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NUOVA FINANZA

Mi chiamo Art bond, la mia arma è il crowdfunding*

Silvia Segnalini

Tutti i manuali o i saggi che si occupano di crowfunding – nelle sue varie declinazioni – iniziano narrando una storia, che non sappiamo se realmente avvenuta, ma comunque ormai entrata nella leggenda, e soprattutto utile, istruttiva; a tacer d’altro, ottimo esempio per il ragionamento che si vuole qui sostenere.

Stiamo parlando della storia della Statua della Libertà. Siamo a New York, nel 1885: è ormai in via di ultimazione la realizzazione di una delle opere più importanti dell’epoca, un monumento che sarebbe diventato tra i più famosi e visitati del mondo. La statua fu donata dalla Francia agli Stati Uniti come simbolo dell’amicizia tra i due popoli – progettata tra gli altri dall’ingegnere Gustave Eiffel – e venne costruita in Francia e trasportata poi via mare. 

Ai newyorkesi restava il compito di costruire il complesso piedistallo per il quale serviva una cifra che si aggirava attorno ai 300.000 dollari dell’epoca: una cifra importante, che il Comitato istituito a tale scopo non riuscì a raccogliere per intero. Per la realizzazione completa, sarebbero serviti altri 150.000 dollari. Fu allora che al giornalista ed editore Joseph Pulitzer venne un’idea: attraverso le pagine della sua rivista The World lanciò una raccolta fondi per finanziare la realizzazione del piedistallo. Una raccolta “dal basso”, diremmo ora, tra la gente, senza vincoli o cifre minime di investimento.

Un vero e proprio crowdfunding, che nel giro di pochi mesi riuscì nell’intento di raccogliere la cifra rimanente. La ricompensa per chi partecipava consisteva nel vedere il proprio nome inciso – a futura memoria – sul piedistallo: il che fu tutt’altro che poca cosa, gli incentivi a donare passano infatti anche per operazioni altamente simboliche ed identitarie come questa.  

Tutto ciò per dire che è molto singolare che in un momento come questo, segnato da una crisi, nessuno e sottolineo nessuno, anche e soprattutto all’interno del mondo dell’arte contemporanea, che pure ha dato prova in questi ultimi mesi, forse per la prima volta nella storia recente, di volersi unire per riflettere, per trovare soluzioni condivise che permettano di uscire dallo stallo causato dal Covid  – penso al Forum dell’Arte Contemporanea che ha prodotto un documento di sintesi delle proposte emerse dal lavoro di sei tavoli tematici, inviato al Ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo; o ad AWI (Art Workers Italia), che allo stesso Ministro ha inviato una lettera con alcune richieste (anche di attenzione) – sia riuscito ad andare oltre lo richieste scontate.

Anche senza voler cercare soluzioni forse troppo complesse per il momento, e che richiedono più tempo e lavoro (come quella sommessamente avanzata da chi scrive proprio su queste pagine https://fchub.it/se-la-finanza-vedesse-gli-artisti-come-un-asset/ ), quel mondo dell’arte non si è spinto al di là delle “tradizionali” richieste allo Stato di sgravi fiscali, interventi urgenti a sostegno di istituzioni e operatori, riconoscimenti di “status” degli artisti, plusvalenze sulle vendite di opere d’arte da far confluire in un fondo da utilizzare alla bisogna (per inciso: che dio ce ne scampi e liberi del capital gain sulle vendite di opere d’arte: sarebbe veramente la fine del mercato italiano dell’arte, già sufficientemente provato e provinciale), e amenità di questo tipo, che parlano solo di richieste di assistenzialismo da parte dello Stato. Pura utopia, in un momento in cui non vi sono i soldi per la cassa integrazione e le spese correnti (e per i soldi arrivati dall’Europa, chissà, non è questa la sede per approfondire la questione). 

Eppure un meccanismo di reward crowfunding,  una sorta di Art Bond (invece che del solito Art Bonus, che ormai lo si è talmente esteso – e ancora di più lo si è chiesto, anche dai su menzionati organismi, oltre che da altre minori associazioni, ogni oltre limite, tanto da averlo completamente depotenziato, in quanto insostenibile ormai per le casse dello Stato), potrebbe essere una soluzione semplice, si oserebbe dire anche semplicemente attivabile. Ricordiamoci infatti che tra tutte le forme di crowfunding è quella meno regolamentata, quindi meno condizionata da vincoli e paletti, e che con qualche minimo sforzo di fantasia potrebbe ben essere utilizzata per sostenere le situazioni più disparate (penso soprattutto proprio ai giovani artisti italiani e al loro lavoro in future fiere, biennali, etc).

Vediamo brevemente innanzitutto di cosa si tratta.

Il reward crowdfunding è un modello di finanziamento “dal basso” che viene spesso assimilato ad una prevendita (pre-selling o pre-ordine) di un prodotto o di un servizio. A seconda dei punti di vista adottati, quando parliamo di reward e non di donazione pura di tipo solidaristico, gli interpreti hanno a disposizione tre categorie giuridiche per definire e disciplinare il crowdfunding.

La prima categoria giuridica ipotizzabile è, per l’appunto, il pre-ordine, ossia un’operazione che il Codice Civile inquadra come una compravendita futura, che si perfeziona con la realizzazione del bene o del servizio. La seconda categoria, sempre sulla base del Codice Civile, è la donazione modale in cui viene data una ricompensa (il reward per l’appunto) non di valore monetario, e spesso anche di importo inferiore alla somma donata, che solo ove riguardasse valori ingenti richiederebbe l’intervento di un atto notarile.

La terza tipologia, il royalty crowdfunding, è invece un po’ diversa, in quanto si finanzia una determinata iniziativa ricevendo in cambio una parte dei profitti: in altre parole, chi lancia una campagna di questo tipo offre dei guadagni futuri dal progetto per il quale chiede il finanziamento.

La diversa lettura del reward crowdfunding implica soltanto – come conseguenza rilevante – una diversa opportunità di identificazione dei gestori delle piattaforme dedicate al lancio di campagne di questo tipo ed anche, e soprattutto, differenti possibilità di applicazione o di esenzione dell’IVA sui progetti che vengono proposti (aspetti su cui è qui ozioso soffermarsi). Per il resto, come già anticipato, siamo in un campo ampiamente deregolamentato, quindi flessibile, con uno schema ampiamente adattabile al bisogno.

Per questo motivo, non è uno sterile esercizio quello di cominciare a pensare, sapendo di poter avere alle spalle uno degli schemi giuridici appena sommariamente descritti, a un Art Bond con cui incentivare il pubblico – che potrebbe essere così anche ampliato, aprendo l’arte contemporanea ad una platea finalmente più vasta – a investire sulla produzione di un’opera futura di un artista italiano per la partecipazione di questi ad una Biennale o ad una Fiera importante cui è stato invitato  (e per la quale magari, chi vi investe, potrà così assicurarsi l’invito alla preview).

O per chi magari già frequenta il mondo dell’arte e compra arte,  poter godere di un maggiore sconto – rispetto a quello già riservato ai collezionisti – sull’acquisto di una produzione futura di un certo artista. O ancora, per tutti, poter vedere il proprio nome indissolubilmente legato a un’opera d’arte – perché impresso sulla stessa – commissionata per un importante spazio pubblico, ma di cui mancano i fondi per realizzarla; o anche solo sull’invito, nella parte riservata ai ringraziamenti, di una importante mostra prodotta grazie al contributo “dal basso” di molti.

E questi sono solo i primi esempi, venuti alla mente di un giurista: molti altri potranno essere ben proposti dagli addetti ai lavori, anche lanciando, preventivamente, una sorta di call for ideas – anche fatta di presentazioni da parte degli artisti di progetti cui sono stati invitati ma per i quali manca il budget – attraverso cui selezionare le proposte migliori per l’art bond.

Desidero ringraziare il collega e amico Salvatore Furnari, Studio Legale Lener & Partners – PhD Candidate Università di Roma Tor Vergata, per il contributo intellettuale dato a queste pagine, che senza i suoi suggerimenti non sarebbero mai nate.