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INDUSTRIA DEL RISPARMIO
Liquidità o investimento? I mille profili dell'investitore

La mobilitazione del risparmio non dipende solo dalla quantità delle risorse disponibili. Occorre guardare alle caratteristiche, ai bisogni e alle condizioni in cui gli investitori prendono le proprie decisioni. L’Osservatorio AIPB restituisce una fotografia utile a comprendere che cosa favorisce o limita la possibilità di investire nel medio-lungo periodo

Federica Bertoncelli

Per mobilitare il risparmio italiano verso investimenti più produttivi occorre, prima di tutto, capire chi sono le persone che quel risparmio lo detengono e lo gestiscono. Non esiste infatti un investitore astratto, definito soltanto dall’ammontare del patrimonio o dagli strumenti presenti in portafoglio. Le decisioni finanziarie sono influenzate dall’età, dalla professione, dalla stabilità del reddito, dalla dimensione del patrimonio e dalla fase del ciclo di vita.

Conoscere il profilo degli investitori significa quindi capire chi decide, con quali priorità e con quale orizzonte. Sono elementi che incidono direttamente sul modo in cui il risparmio viene mantenuto in liquidità o trasformato in investimento. L’Osservatorio AIPB “Investitori, fiducia e consulenza: le leve per mobilitare la ricchezza italiana”[1], restituisce da questo punto di vista una fotografia utile a comprendere alcune delle condizioni che favoriscono o limitano la possibilità di pianificare e investire nel medio-lungo periodo.

Il primo elemento è il profilo anagrafico. Tra gli investitori italiani prevalgono nettamente i soggetti maturi: il 65% ha più di 55 anni, il 20% rientra nella fascia tra 45 e 54 anni e soltanto il 15% ha meno di 45 anni. Anche la distribuzione per genere è sbilanciata: gli uomini rappresentano il 66% del campione, contro il 34% delle donne.

– Il profilo dell’investitore: genere, età e titolo di studio

L’età è una variabile rilevante perché incide sui bisogni, sull’orizzonte temporale e sulla fase del ciclo di vita finanziario. Un investitore giovane si trova generalmente in una fase di accumulo, mentre nelle età più avanzate acquistano maggiore peso il consolidamento delle risorse, il mantenimento del tenore di vita, la salute e il trasferimento del patrimonio.

Ma il peso dell’età non riguarda soltanto il ciclo di vita. Le generazioni oggi più mature si sono formate in una fase storica caratterizzata dalla crescita economica del Paese, da un welfare pubblico più solido e da una forte centralità della famiglia come forma di sicurezza. In questo contesto, risparmiare era già di per sé un comportamento virtuoso: accumulare risorse e conservarle significava costruire stabilità.

Per molti investitori non si è quindi sviluppata, con la stessa forza, la necessità di compiere il passaggio successivo: assegnare al patrimonio obiettivi distinti, orizzonti temporali e livelli di rischio differenti. Il risparmio continua così a essere percepito come un punto di arrivo più che come la materia prima di una pianificazione finanziaria.

Un secondo elemento riguarda la dimensione del patrimonio. L’Osservatorio considera investitori con almeno 50 mila euro di risorse finanziarie investibili, senza includere il patrimonio immobiliare. All’interno di questo perimetro, il 39% dispone di un patrimonio compreso tra 50 mila e 99 mila euro, il 54% si colloca tra 100 mila e 499 mila euro e il 7% supera i 500 mila euro.

La dimensione patrimoniale è una variabile decisiva per interpretare i comportamenti finanziari. Le famiglie con patrimoni più contenuti tendono a destinare una quota maggiore delle risorse alle spese ordinarie e alla gestione degli imprevisti. Al crescere della ricchezza aumentano invece, in termini assoluti, le risorse che possono essere indirizzate verso investimenti di medio-lungo periodo e cresce la possibilità di costruire un’allocazione più diversificata.

Questo non significa che una maggiore disponibilità patrimoniale si traduca automaticamente in una maggiore propensione a investire. Significa però che la composizione del patrimonio modifica concretamente lo spazio disponibile per la pianificazione e rende necessario distinguere tra segmenti con capacità ed esigenze differenti.

Anche il livello di istruzione contribuisce a definire il profilo degli investitori. Il 55% è diplomato, il 35% laureato e il 10% possiede un titolo di studio inferiore. Nel complesso, si tratta quindi di una popolazione mediamente istruita. Tuttavia, un titolo di studio più elevato non implica automaticamente una maggiore sicurezza nelle decisioni finanziarie.

La professione aggiunge un’ulteriore chiave di lettura. Il 26% degli investitori è pensionato, il 34% lavoratore dipendente e il 39% è composto da imprenditori, autonomi e liberi professionisti. Si tratta di condizioni molto diverse, che incidono sulla capacità di generare reddito, sulla regolarità dei flussi finanziari e sulla percezione del rischio.

I lavoratori dipendenti possono generalmente contare su entrate più stabili e programmabili. Imprenditori e autonomi devono invece confrontarsi con redditi più variabili, con un rischio economico più elevato e con bisogni previdenziali differenti. Queste caratteristiche hanno conseguenze sulla disponibilità delle risorse, sulle esigenze di protezione e sulla possibilità di pianificare nel lungo periodo.

Il peso di imprenditori e autonomi è particolarmente significativo nel contesto italiano. Per questi soggetti, infatti, la gestione del patrimonio personale può intrecciarsi con quella dell’attività economica. La lettura delle scelte finanziarie richiede quindi di considerare non soltanto le attività detenute in portafoglio, ma anche la stabilità dei flussi di reddito e il rischio già assunto attraverso il lavoro o l’impresa.

Anche la struttura familiare contribuisce a definire il ciclo di vita finanziario. L’82% degli investitori vive in un nucleo composto da almeno due persone e il 72% ha figli. Il 33% è costituito da coppie mature senza figli conviventi, il 29% vive con figli grandi e il 13% con figli ancora piccoli; il 18% vive invece da solo.

La presenza di figli e la compresenza di più generazioni influenzano priorità e bisogni. Il 43% degli investitori dichiara di avere almeno un genitore ancora in vita e la quota rimane pari al 51% anche tra i 55 e i 64 anni. L’allungamento della vita rende quindi sempre più frequente la sovrapposizione tra responsabilità verso figli, genitori anziani e pianificazione del proprio futuro.

Letti insieme, questi elementi mostrano quanto la mobilitazione del risparmio sia un processo complesso, che richiede di tenere conto di molte dimensioni diverse. Quantificare le risorse potenzialmente mobilizzabili è un passaggio necessario per prendere coscienza della dimensione del fenomeno, ma non è sufficiente perché quella disponibilità si traduca in comportamento. Per comprendere come attivarla occorre guardare anche alle caratteristiche, ai bisogni e alle condizioni in cui gli investitori prendono le proprie decisioni.

Conoscere il profilo degli investitori serve proprio a questo: superare una lettura indistinta del risparmio e comprendere in quali condizioni esso può essere trasformato in investimento. È con questo obiettivo che AIPB ha realizzato il Rapporto “Investitori, fiducia e consulenza: le leve per mobilitare la ricchezza italiana.


[1] L’Osservatorio analizza le caratteristiche degli investitori, i loro comportamenti e le attitudini nella gestione del risparmio e degli investimenti. Si basa su 1.400 interviste face-to-face, condotte nel 2025 su tutto il territorio italiano con persone in possesso di almeno 50 mila euro di patrimonio finanziario. La rilevazione è stata realizzata in collaborazione con Ipsos Doxa.

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