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SPECIALE PRODUTTIVITA'/ IL NUOVO NUMERO DI "ECONOMIA ITALIANA"

L'insostenibile leggerezza della microimpresa

Quattro analisi, basate sulle nuove statistiche dell’Istat, rivelano le cause che frenano il sistema produttivo italiano

Matteo Bugamelli, Marcello Messori, Roberto Monducci

1. Dalla fine dell’Ottocento alla metà degli anni Novanta del XX secolo, l’economia italiana ha realizzato con successo un processo di catching up rispetto ai sistemi economici più avanzati a livello internazionale. Come mostrano Bastasin e Toniolo (2020) e varie ricerche della Banca d’Italia (cfr. per es. Giordano, Toniolo e Zollino 2017), questo processo italiano non è stato lineare; esso si è comunque fondato su una dinamica della produttività del lavoro e di altre forme di produttività che è stata più elevata rispetto a quella di gran parte degli altri paesi europei.

In particolare, tale caratteristica si è riprodotta per i cinquant’anni successivi alla Seconda guerra mondiale, che includono andamenti ciclici molto diversi (i Trente glorieuses, la stagflazione, i riaggiustamenti macroeconomici e macro-monetari), per poi interrompersi bruscamente intorno al 1995 (cfr. Bugamelli et al. 2018; Sestito e Torrini 2020).

Da quella data a oggi, in Italia la produttività del lavoro ha fatto segnare in media una debole crescita (da metà del decennio Novanta ai primi anni del Duemila; e negli anni della ripresa che ha preceduto la pandemia da coronavirus) oppure una sostanziale stagnazione (dall’inizio del Duemila al 2016). Negli stessi anni la dinamica media della produttività totale dei fattori, che è un indicatore sia di efficienza interna alle imprese sia di efficacia dei mercati e degli assetti istituzionali (esternalità), è stata ancora peggiore tanto da realizzare andamenti spesso negativi.

Nonostante questa profonda rottura nei meccanismi di funzionamento dell’economia italiana, gli ultimi venticinque anni hanno mantenuto un tratto comune rispetto al precedente lungo processo di catching up: gli andamenti nella produttività del lavoro sono risultati strettamente correlati ai tassi di crescita della nostra economia. Senza affrontare qui il delicato tema della possibile interazione fra le due variabili, basti notare che i deludenti andamenti medi nella produttività del lavoro si sono accompagnati a una drastica interruzione dei processi di crescita dell’economia italiana. Sia fra la metà degli anni Novanta e il 2007 che nel corso del cosiddetto ‘doom loop’ (ossia il circolo vizioso fra crisi dei debiti sovrani e crisi del settore bancario: 2010 – metà 2013), l’Italia è stato il paese dell’area dell’euro che ha realizzato le peggiori performance di crescita.

L’ultima considerazione non è affatto sorprendente. I manuali di macroeconomia mostrano che le due determinanti della crescita economica di lungo periodo sono: gli incrementi nella popolazione attiva e gli incrementi nella produttività media del lavoro (cfr. a esempio: Burda e Wyplosz 2017, parte seconda). È noto che l’Italia risulta essere il paese europeo con il più elevato tasso di invecchiamento della popolazione e con uno dei più bassi tassi di attività della popolazione in età lavorativa specie a causa della bassa offerta di lavoro da parte di donne e giovani (cfr. Brugiavini 2020).

Per giunta, in Italia la composizione sia della domanda che dell’offerta di lavoro è schiacciata su basse qualifiche che mortificano la formazione delle risorse umane e comprimono la struttura salariale verso il basso. Uno dei risultati è che, pur incidendo assai meno che negli altri paesi economicamente avanzati, la quota dei giovani italiani con educazione e qualificazione elevate specie in ambiti scientifici ha una forte propensione all’emigrazione.

2. Le precedenti osservazioni portano a una prima conclusione: la tesi, che accomuna i lavori inclusi nel numero 2/2020 di “Economia Italiana”, è che sarebbe errato ricondurre la sostanziale stagnazione nella produttività italiana del lavoro degli ultimi venticinque anni a fattori ciclici contingenti o a problemi microeconomici con scarso impatto sul potenziale di sviluppo di lungo termine della nostra economia e della nostra società.

Le cause che hanno ‘bloccato’ la dinamica della produttività e la crescita dell’economia italiana sono molteplici; e, come diremo fra breve, nell’esaminare alcune di quelle cause i quattro lavori pubblicati mostrano la complessità del problema. Resta, comunque, un dato incontrovertibile da cui partire: l’Italia, che all’inizio degli anni Novanta vantava un indice del reddito pro capite superiore a 100 rispetto a un’Unione europea a dodici paesi, dopo lo shock pandemico ha un corrispondente indicatore inferiore a 95 in un’Unione allargata a ventisette paesi; e, in termini ‘reali’ assoluti, essa è ritornata a livelli pari a quelli di fine anni Ottanta (cfr. Visco 2020).

Dopo una così lunga fase di impoverimento, l’Italia potrà superare la crisi economica indotta dalla pandemia da coronavirus, utilizzare efficacemente le ingenti risorse varate fra marzo e luglio 2020 dalle istituzioni europee (Commissione europea, Banca centrale europea, Eurogruppo, Consiglio europeo) e tornare a convergere verso i paesi forti dell’area dell’euro solo se saprà affrontare e superare il problema della stagnazione nella produttività del lavoro e gli intricati legami fra tale stagnazione e gli altri fattori di ostacolo alla crescita.

Questi legami sollecitano, peraltro, iniziative che vanno avviate subito ma che produrranno effetti solo nel medio-lungo periodo (incentivi, non solo fiscali, per aumentare i tassi di fertilità femminile; riorganizzazione dell’educazione di base; ridisegno dell’educazione avanzata con specifica attenzione all’educazione tecnica e a quella di eccellenza; rafforzamento della ricerca di base e più efficace articolazione con la ricerca applicata; e così via). Nel breve termine, si tratta quindi di operare su quelle componenti della produttività del lavoro che possano riavviarne l’immediata crescita e – allo stesso tempo – rafforzare gli effetti delle iniziative di medio-lungo termine.

Evidenze empiriche ormai consolidate mostrano che, a differenza di quanto accaduto in quasi tutti i paesi economicamente avanzati, l’insieme delle imprese italiane della manifattura e – soprattutto – dei servizi non ha saputo adattarsi, fra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta del secolo scorso, alle novità strutturali indotte dalle innovazioni nell’ICT e dalla tendenziale unificazione dei mercati internazionali. Prova ne è che gli investimenti pubblici e privati, attuati in quegli anni, non hanno avuto un’incidenza sul PIL molto inferiore a quella di altri paesi europei; essi si sono, però, addensati in comparti tradizionali anziché innovativi (cfr. per esempio: Saltari e Travaglini 2006). Quando poi tale incidenza ha subito una drastica caduta, si è acuito il ritardo dell’insieme delle nostre imprese rispetto alla transizione digitale, all’intelligenza artificiale e all’uso di risorse umane ad alta qualificazione; e questo ritardo si è tradotto nella stagnazione delle varie forme di produttività.

Recuperare già nel breve termine parte del ritardo accumulato è un obiettivo difficile ma non velleitario, come potrebbe apparire in base a quanto fin qui detto. La deludente performance media dell’economia italiana nasconde, infatti, realtà microeconomiche molto differenziate. 

3. I quattro saggi sulla produttività,  inclusi nel numero 2/2020 di Economia Italiana, mirano a fornire una solida base analitica ed empirica a tale differenziazione, collegandola a un esame puntuale – anche se non esaustivo – delle possibili determinanti che spiegano la stagnazione e i primi segnali di ripresa nella dinamica media italiana delle varie forme di produttività. Essi forniscono, così, un contributo allo studio del problema lungo due direttrici.

La prima direttrice, che caratterizza i tre lavori che aprono la sezione Saggi, consiste nella forte integrazione tra l’analisi macroeconomica dell’andamento della produttività del lavoro e di altre forme di produttività e le sottostanti dinamiche settoriali e di impresa. La seconda direttrice, che è presente in tutti e quattro i lavori ma – soprattutto – nei due ultimi contributi sempre della sezione Saggi, si focalizza appunto sulle determinanti della crescita della produttività. Come cercheremo di chiarire in quanto segue, l’ordine di pubblicazione e di presentazione dei quattro scritti non è casuale.

Il saggio di de Panizza, Iommi e Oneto costituisce il naturale punto di partenza del percorso che va dal macro al micro. Valorizzando il confronto con le altre principali economie europee, de Panizza et al. offrono una panoramica completa e accurata di vari elementi della produttività del lavoro in Italia: le dinamiche settoriali, i contributi dei vari fattori, i diversi andamenti per classe dimensionale di impresa.

La conclusione del saggio è che, a fronte di un sostanziale recupero competitivo del settore industriale, la stagnazione della produttività italiana deriva dal mancato sviluppo dei comparti dei servizi alle imprese e dal freno esercitato dalle numerosissime microimprese. Il saggio offre anche considerazioni rilevanti su aspetti di metodologia statistica connessi con le tecniche di deflazione. Questi aspetti dovrebbero essere tenuti in debito conto, quando si lamenta la cattiva performance dell’Italia nel confronto internazionale; essi introducono, al riguardo, importanti note di cautela che, pur non cancellando il problema, lo qualificano.

Un ulteriore passo verso un’analisi disaggregata della performance della produttività italiana è offerto nel secondo saggio di Bugamelli, Linarello e Lotti. Utilizzando i dati – di fonte Istat – relativi all’universo delle imprese italiane per il periodo 2007-2016, gli autori scompongono l’andamento di tale produttività aggregata in tre diversi aspetti: la produttività media di impresa, l’efficienza allocativa, la demografia.

L’analisi mostra come la riallocazione degli input, ovvero lo spostamento di fattori produttivi verso le imprese più efficienti, abbia fornito un contributo positivo alla crescita della produttività italiana aggregata, in modo più significativo durante la doppia recessione del 2008-’09 e 2011-‘13. In questi due periodi, il naturale processo di “cleansing” si è infatti sommato con quello di espulsione dal mercato di imprese con i più bassi livelli di produttività. Confermando le conclusioni di de Panizza et al. da una differente prospettiva, Bugamelli et al. mostrano peraltro che tali processi sono stati insufficienti: l’ampio numero di micro e piccole imprese, che hanno registrato cali di produttività, ha continuato a esercitare una pressione negativa sulla produttività media di impresa.

In continuità con il risultato appena enunciato, il terzo saggio di Costa, De Santis, Dosi, Monducci, Sbardella e Virgillito analizza il legame tra le dinamiche italiane della produttività e le caratteristiche di impresa mediante una grandissima mole di informazioni qualitative e quantitative che derivano dall’indagine multiscopo del Censimento permanente, realizzato dall’Istat nel 2019, e da altre basi dati esaustive, sempre prodotte dall’Istat.

Dividendo le imprese in diversi raggruppamenti in base a una lettura sintetica di queste informazioni, Costa et al. mostrano che il livello e la dinamica della produttività del lavoro in Italia aumentano in funzione della complessità organizzativa dell’impresa, che può costituire un fattore di compensazione rispetto alla piccola dimensione.

Anche in tale saggio l’andamento insoddisfacente della produttività aggregata viene ricondotto, almeno in parte, a un tema di composizione del sistema produttivo italiano, incentrato sulla contrapposizione fra poche imprese “complesse” e una miriade di imprese dalla struttura “essenziale”. La prima tipologia di imprese realizza soddisfacenti dinamiche delle varie forme di produttività ed è presente, pur se con intensità diverse, in tutti i segmenti dimensionali e settoriali; la seconda tipologia ha una performance modesta in termini di efficienza produttiva e una scarsa spinta alla crescita dell’output

4. I tre lavori, richiamati nel precedente paragrafo, confermano che le difficoltà italiane di crescita della produttività e dell’economia hanno fondamento in una distribuzione di imprese fortemente sbilanciata verso realtà aziendali con inadeguata articolazione organizzativa e manageriale e con scarsa propensione all’innovazione e all’internazionalizzazione. Vi è una correlazione inversa fra la miriade delle imprese italiane, che palesano queste carenze, e la dimensione aziendale nel senso che le strutture “essenziali” e – come tali – inefficienti di impresa si concentrano sulle dimensioni piccolissime e piccole.

È però importante ribadire che, in Italia, anche una parte delle imprese con dimensioni elevate accusa gravi inefficienze organizzative e manageriali e ha limitate capacità innovative; e che, d’altro canto, alcune imprese di piccola dimensione hanno raggiunto profili relativamente complessi e dinamici dal punto di vista produttivo. Prova ne sia che la parte minoritaria delle imprese italiane, che ha saputo riorganizzarsi e collocarsi sulla frontiera internazionale dell’innovazione pur se in comparti spesso ‘di nicchia’, ingloba realtà che – secondo i parametri europei – sono di media e di piccola dimensione.

Almeno negli anni precedenti l’avvento di Covid-19, questo sottoinsieme italiano di imprese eccellenti ha realizzato tassi di crescita e andamenti delle diverse forme di produttività che sono stati allineati, quando non superiori, a quelli delle corrispondenti imprese europee. Il problema è che l’insieme di tali imprese, relativamente più numerose nel settore manifatturiero che in quello dei servizi, non ha avuto un peso sufficiente per trainare il resto dell’apparato produttivo italiano.

I processi positivi di riallocazione delle risorse produttive, che pure sono in atto, non sono stati ancora sufficienti per imprimere un cambiamento strutturale profondo. Uno dei problemi cruciali, che va affrontato per estendere il numero e l’incidenza delle nostre imprese di successo, consiste quindi nell’individuazione delle determinanti positive e negative che condizionano la capacità di riorganizzazione innovativa o imitativa e di proiezione internazionale dell’apparato produttivo italiano. 

Questo problema, che è parte del tema più generale delle determinanti della produttività, istituisce uno stretto legame fra il saggio di Costa et al. e il quarto saggio di Battiati, Jona-Lasinio e Sopranzetti, che è incluso nella rivista. Gli ultimi tre autori si chiedono, infatti, se la partecipazione delle imprese italiane alle catene globali del valore abbia inciso e possa incidere sulla dinamica della loro produttività. 

È quasi superfluo ricordare che il tasso di partecipazione delle imprese alle catene globali del valore è diventato centrale, nella letteratura economica e nel dibattito di policy, per misurare la capacità di riorganizzazione e di innovazione di un determinato sistema produttivo nazionale. Tale centralità si è affermata durante la lunga fase di globalizzazione produttiva e commerciale, innescatasi dopo la rottura innovativa dell’ICT e l’entrata della Cina nel WTO. Essa si è poi riprodotta, in forme diverse, dopo gli attacchi agli equilibri economici multilaterali, innescati dall’amministrazione Trump, e dopo lo shock pandemico; i due fenomeni hanno attivato politiche di reshoring e stanno ridisegnando le lunghe e complesse filiere produttive internazionali mediante catene più interne alle grandi aree economiche internazionali.

In queste prospettive, i risultati del lavoro di Battiati et al. offrono importanti elementi di valutazione in chiave sia storica sia prospettica. Utilizzando dati di fonte WIOD e EUKLEMS, il lavoro identifica effetti positivi e statisticamente significativi sulla crescita della produttività del lavoro che derivano dall’attiva partecipazione delle imprese europee alle catene globali del valore. Nel caso italiano, l’effetto è più elevato per le posizioni di forward linkages, ovvero per le imprese fornitrici di committenti esteri.  

5. Senza alcuna pretesa di esaustività, ci sembra di poter trarre una prima conclusione dall’interazione fra i quattro lavori pubblicati nel presente numero della rivista e, in particolare, dal legame fra il saggio di Costa et al. e quello di Battiati et al.. Riferendosi alle caratteristiche tecnologiche, organizzative e manageriali delle imprese italiane e alla loro proiezione internazionale incentrata sulla partecipazione alle catene globali del valore, soprattutto gli ultimi due saggi affrontano aspetti che hanno alimentato, in tempi relativamente recenti, una letteratura economica molto interessante sui temi della produttività. In sintonia con molti osservatori anche internazionali, noi riteniamo che tale impostazione individui fattori-chiave per comprendere le difficoltà, ma anche le opportunità, che l’insieme delle imprese italiane deve fronteggiare per recuperare i propri ritardi in termini di dinamica della produttività del lavoro nel nuovo contesto tecnologico e di competizione globale. 

È evidente che questa prima conclusione solleva vari aspetti di policy. Prima di accennarvi a mo’ di conclusione (cfr. il seguente punto 6), è tuttavia necessario sottolineare un punto cruciale: i progressi, compiuti nell’analisi di un problema così complesso e variegato quale quello della dinamica della produttività, si sono basati su un sensibile rafforzamento dell’informazione quantitativa; e le ricette di policy dovrebbero cercare coerenza e legittimazione proprio nell’accurata utilizzazione di queste analisi empiricamente fondate.

Un elemento comune ai quattro lavori in esame è costituito dall’intenso utilizzo del potenziale informativo attualmente offerto dalla statistica ufficiale. A livello di sistema statistico internazionale, si è ormai raggiunto un elevato grado di completezza e di coerenza. Per l’Italia, le innovazioni introdotte negli ultimi anni dall’Istat nella produzione delle statistiche ufficiali sul sistema produttivo assicurano la disponibilità di dati sulle unità economiche caratterizzati da elevata granularità, multidimensionalità tematica e coerenza con gli aggregati macroeconomici. Si tratta di una strategia di progettazione e implementazione di una nuova generazione di statistiche microfondate.

Nelle nuove statistiche, la componente microeconomica riveste un ruolo centrale e, soprattutto, assume uno status di “prodotto informativo finale” alla stessa stregua delle misure aggregate. L’evidenza empirica microeconomica si integra così, stabilmente nel corso del tempo, con le statistiche (ufficiali) aggregate sul sistema delle imprese. In simultanea a tali statistiche aggregate, si producono infatti “censimenti permanenti” delle unità economiche che coprono un ampio spettro di aspetti rilevanti per l’analisi della competitività del sistema. 

Dal punto di vista dell’analisi economica del sistema produttivo italiano (ivi inclusa la dinamica della produttività), i vantaggi di questa nuova offerta informativa risultano rilevanti. Come è ampiamente provato dalla parte quantitativa di ognuno dei quattro saggi qui pubblicati, si ha infatti la possibilità di scomporre le dinamiche aggregate delle diverse variabili nei contributi derivanti dalle singole unità produttive, di associare ai profili economici delle imprese informazioni qualitative sulla loro governance e sulle loro interrelazioni, di approfondire aspetti aziendali legati alla tecnologia, alle innovazioni, alle diverse forme di internazionalizzazione, alla qualità delle risorse umane utilizzate, e così via. Come mostrano sempre i quattro saggi in esame, per sfruttare adeguatamente le rilevanti potenzialità di basi- dati con notevole ampiezza e complessità, diventa essenziale l’utilizzo di metodologie e tecniche di analisi sempre più accurate. 

6. I risultati, che abbiamo fin qui presentato, costituiscono l’avvio di un viaggio che dovrà arricchirsi di molti e ulteriori sforzi analitici da parte delle comunità scientifiche, sia accademiche che istituzionali. L’obiettivo è di affinare sempre più la nostra conoscenza del sistema produttivo italiano. Un altro obiettivo, che non vogliamo affatto sottovalutare, è però che tale affinamento contribuisca al disegno di politiche economiche che siano ben fondate e che sappiano – così – riportare l’economia del nostro paese su un sentiero di sviluppo robusto e sostenibile sia sotto il profilo sociale che ambientale. Si tratta di utilizzare gli elementi analitici disaggregati per il disegno di misure di politica economica e industriale che rimuovano gli ostacoli strutturali alla crescita italiana mediante l’attivazione selettiva di alcuni dei motori della produttività.

Queste conclusioni appaiono in sostanziale sintonia con quanto emerso da alcune ricerche dell’OECD (cfr. per esempio: Sala et al. 2015; Andrews et al. 2015): in Italia la stagnazione della produttività e la caduta del PIL negli ultimi venticinque anni non dipendono tanto dalla carenza di imprese di successo quanto dall’inadeguato numero di imprese dinamiche, capaci di imitare le imprese contigue che sono innovative. I quattro saggi esaminati offrono prime e possibili spiegazioni del ‘vuoto’ di tali imprese imitative, che caratterizza l’Italia a differenza degli altri sistemi economicamente avanzati.

Si tratta appunto di carenze organizzative e manageriali e di posizioni subordinate nelle catene internazionali del valore, che trovano parziale spiegazione nell’eccesso di microimprese e nella capacità di sopravvivenza di medie e grandi imprese inefficienti. Specie se confrontata con la diffusa propensione imitativa delle medie e piccole imprese italiane dei ‘distretti industriali’ e delle reti di subfornitura degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, questo ‘vuoto’ imitativo mette però anche a nudo le difficoltà strutturali della nostra società. L’ambiente politico-istituzionale e burocratico sembra introdurre incertezza e premiare i comportamenti passivi, che rafforzano esternalità negative alle decisioni di impresa.

Compito delle politiche economiche e industriali è di orientare il sistema produttivo italiano verso un riposizionamento competitivo che sfrutti il potenziale di crescita esistente nei vari segmenti dimensionali, settoriali e territoriali del paese. Ciò appare realizzabile se, da un lato, si premiano i comportamenti e le strategie di crescita basate sull’innovazione, sulla valorizzazione delle risorse umane – soprattutto giovanili e sull’internazionalizzazione; e se, dall’altro, si rimuovono i fattori alla base della persistenza di significative posizioni di rendita nei mercati nazionali.