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La sentenza della Corte Costituzionale tedesca e la politica monetaria

L'operazione verità dei giudici di Karlsruhe

intervista con Stefano Micossi

Paola Pilati

La sentenza della Corte costituzionale tedesca sugli acquisti di bond da parte della Bce (https://www.bundesverfassungsgericht.de/SharedDocs/Pressemitteilungen/EN/2020/bvg20-032.html) ha scatenato reazioni diverse, e tutte critiche. C’è chi calca la mano sul conflitto giurisdizionale (i giudici di Karlsruhe contraddicono la Corte di Giustizia di Lussemburgo, unico organismo competente sulla Bce), che potrebbe spianare il cammino ai picconatori delle decisioni europee in nome di interessi nazionali. Chi vede in pericolo il QE e tutti gli altri programmi che ad esso si sono aggiunti dopo lo scoppio della pandemia: visto che per i giudici tedeschi non è chiaro il criterio di proporzionalità con cui Francoforte ha deciso lo shopping di titoli sovrani europei, ora che i paesi devono indebitarsi sempre di più, potranno contare sempre sugli acquisti della Bce? Infine, c’è chi interpreta tutto questo come un terremoto che scuoterà dal profondo la costruzione europea e l’euro, perché sulla moneta comune non si è fatto attendere il tiro a segno dei mercati. 

La sentenza, che dà tre mesi alla Bce per offrire il suo punto di vista (se non sarà convincente obbligherà la Bundesbank a non partecipare più agli acquisti di titoli, un ammuntinamento disastroso), a casa nostra è interpretata anche come la dimostrazione palmare che è con noi che la Germania vuole un regolamento dei conti. La conferma che il peso massimo d’Europa ci tiene nel mirino, fa di tutto per interrompere la scorpacciata di Btp con cui la Banca centrale europea sostiene il debito italiano e il suo costo, e ci farà cadere nelle braccia della temutissima troika. Insomma, i giudici costituzionali togati di rosso scatenati in una missione soprattutto politica.

Ci vorrà tempo perché il polverone sollevato dalla sentenza tedesca si depositi, facendo emergere i contorni definitivi del caso. Nel frattempo, si può tentare uno sguardo più in profondità. E scorgere anche altri effetti sulle prerogative della Bce dell’altolà dei giudici di Karlsruhe. Effetti che vanno ben oltre la questione del quantitative easing, del primato della Corte europea, e dell’autonomia della Bce.

«La Bce ci metterebbe dieci minuti a dare le spiegazioni sui criteri di proporzionalità dei suoi acquisti», riflette Stefano Micossi, direttore generale dell’Assonime e protagonista del dibattito economico a livello europeo, «ma il punto che viene sollevato dalla sentenza è un altro: mette a nudo problemi che si continuano a rinviare…».

Quali problemi?

«Il punto insidioso è quando la sentenza dice che l’obiettivo della stabilità dei prezzi deve essere valutato alla luce del costo imposto ad altri obiettivi di politica economica. Di fatto, è l’idea che tutta la politica monetaria possa continuare ad essere strategicamente agganciata all’obiettivo del 2 per cento, come è stato finora, a essere messa in discussione».

Spieghi meglio.

«Dire che l’obiettivo stabilità è solo uno degli obiettivi della politica della Bce, e va valutato alla luce di altri fattori, come per esempio gli effetti sui risparmiatori, danneggiati dai tassi negativi (soprattutto quelli tedeschi), sulle banche, sulle assicurazioni, non si può fare senza compromettere quello che finora è stato lo statuto assoluto dell’indipendenza della politica monetaria rispetto a quell’obiettivo principale».

Allora la sentenza dei giudici tedeschi fa peggio che mettere in questione il Qe: mina dalle fondamenta la costruzione della Bce e la sua mission, quella di tenere l’inflazione vicina al 2 per cento.

«Rispetto a quando è nata la Bce, il mondo è cambiato. Stavamo in un mondo in cui bisognava innanzitutto battere l’inflazione. Abbiamo creato le banche centrali indipendenti, di cui una sovranazionale indipendente anche dai governi nazionali, e questo sistema ha vinto l’inflazione. Ma poi le determinanti dell’inflazione sono cambiate e sono state influenzate sempre di più da sviluppi esterni importanti: l’arrivo sul mercato del lavoro di gente skilled, ma pagata poco, che grazie alle tecnologie è entrata in concorrenza con quella dei paesi avanzati; la depressione molto forte dei salari nei paesi avanzati; la caduta della domanda aggregata e del tenore di vita dei paesi avanzati, con la domanda che si è spostata, con le relative produzioni, fuori da quei paesi. Il risultato è stato che le determinanti dell’inflazione sono diventate mondiali, non più domestiche». 

Vuol dire che la Bce non ha più gli strumenti per compiere la sua missione su inflazione e stabilità dei prezzi?

«Mettiamola così: gli squilibri che creiamo continuando a spingere principalmente sulla moneta sono ingenti; sugli effetti di rivitalizzazione dell’economia e di ritornare all’inflazione-obiettivo i dubbi sono forti».

Sono proprio i tedeschi, che hanno avuto il totem della stabilità, a insinuare questi dubbi?

«Loro hanno sempre detto che se l’inflazione è sotto controllo le economie si sostengono da sole. Ora c’è in casa loro una corrente che dice che forse è venuto il momento che dobbiamo abbandonare l’àncora dell’inflazione. La review strategica della politica monetaria si occuperà anche di questo. Non c’è dubbio che la politica monetaria risulti ormai un’arma spuntata. Produce montagne di debiti, e con questi tassi ultra-bassi spinge la gente a indebitarsi. Poi, quando vanno a gambe all’aria, si scarica tutto sui debiti pubblici. Siamo davvero sicuri che questo sia un sistema stabile?».

Insomma la Corte di Karlsruhe obbliga tutti a un’operazione verità sulla politica monetaria.

«Abbiamo usato la politica monetaria per spingere l’economia. Risultato, abbiamo accumulato una montagna di debiti, prima privati e poi pubblici, che dovevano essere transitori ma non sappiamo quando la Bce se ne potrà liberare. Questo è il campanello d’allarme suonato dalla Corte tedesca. Non avendo altri strumenti disponibili, continuiamo a chiedere alla Bce di espandere sempre di più. Ma l’argomento che questo espande i debiti, e non le economie, non si può rigettare a lungo».

Questo riporta la palla nel campo della politica comune europea.

«Il primo problema che dobbiamo affrontare sarà come gestire i debiti sovrani. Un modo di farlo sarebbe creare istituzioni comuni. Convertire parte del debito e condividerne il rischio, mettere una piccola tassa e metterla a garanzia del pagamento del debito… Le proposte ci sono. A mancare è la volontà politica».