L'equilibrio tra costi e ricavi è ancora da raggiungere

Silvano Carletti
Silvano Carletti

Anche in passato ci sono stati periodi in cui è stato difficile per le banche conseguire un’accettabile relazione tra ricavi e costi. La fase attuale è però decisamente unica, non solo per l’intensità negativa della situazione, ma anche (e forse soprattutto) per la durata. Senza aver ancora raggiunto l’obbiettivo, da oltre dieci anni le banche lottano per restaurare un equilibrio reddituale sostenibile.

Considerate da questa angolatura, le banche italiane occupano in Europa una posizione sostanzialmente intermedia. Caratterizzate sino a dieci anni fa da strutture particolarmente pesanti,  nel periodo più recente hanno intrapreso un percorso di ristrutturazione tra i più intensi osservati nel Vecchio Continente. 

Il punto di inizio di questa grave fase di malessere dell’attività bancaria è senza dubbio inviduabile nella crisi finanziaria del 2008-09, che nell’arco di pochi mesi causò una recessione economica globale di intensità senza paragoni. In tutte le principali aree del mondo la principale (quasi unica) arma di contrasto di questo scenario è stata una politica monetaria particolarmente accomodante, concretizzatasi in un ribasso dei tassi guida mai prima sperimentato e l’adozione di potenti misure non-convenzionali (il QE, Quantitative Easing, ribattezzato “il bazooka”).

La frana dei ricavi

In questo contesto i tassi bancari hanno conosciuto una forte compressione verso il basso. Alla flessione dei tassi attivi si è affiancata un’altrettanto importante correzione delle condizioni del funding, ma nel complesso la forcice bancaria si è ridotta notevolmente: secondo i calcoli di Prometeia, nel caso delle banche italiane dal 3,2% del 2008 si è passati al 2,3% del 2014, all’1,9% attuale. E la prospettiva per il futuro ravvicinato è quella di un ulteriore indebolimento. 

La riduzione della forbice bancaria si è combinata con una costante debolezza della dinamica dei volumi dei prestiti, fenomeno che nell’area euro ha però riguardato solo alcuni paesi, Italia e Spagna tra essi. Nel caso del nostro Paese questo trend è stato alimentato prevalentemente dalle imprese e le cause sono posizionate tanto sul lato dell’offerta (maggiore selezione delle richieste di finanziamento) quanto su quello della domanda.

In una recente audizione (9 gennaio) Alessandra Perrazzelli, vicedirettore generale della Banca d’Italia, ha ricordato che tra il 2012 e il 2018 oltre 800 imprese italiane hanno emesso titoli di debito per quasi 230 miliardi. Senza questo trend la dinamica del credito in Italia sarebbe stata decisamente meno distante da quella osservata in gran parte dell’Europa Continentale.

Nell’insieme, rispetto al dato medio del 2008-09, nel 2018 il margine d’interesse, l’architrave del conto economico delle banche italiane, risulta ridotto di quasi il 30%. Lo sviluppo delle attività fee based ha solo parzialmente compensato la minore redditività del portafoglio prestiti e del portafoglio titoli.

A vanificare in parte i benefici ricavabili da questo riorientamento dell’attività è stata l’ampia condivisione di questa scelta, circostanza che ha portato ad una compressione dei margini reddituali. Nel complesso, tra il 2008 e il 2019 il margine d’intermediazione delle banche italiane si è assottigliato di circa il 12%, percentuale che si traduce in 11-12 miliardi di euro.

Il costo del rischio 

Per gran parte di questi ultimi dieci anni, alla riduzione del monte ricavi si è sommato un significativo ammontare di perdite su prestiti. Sotto quest’ultimo profilo la situazione appare negli ultimi anni sensibilmente migliorata: il permanere dei tassi d’interesse su livelli particolarmente contenuti ha contribuito in misura apprezzabile ad una significativa riduzione del costo del rischio. Infatti, se il flusso di nuovi prestiti deteriorati si è significativamente ridimensionato, lo si deve in misura non trascurabile alla riduzione degli oneri finanziari che ha aiutato non poco le  famiglie e soprattutto le imprese.

Il tasso di deterioramento, l’indicatore che misura la formazione di nuovi prestiti irregolari, si è normalizzato ed è ora (fine settembre 2019) in termini annui a 1,2% per l’intero portafoglio, a 1,9% per le sole imprese. 

È però percezione condivisa che questo ridimensionamento potrebbe arrestarsi o anche invertirsi in presenza di un ritorno a condizioni del mercato finanziario “meno accomodanti”. A questo si aggiunga che al più tardi entro fine 2020 le banche dovranno adottare la nuova definizione di default concordata a livello europeo, con ricadute non trascurabili in termini di costo del rischio. 

Energica azione sul fronte dei costi

Una flessione ultra decennale dei ricavi impone necessariamente un’energica azione sul fronte dei costi operativi. Ipotizzando che i conti finali del 2019 confermino la tendenza rilevata nei primi tre trimestri dell’anno, nel caso delle banche italiane questo aggregato risulta in diminuzione in 7 degli ultimi 11 anni, per un totale di poco inferiore a 7miliardi di euro. 

Nel caso delle banche commerciali i costi hanno una natura prevalentemente strutturale e risiedono in misura compresa tra i due terzi e i tre quarti nella rete distributiva, vale a dire personale e immobili. Generalmente modesta è l’incidenza dei costi variabili sul breve periodo. Sempre facendo riferimento alle banche italiane, tra il 2008 e il 2018 il numero degli sportelli risulta diminuito di quasi 9mila unità, circa un quarto del totale; la parallela flessione dei dipendenti supera quota 60mila. 

Come è noto, la riduzione della rete di sportelli è stata spinta anche dal mutamento del modello distributivo reso possibile dalla rivoluzione digitale. La diversa percezione del rilievo di questa rottura tecnologica spiega una parte non secondaria della forte differenziazione oggi osservabile tra le banche (banche grandi generalmente più avanti). Un’altra parte della spiegazione è individuabile nella significativa dimensione (fissa) dell’investimento iniziale richiesto per realizzare un canale distributivo digitale. Nell’insieme, al di fuori della cerchia delle banche maggiori si rileva un ritardo nella riduzione della rete di agenzie e nello sviluppo del canale digitale.

Valutare il rapporto cost/income in modo puntuale può fornire indicazioni non corrette. La relazione tra riduzione del personale, sviluppo del modello distributivo digitale e dinamica dei costi deve essere analizzata in un’ottica pluriennale. La dismissione dei locali usati come agenzie richiede spesso molto tempo prima di riflettersi nei conti. Inoltre, secondo le regole della contabilità bancaria internazionale l’onere dalle “uscite per esodo” (durata media circa 4 anni) deve essere interamente considerato nel conto economico del primo anno del provvedimento. Questa circostanza spiega perché le banche tendono a realizzare questi programmi in modo più ampio negli anni caratterizzati da risultati economici favorevoli. Secondo un recente studio, tra il 2001 e il 2018 le banche italiane hanno agevolato l’uscita di circa 77mila dipendenti con un onere valutato pari a 17 miliardi di euro.

Riduzione dei costi: un progetto in progress

La riduzione dei costi operativi è un programma che ha ancora molta strada da compiere. A questa conclusione spingono numerose considerazioni, la prima delle quali è che in questi anni la riduzione dei costi è stata in valore inferiore a quella dei ricavi, contribuendo a posizionare la redditività su livelli decisamente modesti: nel periodo 2017-19 (triennio decisamente meno sfavorevole degli anni precedenti), al netto delle componenti straordinarie, il RoE annuo delle banche italiane si posiziona  al di sotto del 3,5%. Si aggiunga che è molto diffusa la convinzione che lo smottamento del monte ricavi è destinata a proseguire, seppure probabilmente in misura contenuta. 

La seconda considerazione è che il modello distributivo digitale da un lato è la premessa per un ridimensionamento dei principali costi fissi di una banca commerciale, dall’altro lato è divenuto componente obbligata dell’offerta di qualsiasi operatore bancario, praticamente ad ogni latitudine. Gli investimenti nel campo dell’IT, quindi, sono destinati a proseguire in misura intensa (Prometeia ipotizza una crescita annua del 7%).

Non si deve poi dimenticare che negli ultimi anni le banche si sono trovate a fronteggiare anche significativi costi “non convenzionali”, tipicamente non prevedibili.

Nel caso di numerose banche europee sotto questo titolo si ritrovano gli esborsi (sanzioni e indennizzi) sostenuti per chiudere procedimenti (litigation settlement) aperti dalle autorità di controllo per reprimere comportamenti scorretti nei confronti della clientela.

Nel caso delle banche italiane, invece, la tipologia più importante è rappresentata dal finanziamento dei piani di salvataggio di istituti di credito precipitati in situazione di gravissima crisi.

Secondo il presidente dell’ABI negli ultimi anni le risorse destinate a questa finalità sarebbero ammontate a 12,5 miliardi di euro (un’ampia parte attraverso il Fondo Atlante e lo Schema Volontario di Intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi). Per memoria: nel biennio 2017-18 per l’insieme delle banche italiane il risultato operativo netto, ovvero l’utile lordo al netto delle poste non ricorrenti, è risultato annualmente pari  a 6,6 miliardi.