Dalle banche di deposito alle holding bancarie, dalla crescita della struttura fisica con la moltiplicazione degli sportelli al dimezzamento per via della digitalizzazione, ecco come è cambiata in 50 anni l'intermediazione finanziaria. E quali problemi lascia aperti oggi
L’occasione per queste note coincide con la ricorrenza dei 50 anni dalla mia laurea e, quindi, dell’inizio della carriera accademica. Il perimetro della attenzione allora suggeritomi erano le aziende di credito, già un’evoluzione rispetto alle banche di deposito. Il focus si spostava quindi dalla capacità di “raccogliere” il risparmio a quello di “erogare” il credito. Collateralmente, iniziavano a trovare spazio in Italia attività che venivano definite “servizi accessori” quali il leasing, il factoring e la gestione del risparmio. Attività marginali, al punto che nei corsi di formazione dedicati al personale di sportello presso la SDA Bocconi, trovavano spazio nell’ultima giornata, assegnate al docente più giovane per consolidare la sua esperienza d’aula.
Dopo qualche anno (era il 1980) un banchiere importante dell’epoca definì “parabancarie” quelle attività, riconoscendone contemporaneamente la significatività nel mondo bancario e la distanza dall’attività tradizionale. Ne nacque anche una rivista periodica ben nota ad uno dei collaboratori della rivista che ospita queste mie note….. Anche nelle migliori università i corsi di Economia delle Aziende di Credito (che avevano sostituito quelli di Tecnica Bancaria) furono modificati in Economia degli Intermediari Finanziari, riconoscendo che non esistevano solo le banche commerciali tradizionali e che i futuri manager bancari (ancora denominati funzionari, ruolo contrattuale non previsto dal codice civile) dovevano essere formati su una realtà più ampia.
L’attenzione dedicata alle banche ed ai nuovi intermediari si allargava declinando nuovi campi di studio e di disegno delle strutture operative: raccolta, crediti, titoli, estero da un lato e organizzazione, marketing, controllo di gestione e gestione del personale dall’altro. Quattro funzioni di line e quattro di staff, queste con caratteristiche adattate rispetto alla realtà industriale laddove erano sorte.
Nascono anche i gruppi bancari che riuniscono le diverse imprese e società che gravitavano attorno alla banca aggregante o alla holding appositamente costituita. Ne derivava il riconoscimento delle migliori innovazioni “non bancarie”. Invece che finanziarne il crescente fabbisogno finanziario, le banche tradizionali acquisivano l’azienda, la portavano all’interno della propria struttura, la sottoponevano (novità al tempo) alla vigilanza della Banca d’Italia (che gradiva tale impostazione) e la integravano nell’attività di intermediazione “leggera” e “pesante”.
La nuova legge bancaria consolida nel 1993 questo scenario, raggruppando sotto la sua ala tutta la intermediazione dalle Casse Rurali e Artigiane alle più innovative forme di finanziamento e “consulenza” alla clientela.
Sotto un profilo più aziendalistico inizia anche un doppio processo interessante: tutti vogliono diventare banca (per inseguire il risparmio e gestirne la movimentazione), nascono o cercano di nascere oltre 100 banche e tutti aprono nuove filiali fino a raggiungere il numero di 37.000, una ogni 1200 abitanti maggiorenni! Nel contempo, il sistema postale cambiava volto, sviluppando servizi finanziari ed assicurativi a fronte del forte calo dell’attività tradizionale.
Negli ultimi anni la struttura fisica delle filiali ha subito l’effetto della digitalizzazione diffusa, anche se resta la scopertura dei quasi 3500 comuni (il 44%) che non hanno mai avuto o non hanno più la presenza bancaria (ma hanno quella delle Poste, dei consulenti finanziari, degli agenti dei servizi finanziari e delle piattaforme sul web). Due di queste tre linee di sviluppo hanno avuto vita breve ed hanno comportato costi e perdite di valore. Delle 117 banche analizzate in uno studio del 1997, 52 non hanno mai aperto dopo la fase di promozione, 57 hanno chiuso o sono state assorbite da entità preesistenti e solo 8 sono ancora operative (di cui 5 con denominazione e/o struttura modificata e di queste solo 3 sono banche di territorio). Per quanto riguarda gli sportelli, sono oggi rimasti poco più della metà (19.000).
Resta la grande attenzione nei confronti dell’intercettazione del risparmio la cui destinazione verso il credito si è però ridotta, attenuando la funzione storica delle banche. Sono cresciute le banche dedicate ai segmenti più alti del private banking (sia produzione che distribuzione) e quelle legate alla gestione di crediti non performanti e cartolarizzazioni.
Le banche si valutavano un tempo per volume della raccolta di depositi, massa intermediata e numero delle filiali e dei punti operativi, il tutto con multipli consolidati nella prassi. Poi si è aggiunta la valutazione degli immobili; tutto quanto oggi costituisce costo, peso e ricerca della riduzione. Attualmente, costituiscono fattore di valutazione il numero dei clienti effettivi e qualificati (non quelli statici e “dormienti”) e la movimentazione (non più lo stock) dei flussi finanziari.
Con il nuovo secolo era peraltro sorta l’attenzione verso le tecnologie innovative e l’informatica avanzata; esse entrano in banca invertendo la logica iniziale. Inizialmente era un dialogo difficile per incomprensione reciproca del linguaggio e del bisogno. In pochi anni, l’offerta tecnologica ha sposato in pieno le esigenze delle banche, adattando ricerca e produzione fino a indirizzarle in modo specifico e firmando importanti alleanze. L’offerta di prodotti e di servizi (indispensabilmente legati) è passata dall’informatica alla digitalizzazione; in prospettiva, l’open banking e l’open finance introducono (per ora parzialmente) l’intelligenza artificiale.
Il resto è leggibile nella realtà attuale:
Si è aperta una competizione di alto profilo fra reti distributive, banche commerciali e challenger banks: una sfida aperta ed incerta, anche perché ognuno gioca su più tavoli:
Non vi è alternativa alla digitalizzazione, chiunque la sviluppi tra le tre tipologie di intermediari. 19.000 filiali e 260.000 dipendenti sono ancora troppi (soprattutto in prospettiva, rispetto allo sviluppo di piattaforme digitali e social network ); oltre ai 30.000 consulenti operativi, si dovrà operare all’interno dell’altra metà abilitata, ma senza mandato. Chi in banca ha un’età idonea deve adattare le proprie competenze alla nuova realtà per risultare idoneo vivaio per il reclutamento di nuovi consulenti.
Nel complesso il sistema attuale dell’intermediazione finanziaria dà lavoro a oltre 500.000 persone, ma solo la metà è inquadrato come dipendente. 50 anni fa vi erano 1200 banche e pochi soggetti “diversi”. Oggi, vi sono 400 banche, peraltro differenti tra loro, ed un numero di intermediari, iscritti ad Albi distinti, la cui somma riporta il numero complessivo a quello originario.
A monte, anche la Vigilanza deve comprendere che le sue controparti non sono più e solo quelle di una volta. Il profilo delle regole è certamente “sproporzionato” e costituisce una sorta di ostacolo (absit iniuria verbis) all’on-going concern di molti intermediari, spesso destinati a chiudere se restano al di sotto di una certa dimensione anche (ma non solo) per gli oneri economici e organizzativi della compliance alla vigilanza. Un tema delicato, ormai presente nei progetti delle Authorities internazionali, quindi ancora lontano dalla approvazione delle relative nuove regole e da dibattere con attenzione fra tutti i soggetti coinvolti. Come ebbi a dire nel 2005, alla costituzione dell’ADEIMF, “la banca non è più la banca”.