approfondimenti/Mercato finanziario
Il giudizio del Fmi sulle monete parallele

MiniBot o una Multiple currency practice?

Paola Pilati

Dopo il giudizio tranchant di Mario Draghi dalla Bce, la contrarietà del ministro del Tesoro Giovanni Tria, la bocciatura dell’agenzia di rating Fitch, il rigetto della Confindustria, tanto per citare alcuni “no” alla proposta dei miniBot fatta dalla Lega, entra in campo anche Christine Lagarde, numero uno del Fondo Monetario, che con tocco più delicato li definisce “strano strumento finanziario”, per dire che l’Italia di tali stranezze non ne avrebbe bisogno.

Secondo l’economista Ashoda Mody l’Fmi sa di cosa si parla, perché, osserva Mody, il minibot può essere assimilato a un sistema di multiple currency, su cui proprio l’Fmi ha appena pubblicato un paper (https://www.imf.org/en/Publications/Policy-Papers/Issues/2019/06/07/Review-Of-The-Funds-Policy-On-Multiple-Currency-Practices-Initial-Considerations-46974).

Che cosa sono le multiple curricies practices? Si tratta di un tipo di pratica che può essere introdotta da uno stato per questioni di bilancia dei pagamenti, e solo in via transitoria. Riguarda transazioni di cambio di valuta spot, e – nella formulazione originaria – dà luogo a uno spread superiore al 2 per cento tra acquisto e vendita (questo limite è però sotto revisione). Queste pratiche possono esistere, tra stati membri, solo se sono approvate dall’Fondo, essendo considerate pratiche distorsive del commercio, che hanno più svantaggi che vantaggi. La loro diffusione risale infatti agli anni ’30, con la nascita di barriere doganali e la diffusione della leva tariffaria come strumento di selezione nel commercio tra stati.

Con l’evolversi del mercato dei cambi di valuta, che ora è arrivato a 5 trilioni di dollari al giorno, l’Fmi ha deciso di rivedere il quadro legale che riguarda le MCP, visto che, sebbene ridotte, non sono del tutto scomparse: a fine 2017 se ne contavano 45 casi, quasi esclusivamente in paesi in via di sviluppo.

C’è anche una tipologia di accordi che può essere assimilata alle MCP: sono le pratiche, comuni e diffuse non tra stati, ma all’interno della globalizzazione della finanza e degli scambi, che permettono per esempio a un giapponese di acquistare in Uk con la sua carta di credito giapponese in yen, e al commercio online di vendere a clienti che pagano con la loro valuta, come per esempio comprare in dollari neozelandesi una merce prezzata in euro. Ma sotto questa forma non dipendono dall’autorizzazione del Fmi, e fanno capo viceversa a un network di accordi sugli scambi di valuta che lubrifica il commercio.

Quello che al Fondo monetario interessa, oggi, è che l’adozione di Mcp non possa trasformarsi in una modalità distorsiva del commercio: funzionando, di fatto, come una tariffa differenziata, può creare un vantaggio competitivo sleale che può ostacolare gli scambi.

Per completare il quadro, c’è da considerare che, sebbene la maggioranza dei casi di MCP riguardano soprattutto il commercio internazionale, ci sono forme di MCP che funzionano anche all’interno dello stesso paese, come una sorta di mercato parallelo della valuta.

Qual è la somiglianza con i nostri miniBot?

Nell’idea di chi li ha proposti, l’economista leghista Claudio Borghi, i miniBot sarebbero proprio una moneta parallela introdotta a fianco di quella ufficiale, l’euro. Emessi per pagare i debiti della Pa verso i fornitori, verrebbero stampati come vere e proprie banconote, per consentirne l’uso come “circolante”, cioè utilizzato per pagare beni e servizi legati allo Stato. Per esempio le tasse.

Il valore unitario del miniBot, nella proposta, sarà pari all’euro – lo Stato garantisce lo scambio uno a uno – e il quantitativo di banconote di miniBot emesso dovrebbe essere pari al circolante in euro. Un fattore, questo, che potrebbe agevolare l’eventuale Italexit. Cosa che i mercati hanno fiutato e segnalato con un aumento dello spread sui titoli del nostro debito pubblico.

Naturalmente solo evocare la moneta parallela solleva cori di no, perché i trattati la vietano, come ha ricordato Mario Draghi. Ma la somiglianza con una MCP è forte. Anche se la proposta leghista non prevede alcun “tasso” su questi titoli, che si vogliono “infruttiferi e privi di scadenza”, qualsiasi titolo in circolazione un “prezzo” ce l’ha, e ce le avrebbero anche i miniBot, almeno come differenziale dall’euro legittimo e reale.

I miniBot avrebbero, in sostanza, non il valore facciale che gli attribuisce lo Stato (o l’on. Borghi) ma quello che deriverebbe dalla sua credibilità negli scambi, cioè dalla sicurezza e dalla velocità di poterlo usare. Si trasformerebbe, per esempio, in una tassa per le imprese creditrici dello Stato, che ricevendolo al posto di denari sonanti dovrebbero attendere il momento delle tasse per spenderlo.

Insomma: si svaluterebbe, cioè sarebbe vittima di uno “spread” nel rapporto con l’euro. E potrebbe dar vita a un mercato duale dove la sua circolazione, per quanto legale, sarebbe soggetta a un “tasso di cambio”, proprio come nelle MCP. Con le nuove emissioni di miniBot che non potrebbero che incorporare quello spread. Proprio come avviene nei paesi con MCP in cui la gestione del cambio avviene con aste periodiche della valuta “forte”.

Sulle MCP l’obiettivo dichiarato dal Fondo è di intervenire per ridurre, eliminare, tagliare questa pratica, che come si diceva ha vantaggi (per molti paesi quello di aumentare le entrate fiscali), ma soprattutto svantaggi (inflazione, bassa crescita, arretratezza finanziaria e commerciale). O almeno riuscire a regolarla in un più rigoroso framework. Inspiegabile che noi, che paese in via di sviluppo non siamo, aspiriamo a comportarci come tale.