approfondimenti/Mercato finanziario
Banca Etica

L'industria finanziaria è attenta all'ambiente, poco al sociale

Paola Pilati

Vent’anni passati a fare finanza ispirandosi ai principi della sostenibilità, della difesa dell’ambiente e  dell’impegno sociale, ma anche a essere vista come la Cenerentola del mondo delle banche. Oggi, con quei vent’anni di vita alle spalle, cominciati proprio nel 2009 che era l’inizio della grande crisi, Banca Etica non è più né una mosca bianca né una Cenerentola, anzi è una “trendsetter”: la “metrica Esg”, cioè la misurazione dell’attività finanziaria in base ai criteri environmental, social, governance, che la Banca Etica applica da sempre, sta diventando una medaglia che molte istituzioni finanziarie vogliono appendersi alla giacca. Medaglia sempre meritata? E poi: la finanza parla soprattutto di investimenti “sostenibili”. Ammettendo però che non si tratta sempre di un investimento “etico”. Qual è la differenza? Ne parliamo con il presidente di Banca Etica, Ugo Biggeri.

«Anche se l’investimento etico non è nato ieri, ma da decenni – per esempio Etica sgr, la nostra costola sul risparmio gestito, è da 16 anni che è attiva – capisco che per molti questo sia un territorio nuovo», spiega Biggeri. «Per capire la differenza tra etico e sostenibile basta porsi delle domande sulle conseguenze ambientali degli investimenti. Per esempio, se un fondo decide di non investire in armi o in raffinerie fa una scelta di sostenibilità, ma limitata a criteri negativi. Diverso è andare a cercare gli investimenti che hanno impatti positivi sul fronte sociale, oppure attivarsi come shareholder per ottenere una policy “sociale” dalla società di cui si è investitori». 

Vuol dire che molti che sbandierano di fare finanza consapevole del rispetto dell’ambiente lo fanno solo per moda?

«Il fatto che tanti soggetti potenti, e che possono spostare masse significative, come per esempio il fondo Blackrock, siano entrati sul questo terreno, è un segnale positivo. Lo fanno perché hanno sentito il vento, e capiscono che sia gli investitoti istituzionali che quelli retail chiedono investimenti diversi. Ha fatto molto scalpore l’enciclica di papa Francesco “Laudato sì”, con l’appello alla ricerca di uno sviluppo sostenibile, che ha creato nel mondo religioso un movimento che sta cominciando a muovere masse ingenti di denaro».

E quindi i player si attrezzano per intercettarli…

«Sì. Anche se c’è da dire che avere un’attenzione di medio-lungo periodo sui rischi ambientali è ormai un tema finanziario. Per le società che gestiscono il denaro è importante la capacità di gestione del rischio, e il cambiamento climatico è un rischio per tutti».

Gli investimenti sostenibili sono accreditati di essere più stabili e meno volatili. Possono essere anche più redditizi?

«Quello che si può affermare con tranquillità è che non fanno peggio degli altri. E che nei momenti di volatilità del mercato tendono ad avere perdite minori. Quindi, nel lungo periodo, hanno un risultato positivo migliore. Noi, come gestori attraverso Etica sgr, vinciamo premi ogni anno nel settore dei fondi d’investimento sia per la linea obbligazionario misto che nel bilanciato. L’evidenza che possano rendere un pochino meglio c’è. Certo, quello che vale per il passato non sappiamo se varrà anche per il futuro. Poi c’è un criterio più ampio di cui tenere conto».

Quale?

«Se si fa un ragionamento di lungo periodo, invece di vedere i cambiamenti climatici come una catastrofe, ripetendo l’allarme sul fatto che non potremo più usare il petrolio e la benzina, o che dobbiamo chiudere le centrali a carbone, o come facciamo a far funzionare il sistema finanziario, dovremmo vederne le opportunità. Vale a dire pensare a tutta l’innovazione, la ricerca, i posti di lavoro, i potenziali guadagni, che uno scenario di passaggio ad attività non inquinanti può creare. Dovremmo, insomma, cambiare la narrazione sulla rinuncia alle fonti fossili che faccia spazio a forme energetiche pulite. Peccato che la politica non abbia il coraggio di dire basta con il carbone: eppure basterebbe disincentivarlo». 

Lei che è un banchiere, investirebbe in Tesla?

«Investirei nell’eolico e in chi ha capacità di innovazione. E magari anche in Tesla, ma una piccola parte, per differenziare su investimenti che rendono meno ma hanno un valore simbolico».

Il Parlamento europeo a fine marzo ha approvato il pacchetto delle misure sulla finanza sostenibile.  Ne siete contenti, o vi ha lasciato la bocca amara? 

«Siamo contenti perché era cominciata malissimo. Il fatto di essere riusciti, con la nostra piccola lobby, a migliorarlo, è stata una vittoria. Nella prima bozza, bastava essere un pochino più efficienti per essere considerati sostenibili. Ma un po’ di amaro in bocca è rimasto, perché la politica ha perso un’occasione».

Cosa avrebbe dovuto fare secondo lei?

«Avere più coraggio nel definire che cosa è sostenibile. Invece ha lasciato una definizione troppo ampia di finanza sostenibile. Se vogliamo prendere sul serio gli accordi di Parigi sul clima, che l’Europa ha sottoscritto, bisogna passare a un cambiamento radicale e dire che la finanza sostenibile è una cosa seria, e che non basta ridurre del 5 per cento i consumi energetici. Invece il Parlamento europeo non ha nemmeno preso in considerazione di disincentivare gli investimenti nei settori più inquinanti. È una scelta politica: oggi si continua a investire in tecnologia obsoleta come il carbone, ma i cui margini sono positivi, e chi invece deve inventarsi le nuove forme di energia deve fare investimenti con tempi più lunghi e maggiori costi».

Hanno vinto le lobby industriali?

«No: non si è voluto scontentare i mercati finanziari, che non sono così interessati a una definizione chiara di finanza sostenibile. Perché è vero che da un lato ci sono i fondi che investono responsabilmente, perché il mercato li chiede. Ma l’interesse dei gestori è di non avere una transizione troppo veloce al nuovo modello. Cambiare business fa fatica a tutti, quindi è soprattutto  l’industria finanziaria che blocca».

Vi siete anche lamentati che nel pacchetto europeo non fosse incluso il criterio dell’impatto sociale. Deve ammettere che per la finanza è un criterio più difficilmente misurabile di quello ambientale.

«L’impatto sociale di un investimento si declina in molti modi, dal rispetto dei diritti dei lavoratori agli effetti sulla comunità. Quindi gli indicatori per misurarlo ci sono. Il problema sta piuttosto nel retaggio storico-culturale: se parli di sociale sembra che sei di sinistra. Invece anche l’attenzione al sociale fa parte di un modo di fare investimenti».

Avete appena chiuso il vostro bilancio. Con quali risultati?

«Buoni, in miglioramento rispetto all’anno precedente sia come banca, che registra circa 3 milioni di utile, che come società dei fondi, che ha 4 milioni di utile».

Come siete messi sui crediti deteriorati? Ne siete esenti?

«No. Ma siamo in linea con gli standard del resto del mondo. Invece se ci confrontiamo con il sistema italiano, i nostri Npl sono quattro volte inferiori. Il mondo dell’impegno sociale e ambientale dimostra di avere meno rischi rispetto ad altre attività economiche».

Come presidente di una banca, come valuta l’iniziativa di indennizzare i clienti truffati delle banche fallite?

«Credo sia sbagliato vedere solo le banche dalla parte del torto. Persone che hanno investito tutti  i propri averi in un unico prodotto finanziario, non sono solo state consigliate male: sono le stesse persone che non avrebbero mai messo tutta la spesa in un solo sacchetto per non rompere le uova. Credo che si colpevolizzino troppo le banche e poco i risparmiatori. Però voglio fare anche un’altra considerazione. Chi fa banca correttamente, non ingannando i propri clienti, e con i criteri della finanza etica, non ha incentivi né particolari vantaggi. Il peso di chi fa banca in modo negativo viceversa si scarica sul sistema e costa dei soldi allo Stato. C’è qualcosa che non torna…».