Il Principe

di Leonardo Morlino

L'Italia dopo il coronavirus

Leonardo Morlino
Leonardo Morlino

In questi giorni pieni di incertezze si accavallano diverse domande. Ad alcune potranno rispondere – ma forse non in tempi ravvicinati – gli scienziati impegnati nel ricostruire tutti i numerosi e rilevanti aspetti dell’epidemia in corso, nel trovare e sperimentare i modi di curare la relativa malattia, nello scoprire il vaccino che potrebbe liberarci da un incubo collettivo. Altre domande riguardano le conseguenze sociali, economiche, culturali attese. Tra le poche sicurezze che abbiamo ora è che non ci sarà ambito della nostra vita che non sarà investito dalla crisi profonda che stiamo vivendo. Restando nel proprio orticello, quali saranno le conseguenze politiche principali su cui fissare la nostra attenzione?

Una famosa novella di Tolstoj è intitolata, eloquentemente, “Agli uomini non è dato di conoscere il futuro”. Tuttavia, sulle conseguenze politiche delle crisi economiche abbiamo qualche analisi. E quella che stiamo vivendo è anche già ora, e lo sarà ancora di più, una crisi economica. Come abbiamo visto, a seguito della crisi iniziata nel 2008, protratta per diversi anni, e poi seguita da stagnazione fino a ieri, almeno in Italia, l’impatto sulla democrazia è stato un ‘effetto catalizzatore’. 

Più precisamente, a differenza di quanto di solito si sostiene in economia, ovvero che le crisi producano una distruzione creatrice, in politica le crisi economiche amplificano e accelerano tendenze e fattori più o meno latenti, ma comunque già presenti nel sistema politico. L’effetto catalizzatore comporta connessioni tra condizioni già esistenti e la realtà presente tale che alcuni aspetti ne risultano approfonditi e accelerati, e altri messi da parte. 

Ad esempio, proprio la crisi economica del 2008 ha ingigantito tendenze latenti che erano già presenti nei sistemi partitici e nei modelli di relazione tra cittadini e istituzioni, e allo stesso tempo ha inciso sulla capacità di gestione della crisi, introducendo e allargando la distanza già preesistente delle istituzioni rappresentative verso i cittadini.  

Inoltre, il sovraccarico creato dai vincoli alla spesa pubblica e le pressioni provenienti dalle organizzazioni internazionali hanno indebolito quei collegamenti clientelari e distributivi che erano al centro della costruzione del consenso nelle nostre democrazie. Come ulteriori conseguenze, vi sono state una più radicale destrutturazione delle radici sociali dei partiti tradizionali e allo stesso tempo si sono poste le basi per il successo di nuovi partiti sfidanti, i cosiddetti partiti populisti. 

Si potrebbe obiettare che la crisi che stiamo vivendo è assai più profonda e diffusa di tutte le crisi ‘solo’ economiche che abbiamo avuto in passato e di cui abbiamo studiato anche le conseguenze. Dunque, potrebbe esserci non ‘semplicemente’ un effetto catalizzatore in cui comunque quello che esisteva prima rimane decisivo. E dovremmo tornare a Schumpeter e alla distruzione creatrice. In questo senso, non avremmo alcuna possibilità di intravedere le conseguenze politiche di questa crisi.

Questa obiezione apparentemente assai convincente viene, però, superata da una considerazione che sta pure sotto gli occhi di tutti: stiamo vivendo una fase di sospensione della politica in cui altro occupa tutto lo spazio pubblico, soprattutto amministrazione e conoscenze epidemiologiche. Quando questa fase terminerà, la politica tornerà in pieno. Ma trasformata come? Se stiamo alle tendenze preesistenti e al loro approfondimento e accelerazione che possiamo aspettarci?

Ovviamente non lo sappiamo con precisione, come ci ricordava Tolstoj, ma gli ambiti in cui ci possiamo aspettare cambiamenti riguarderanno almeno: una maggiore centralità delle diverse forme di comunicazione digitale, che incideranno ancora di più sulle organizzazioni partitiche, in un senso, e sulla formazione dell’opinione pubblica, in un altro. 

Poi lo stabilizzarsi del maggiore ruolo del governo rispetto all’opposizione. Infine una maggiore attenzione al welfare e specie alla spesa sanitaria, che era uscita ridimensionata dalla crisi del 2008. 

Senza dimenticare una trasformazione non superficiale dell’Unione europea, forse in senso complessivamente positivo, ovvero nel definire con maggiore chiarezza una Unione con un gruppo più integrato e uno meno. Ma su questi diversi macro-temi occorreranno ulteriori riflessioni.