Per McKinsey, la domanda strategica non è "come diventare indipendenti?", ma "quali dipendenze possono trasformarsi in vulnerabilità e quanto vale spendere per evitarlo?". Le imprese e i governi dovranno imparare a ragionare non più soltanto sul prezzo dell'energia, ma sul prezzo dell'interruzione dell'energia
I corridoi del petrolio più importanti, Hormuz e il Mar Rosso, trasformati in zone di guerra, oleodotti presi di mira dalle bombe, riserve che stanno per raggiungere il livello di guardia, il sistema della raffinazione sotto stress, come dimostra la lievitazione dei prezzi dei carburanti, che poi spinge l’inflazione. Per quanto tempo il mondo può fare finta di niente?
Se lo chiede un recentissimo rapporto del McKinsey Global Institute, intitolato “Aftershocks” per ragionare sulla sicurezza energetica oltre la crisi di oggi. Il Rapporto parte da un paradosso: la crisi dello Stretto di Hormuz, pur avendo messo a rischio una quota senza precedenti dell’offerta mondiale di energia, non ha prodotto lo shock economico che si temeva.
Ma proprio questa resilienza rischia di essere ingannevole. Le riserve, le pipeline alternative, la capacità di modificare i flussi commerciali e una domanda mondiale meno dipendente dall’energia hanno assorbito gran parte dell’urto. Sono però ammortizzatori che si stanno consumando.
La tesi di fondo di McKinsey è dunque meno rassicurante di quanto suggerisca la tenuta dei mercati: la sicurezza energetica non consiste nel cancellare le dipendenze, ma nel renderle meno vulnerabili attraverso una pluralità di fonti, rotte, scorte e tecnologie. Non esiste una sostituzione semplice del petrolio e del gas del Golfo. L’elettrificazione e le tecnologie pulite possono ridurre strutturalmente la dipendenza, ma hanno tempi lunghi, costi iniziali elevati e nuove dipendenze industriali; nuove produzioni fossili e infrastrutture possono invece aumentare rapidamente la capacità di risposta, ma hanno costi economici e climatici.
La sicurezza energetica è al centro dell’economia
Per capire la portata dell’analisi bisogna partire da un dato: circa due terzi del commercio mondiale di energia attraversano passaggi marittimi che sono dei chokepoint, dei colli di bottiglia, e un terzo dei flussi energetici passa tra Paesi separati da una significativa distanza geopolitica. Il 95 per cento della popolazione mondiale vive inoltre in un’area che dipende dalle importazioni di almeno un combustibile importante. L’energia, insomma, continua a essere una questione di commercio internazionale e contemporaneamente di potere geopolitico.
La crisi di Hormuz rende evidente questa vulnerabilità. Nel quarto trimestre del 2025 circa 21 milioni di barili al giorno attraversavano lo Stretto, tra greggio e prodotti raffinati. Al picco della crisi, il blocco ha interessato il 14 per cento dell’offerta mondiale combinata di petrolio e gas: più del doppio degli shock petroliferi degli anni Settanta in termini di impatto percentuale e oltre sei volte il picco registrato con la crisi Russia-Ucraina del 2022 (anche se questi episodi hanno avuto una durata maggiore).
Eppure, il sistema ha retto.
È questo il primo punto dell’analisi McKinsey. Il mondo del 2026 non è quello degli anni Settanta. L’economia è meno energivora, i servizi pesano di più, le economie hanno imparato a costruire riserve strategiche e infrastrutture alternative. E soprattutto il mercato energetico è diventato più globale e flessibile.
Il risultato è stato una sorta di gigantesco esercizio di riallocazione. La Cina ha ridotto gli acquisti, intaccando le proprie scorte; gli Stati Uniti hanno liberato parte delle riserve strategiche e aumentato le esportazioni; altri produttori hanno incrementato l’offerta; le pipeline hanno aggirato in parte Hormuz; la domanda si è ridotta. Nel secondo trimestre del 2026 più di un barile su cinque di petrolio trasportato via mare seguiva una rotta diversa da quella precedente alla crisi.
La resilienza, però, non è gratuita.
Gli ammortizzatori si stanno consumando
McKinsey ricostruisce la risposta del mercato petrolifero allo shock. Dei 15,5 milioni di barili al giorno di deficit effettivo creatosi dopo la chiusura dello Stretto, circa il 35 per cento è stato compensato dal dirottamento dei flussi attraverso pipeline e dall’aumento della produzione. Un altro 20 per cento è arrivato dalle scorte. Il restante 45 per cento, pari a 6,8 milioni di barili al giorno, è stato assorbito dalla riduzione dei consumi.
È una fotografia importante perché mostra che la sicurezza energetica non è una sola cosa. È contemporaneamente infrastruttura, capacità produttiva, riserve, commercio e flessibilità della domanda.
Il problema è che alcuni di questi cuscinetti hanno una capacità finita.
A fine agosto erano stati prelevati dalle scorte mondiali circa 500 milioni di barili, l’equivalente di circa cinque giorni di consumo globale. Negli Stati Uniti la Strategic Petroleum Reserve, già scesa da circa 600 milioni di barili prima del 2022 a circa 400 milioni alla fine del 2025, era scesa sotto i 300 milioni nell’agosto 2026. Il margine di manovra si sta quindi restringendo, proprio mentre la crisi continua.
Ma il problema più delicato non è tanto il greggio. È la raffinazione.
Le raffinerie del Golfo hanno ridotto la produzione di oltre un quarto e circa 2 milioni di barili al giorno di capacità russa risultavano fuori servizio. Le raffinerie rimaste operative lavorano quasi a pieno regime, ma non possono compensare integralmente il deficit. Inoltre, non tutto il greggio è intercambiabile: utilizzare qualità diverse da quelle per cui un impianto è progettato riduce i rendimenti proprio dei prodotti più richiesti, come diesel e carburante per aerei.
Qui emerge una delle lezioni più interessanti del rapporto: non basta avere petrolio. Bisogna avere il petrolio giusto, nel posto giusto, nel momento giusto e poterlo trasformare nel prodotto necessario.
Gas: uno shock più piccolo, ma più persistente
Sul gas l’impatto globale è stato inferiore, ma più concentrato geograficamente. Il gas naturale liquefatto che passa da Hormuz rappresenta una quota rilevante delle importazioni asiatiche. Inoltre, due impianti di liquefazione danneggiati in Qatar, pari al 17 per cento della capacità di esportazione del Paese e a circa il 3 per cento dell’offerta mondiale di LNG, richiederanno secondo McKinsey dai tre ai cinque anni per essere ricostruiti. Alla fine di agosto i prezzi di riferimento del gas in Europa e Asia erano quasi il doppio rispetto all’anno precedente.
Qui la risposta del sistema è stata diversa: l’aumento della produzione al di fuori del Golfo, soprattutto grazie ai nuovi progetti statunitensi, ha compensato circa tre quarti della perdita di LNG rispetto all’anno precedente. Il resto è stato assorbito dalla domanda, anche attraverso il ritorno del carbone in alcuni mercati asiatici.
Emerge qui una delle contraddizioni centrali messe a fuoco dal rapporto: la sicurezza energetica può accelerare la transizione verso tecnologie pulite, ma può anche produrre un ritorno al carbone e nuovi investimenti in petrolio e gas.
Il grande interrogativo: come sostituire Hormuz?
Qui comincia la parte più interessante dell’analisi McKinsey. La domanda non è più soltanto come sia stato assorbito lo shock del 2026, ma quanto il sistema sia in grado di prepararsi a uno shock analogo in futuro.
McKinsey individua sette leve: elettrificazione, energia pulita, sostituzione con carbone, nuova offerta di petrolio e gas, riscrittura delle rotte commerciali, scorte e gestione della domanda. Non sono alternative tra loro. La logica del rapporto è esattamente opposta: bisogna combinarle.
L’esercizio quantitativo è significativo. Le misure già avviate o discusse potrebbero arrivare entro il 2030 a compensare tra il 35 e il 70 per cento dei flussi petroliferi che prima della crisi passavano da Hormuz. Nel caso “accelerato”, se tutte le iniziative annunciate o discusse si traducessero in progetti effettivi, la capacità di compensazione arriverebbe a 15,5 milioni di barili al giorno, contro i 7 milioni dello scenario basato sulle traiettorie già in corso.
Ma McKinsey avverte: non è una previsione. È uno scenario di potenziale. Molti progetti non sono ancora approvati e i tempi di realizzazione delle infrastrutture sono lunghi.
E soprattutto, sostituire Hormuz non significa sostituire il petrolio del Golfo.
Le pipeline sono la risposta più economica. Ma non eliminano il rischio
La leva che offre il maggiore risultato quantitativo è anche quella più tradizionale: costruire pipeline che aggirino lo Stretto.
La capacità di bypass già esistente e quella prevista potrebbe passare da 4,5 milioni di barili al giorno prima della crisi a 6,5 milioni nel 2030. I nuovi progetti discussi dopo lo shock potrebbero portare il potenziale di diversione fino a 13 milioni di barili al giorno.
Economicamente, è una soluzione relativamente conveniente: le grandi pipeline costano in genere meno di 10 dollari per barile, a pieno utilizzo. Ma c’è un limite geopolitico evidente. Una pipeline non cancella la provenienza del petrolio: cambia semplicemente la strada che percorre.
L’esempio della linea East-West saudita è emblematico. Porta il greggio verso Yanbu, sul Mar Rosso. Se anche il Mar Rosso diventa vulnerabile, il bypass di Hormuz non basta più.
È dunque la logica dell’assicurazione: si paga per avere un’opzione quando arriva il disastro, non per ottenere energia più economica tutti i giorni.
Il nodo economico: il petrolio del Golfo resta imbattibile
Qui il rapporto introduce forse il punto economico più netto.
Il petrolio del Golfo è in fondo alla curva mondiale dei costi. McKinsey stima costi di breakeven intorno ai 5 dollari al barile per il petrolio convenzionale onshore degli Emirati Arabi Uniti e fino a circa 30 dollari per l’Iraq. Nuova produzione fuori dal Golfo avrebbe invece costi nell’ordine dei 40-60 dollari al barile. La trasformazione del carbone in liquidi può arrivare a 75-185 dollari al barile.
Questa differenza cambia completamente il significato economico della sicurezza energetica.
Finché Hormuz è aperto, il petrolio del Golfo non viene realmente sostituito: è troppo competitivo. Pipeline, nuova produzione e capacità alternative sono una polizza contro il giorno in cui lo Stretto viene chiuso. Non una fonte più economica.
È una distinzione essenziale. La geopolitica può rendere economicamente razionale pagare di più per avere una fonte alternativa, anche se quella fonte non è competitiva in condizioni normali.
La strada dell’elettrificazione. Ma richiede tempo
Se le pipeline sono la risposta all’emergenza, l’elettrificazione è la risposta strutturale.
McKinsey stima che, utilizzando tecnologie a basse emissioni già oggi disponibili, in teoria si potrebbe sostituire l’equivalente del 26-31 per cento dei consumi globali di petrolio e gas. Il potenziale tecnico è quindi molto superiore a quello incorporato nelle traiettorie attuali.
Il problema è la velocità.
Le vendite di auto elettriche possono crescere rapidamente, ma il parco circolante cambia molto più lentamente. Un’automobile con motore endotermico o una caldaia domestica hanno una vita tipica di 15-20 anni; una centrale a gas può durare circa il doppio. Non si può quindi confondere la velocità di diffusione di una nuova tecnologia con la velocità con cui cambia lo stock di capitale esistente.
C’è poi un secondo problema, geopolitico. Ridurre la dipendenza dal petrolio del Golfo può aumentare la dipendenza da altre catene di approvvigionamento: batterie, pannelli solari, veicoli elettrici e soprattutto minerali critici.
La natura della dipendenza cambia, però. Un’interruzione del petrolio o del gas blocca immediatamente la produzione e i consumi; un’interruzione nella fornitura di tecnologie pulite o dei loro componenti rallenta soprattutto la nuova installazione e la sostituzione degli impianti esistenti. È una vulnerabilità diversa, non necessariamente equivalente.
Il carbone: la carta che la transizione non aveva previsto
È qui che il rapporto diventa particolarmente interessante anche sul piano geopolitico.
Il carbone è abbondante in molti Paesi che importano petrolio e gas. Cina, India e altri Paesi asiatici dispongono quindi di una sorta di assicurazione domestica. Le centrali a carbone già esistenti, spesso utilizzate al di sotto della capacità massima, possono funzionare da backstop quando il gas scarseggia.
Ma il carbone non può sostituire facilmente tutto il petrolio e il gas. Per utilizzarlo nei trasporti o nella chimica bisogna trasformarlo in combustibili, gas o prodotti chimici. E qui il problema diventa il costo: gli impianti coal-to-liquids possono avere costi di 75-185 dollari al barile.
A ciò si aggiunge il costo ambientale. Il carbone può aumentare la sicurezza energetica, ma aumenta le emissioni. La conseguenza è che una politica di sicurezza energetica costruita in risposta a uno shock geopolitico può entrare in conflitto con gli obiettivi climatici.
McKinsey non nasconde questa tensione. Anzi, la considera uno dei trade-off fondamentali del nuovo scenario energetico.
Geografia del rischio: non esistono Paesi sicuri
Il terzo capitolo del rapporto allarga finalmente lo sguardo oltre Hormuz. È probabilmente la parte più originale dell’analisi.
McKinsey sostiene che non basta classificare un Paese come esportatore o importatore di energia. Serve una sorta di “impronta” della sicurezza energetica, determinata da cinque fattori: composizione del mix energetico, posizione commerciale, sicurezza delle rotte e dei partner, capacità di risposta nel breve periodo e capacità di risposta nel lungo periodo.
Il risultato è una tassonomia di sei categorie.
Ci sono gli importatori esposti, con scorte ridotte e forte dipendenza dai chokepoint. Ci sono gli importatori protetti, come Germania e Giappone, che dipendono molto dall’estero ma dispongono di grandi scorte. Ci sono gli hedger con una spina dorsale di carbone, come Cina e India, che possono sostituire almeno parzialmente gas e petrolio con risorse domestiche.
Poi arrivano i produttori disallineati, come Australia e Indonesia: esportano energia ma sono importatori di alcuni combustibili che non producono o non raffinano abbastanza. Ci sono gli esportatori vulnerabili ai chokepoint, come Arabia Saudita ed Emirati, e infine gli esportatori a base ampia, come Stati Uniti e Canada, che dispongono di risorse diversificate e scorte.
Il messaggio è chiaro: anche un Paese esportatore può essere vulnerabile.
L’Australia, per esempio, è uno dei grandi esportatori mondiali di energia ma importa diesel. Gli Stati Uniti sono il maggiore produttore mondiale di petrolio e gas e contemporaneamente il secondo maggiore importatore di energia in termini assoluti, in parte perché molte raffinerie americane sono progettate per greggi più pesanti di quelli prodotti internamente.
La sicurezza energetica, dunque, non coincide con l’autosufficienza.
Le scorte: l’assicurazione più semplice, ma non infinita
Le scorte rappresentano la soluzione più immediata. Ma anche qui emergono limiti fisici ed economici.
Il greggio è relativamente flessibile: può essere trasformato in diversi prodotti. Le scorte di carburanti raffinati sono molto meno intercambiabili. Diesel e jet fuel non sono la stessa cosa e non possono essere utilizzati indifferentemente. Inoltre i prodotti si degradano più rapidamente e sono costosi da conservare.
Il gas è ancora più problematico perché lo stoccaggio richiede condizioni geologiche specifiche, cioè cavità saline o giacimenti esauriti.
Non sorprende quindi che molti Paesi stiano aumentando le proprie riserve, ma anche qui l’effetto è soprattutto temporale: le scorte comprano giorni o settimane, non risolvono strutturalmente il problema dell’approvvigionamento.
E poi c’è la domanda: l’energia più sicura è quella che non si consuma?
L’ultima leva è forse la meno spettacolare ma economicamente una delle più interessanti: efficienza e gestione della domanda.
McKinsey sottolinea che molte misure sono già economicamente convenienti. Migliorare gli impianti industriali, ottimizzare la logistica, rendere più efficienti i veicoli, riqualificare gli edifici significa ridurre direttamente l’esposizione agli shock.
Secondo il rapporto, portare le imprese industriali verso le migliori pratiche potrebbe ridurre i costi energetici fino a 600 miliardi di dollari l’anno. L’intelligenza artificiale, inoltre, sta aprendo nuove possibilità sul fronte dell’efficienza.
Qui il ragionamento economico si ribalta: la sicurezza energetica non è necessariamente un costo aggiuntivo. Una parte degli investimenti può essere contemporaneamente un investimento in produttività.
È uno dei punti sui quali McKinsey insiste nella conclusione: la valutazione di un investimento non dovrebbe limitarsi al costo dell’energia in condizioni normali, ma incorporare il valore della continuità produttiva e il costo evitato degli shock.
Conclusione: non meno dipendenza, ma più opzioni
È questa, alla fine, la vera tesi del rapporto.
Il mondo non può realisticamente eliminare in tempi brevi la propria dipendenza da petrolio e gas. Non può nemmeno pensare che l’elettrificazione risolva automaticamente il problema: ci sono settori difficili da elettrificare, infrastrutture che devono ancora essere sostituite, vincoli finanziari e nuove concentrazioni nelle catene tecnologiche.
Allo stesso tempo, investire semplicemente in nuova produzione fossile non è una risposta completa. È costoso fuori dal Golfo e può aumentare le emissioni. Le pipeline riducono il rischio di un singolo chokepoint ma possono trasferirlo su un altro. Le scorte attenuano il primo impatto ma si esauriscono. Il carbone offre un paracadute ad alcuni Paesi ma con un prezzo climatico elevato.
La risposta, quindi, è un portafoglio di opzioni: più fornitori, più rotte, più stoccaggio, maggiore flessibilità della domanda, più elettrificazione, più efficienza e, dove necessario, capacità fossile alternativa.
È una conclusione molto meno ideologica di quanto il dibattito energetico lasci spesso intendere. McKinsey non propone una fuga dal fossile né una fuga verso il fossile. Descrive un sistema nel quale la transizione energetica e la sicurezza energetica possono procedere insieme in alcuni casi e confliggere in altri. La stessa crisi può accelerare le auto elettriche in un Paese, il carbone in un altro e nuove perforazioni petrolifere in un terzo.
Ed è proprio questa la dimensione geopolitica più importante. La grande partita dei prossimi anni non sarà soltanto quella per sostituire il petrolio e il gas, ma quella per evitare che la sostituzione di una dipendenza ne produca un’altra. Le dipendenze energetiche non scompariranno: cambieranno forma.
Per McKinsey, la domanda strategica non è dunque «come diventare indipendenti?», ma «quali dipendenze possono trasformarsi in vulnerabilità e quanto vale spendere per evitarlo?». Le imprese e i governi dovranno imparare a ragionare non più soltanto sul prezzo dell’energia, ma sul prezzo dell’interruzione dell’energia.
È un cambio di paradigma importante. Per decenni l’efficienza del sistema energetico è stata misurata soprattutto sulla capacità di ottenere il combustibile più economico attraverso catene globali sempre più integrate. Dopo Hormuz, McKinsey suggerisce che quella stessa efficienza debba essere ricalcolata incorporando il rischio geopolitico.
Il costo della sicurezza, in altre parole, può diventare parte del costo dell’energia. E la sicurezza stessa può trasformarsi da voce di spesa a investimento: non per eliminare il rischio, cosa che il rapporto considera irrealistica, ma per avere abbastanza alternative quando il mercato, la geopolitica o un’infrastruttura improvvisamente smettono di funzionare.