è debole e pretende cospicui sussidi), in parte perché il coinvolgimento della politica rende generalmente difficoltosi i processi di dismissione.