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Osservatorio Banche
Limiti ai dividendi: decisione opportuna?

Ecco come le autorità dei diversi paesi hanno imposto alle banche limiti (fino al divieto) alle erogazioni a favore dei propri azionisti.Tra il dissenso dei detentori di capitale bancario e i sostenitori dell'obiettivo di rafforzamento patrimoniale. Con questi risultati.

Silvano Carletti
Silvano Carletti

Il profondo sconvolgimento prodotto dall’irrompere del Covid-19 ha indotto le autorità monetarie ad attuare un’ampia serie di iniziative per aumentare la capacità di resistenza del circuito bancario.

Alla definizione di questo obiettivo si è giunti muovendo dalla duplice convinzione che da un lato sui sistemi bancari si scaricheranno le conseguenze delle molte ferite prodotte nel sistema economico dalla pandemia, dall’altro lato che le possibilità di una rapida ripartenza dell’attività produttiva saranno condizionate dalla capacità di assecondare la domanda di credito di famiglie e imprese, appena ovviamente il rischio di contagio sarà stato stabilmente ridimensionato. 

Di questo pacchetto di misure fa parte quella che impone alle banche limiti nella distribuzione dei dividendi e nelle operazioni di riacquisto di azioni proprie. Solo con un’adeguata dotazione patrimoniale le banche possono assorbire l’atteso aumento delle perdite su crediti senza ridimensionare la capacità di erogare finanziamenti.

Secondo stime della Bce, in uno scenario grave ma non impossibile, i crediti in sofferenza nel portafoglio delle banche dell’area euro potrebbero raggiungere i 1.400 mld, ben al di sopra dei livelli raggiunti nella crisi finanziaria e del debito sovrano. Se cosi fosse il CET1 (Common Equity Tier 1) delle maggiori banche europee scenderebbe al 9,6%. Trattandosi di un dato medio sarebbero numerose le banche posizionate al di sotto del minimo richiesto dall’attuale normativa.

L’imposizione di restrizioni alle politiche distributive di tutte le banche sono un fatto eccezionale. Il Giappone degli anni ‘60 è uno dei pochi precedenti. Nondimeno le banche centrali che si sono sottratte a questo passo sono assai poche. Da una ricerca pubblicata a maggio 2020 risulta che da un lato le eccezioni si limitano a Giappone e Cina, dall’altro lato le modalità di applicazione sono piuttosto differenziate.

Negli Stati Uniti nelle prime settimane della pandemia (marzo 2020) le maggiori banche hanno volontariamente sospeso i programmi di riacquisto di azioni proprie che in quella realtà rappresentano circa il 70% delle erogazioni ai loro azionisti.

Alla luce dei risultati di un esercizio di stress che aveva coinvolto i gruppi bancari con oltre $100 miliardi di attività (una trentina in tutto), nel giugno 2020 la Federal Reserve ha imposto la sospensione dei piani di share buy back e il divieto nel terzo trimestre di distribuire dividendi per un ammontare superiore a quanto avvenuto nei tre mesi precedenti, con l’ulteriore vincolo di aver prodotto nel trimestre quanto necessario per l’erogazione. Gli stessi criteri sono stati confermati anche per il quarto trimestre dell’anno.

A dicembre la Fed ha sensibilmente allentato queste restrizioni: eliminato il divieto di procedere a programmi di riacquisto di azioni proprie; modificato il limite all’ammontare dei dividendi distribuibili in ciascun trimestre, fissato ad un quarto di quelli distribuiti nei precedenti quattro; confermato il divieto di distribuire dividendi oltre quanto guadagnato nel trimestre. A questo ridimensionamento delle restrizioni la Fed è giunta avendo constatato che, pur in uno scenario particolarmente difficile (oltre $600 mld la stima delle possibili perdite su crediti), il rapporto patrimoniale di base (CET1) si posizionava ben al di sopra di quanto richiesto dalla normativa.

Ben più esigenti le autorità europee. Con una raccomandazione emanata a fine marzo 2020 la Bce ha richiesto alle banche sottoposte alla sua diretta vigilanza di astenersi dal distribuire dividendi a valere sul risultato d’esercizio 2019 (o ad assumere comunque impegni di questo tipo). La raccomandazione della Bce, emanata con la formula comply or explain (adeguarsi o spiegare le motivazione per un’eventuale opposizione), è stata estesa dalle autorità nazionali agli istituti di minore dimensione.

Sottolineata più volte la natura temporanea del provvedimento, la Bce ha stabilito al 30 settembre la prima scadenza del provvedimento, poi prorogata per altri tre mesi. Lo scorso dicembre, le restrizioni sono state parzialmente ammorbidite, consentendo la distribuzione di dividendi riferibili al biennio 2019-20 entro il più stringente di questi due vincoli: 15% degli utili cumulativamente prodotti nel biennio, 0,2% dell’ammontare delle attività ponderate per il rischio.

Si tratta di un allentamento piuttosto limitato. Secondo Enria, responsabile del sistema di vigilanza europea, sulla base di questi vincoli la possibile distribuzione di dividendi ammonta a circa un terzo di un anno normale. Alla fine di settembre 2021 la Bce valuterà se confermare, modificare o eliminare le restrizione per gli utili maturati nell’anno in corso.

Il criterio adottato dalla Bank of England per le banche sottoposte al suo controllo ricalca quella delle autorità di Bruxelles, distanziandosene per quanto riguarda la prima percentuale (25% invece di 15%).

A fine giugno 2020 il CET1 delle banche italiane risulta in media cresciuto di 80 centesimi rispetto alla fine del 2019 (al 14,8%), aumento pari a 80 pb per le banche significative e a 120 pb per quelle di minore dimensione. Secondo la Banca d’Italia un contributo molto rilevante a questo incremento è da ricondurre proprio all’inclusione nel capitale dei dividendi non distribuiti relativi all’esercizio 2019, 6,2 mld in totale. Di questo importo tre quarti circa sono riferibili ai due gruppi maggiori (3,4 mld per Intesa, 1,4 mld per UniCredit).

Questo in rapida sintesi il profilo della questione che ha suscitato valutazioni diverse. Alcuni osservatori si sono lamentati della tempistica (stagione assembleare iniziata), altri ritengono grave che un’autorità intervenga sull’allocazione del capitale (privato) di rischio con un provvedimento che non ha neppure il rango di legge. Scontato il dissenso dei detentori del capitale bancario che avvertono che interventi sulla dividend policy, se prolungate nel tempo, possono in futuro rendere ardua la ricerca di sottoscrittori di nuovo capitale bancario.

Valutazione di segno opposto è quella di chi inquadra la decisione in una dimensione di sistema: va colta ogni possibilità di rafforzamento patrimoniale perché in un contesto di crisi diffusa come l’attuale l’eventuale ricorso al mercato non riguarderebbe quasi sicuramente un singolo istituto, risultando quindi molto difficile da perfezionare, lasciando da parte il suo costo.

Non priva di fondamento è anche la posizione di chi evidenzia come il buon livello dei ratios patrimoniali sia stato favorito dagli alleggerimenti normativi decisi nella prime settimane della pandemia: autorizzare la distribuzione di patrimonio è in evidente contraddizione con le finalità di quel tipo di intervento.