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Il Principe

di Leonardo Morlino

L'effetto della pandemia sui partiti e la partita per il Quirinale

Accentuando conflitto e polarizzazione alla ricerca di un maggiore sostegno elettorale i leader partitici si delegittimano reciprocamente e alla fine non riescono far fronte a situazioni di emergenza. Occorre ricorrere a un attore esterno, come Draghi. Che potrà essere eletto al Quirinale solo se riesce a convincere i leader partitici che è diventato un attore-arbitro neutrale ormai anche ‘interno’ al sistema partitico

Leonardo Morlino
Leonardo Morlino

In questi giorni, diverse analisi tornano direttamente o indirettamente su un problema che è emerso con maggiore evidenza durante la pandemia ovvero la difficoltà dei leader partitici nel gestire situazioni di emergenza. Ma quali sono le ragioni di fondo di questa difficoltà? Perché la democrazia italiana sembra avere più problemi di altre democrazie occidentali, indipendentemente dai risultati – relativamente positivi – nella gestione della pandemia? 

Innanzi tutto, sappiamo bene come in una liberaldemocrazia, come sono le nostre, il problema di un’effettiva rappresentanza sia il suo tallone di Achille. La ‘sequenza rappresentativa’ caratterizzata da consapevolezza dei problemi dei cittadini – capacità di tradurli in decisioni efficaci rispetto al problema – mantenendo o accrescendo il sostegno elettorale, è disseminata da tanti passaggi e possibilità di manipolazione che negli anni recenti gli stessi cittadini sembrano credere sempre meno proprio nelle istituzioni democratiche nel loro complesso mostrando disponibilità ad accettare deviazioni. Le stesse profonde trasformazioni economiche, la frammentazione sociale, la trasformazione delle stesse organizzazioni partitiche svuotate dalle nuove modalità di comunicazione, indotte dai progressi della tecnologia informatiche, sono alcuni dei fenomeni che hanno inciso profondamente su quella sequenza. 

In questo contesto e indipendentemente da quanto è previsto dalle costituzioni e dalle leggi sugli stati di emergenza, quando vi è un problema della tragicità e dell’impatto economico e sociale di una pandemia, i leader partitici sono chiamati a risolvere subito problemi su cui non solo le conoscenze sono ancora scarse, ma si trovano a dover prendere decisioni impopolari nell’immediato. Cioè si trovano a dover essere non ricettivi a breve termine (ad esempio, con provvedimenti che limitano le libertà personali, quali il lockdown) al fine di risolvere eventualmente il problema a medio termine.

Va aggiunto che, in una situazione simile, le altre democrazie europee sono riuscite a proseguire con modalità di governo che non si sono allontanate troppo dalle routine degli anni precedenti. La democrazia italiana non c’è riuscita. Già dopo l’inizio della Grande Recessione del 2008, quando i problemi si sono aggravati, il Presidente di allora, Giorgio Napolitano, dovette ‘inventare’ la soluzione tecnocratica del governo Monti.

In questa crisi, anche di fronte a stalli, rinvii, e conflitti all’interno della coalizione di governo, oltre le difficoltà oggettive, il Presidente Mattarella ha ‘inventato’ Draghi, presidente del consiglio, e una larga coalizione che lo ha accettato tra molti mugugni e critiche. Ovvero si è fatto ricorso di nuovo un attore esterno alla politica italiana. Ma perché la democrazia italiana sembra dovere ricorrere sempre a ‘trovate’ di questo genere, incapace di elaborare soluzioni al suo interno?

Pur non essendo ovvia la risposta a questa domanda, forse le ragioni non vanno cercate troppo lontano. In misura maggiore e con modalità peculiari rispetto alle altre democrazie europee occidentali, quella italiana ha una società tradizionalmente insoddisfatta per le disuguaglianze, le inefficienze amministrative, gli squilibri territoriali, in cui i partiti per i fini di competizione elettorale – pur perfettamente ammessi in una democrazia – spingono verso una polarizzazione estrema in cui le critiche reciproche, rilanciate dai media, alla fine delegittimano le istituzioni democratiche, giungendo anche a quei livelli inediti di astensione elettorale registrati nelle recenti elezioni locali.

Le altre democrazie dell’Europa occidentale non hanno né la tradizione di insoddisfazione di quella italiana né la pratica della polarizzazione estrema. In breve, il paradosso sta nel fatto che accentuando conflitto e polarizzazione alla ricerca di un maggiore sostegno elettorale i leader partitici si delegittimano reciprocamente e alla fine non riescono far fronte a situazioni di emergenza. Occorre ricorrere a un attore esterno che riesca a mettere da parte quella polarizzazione, come sta facendo Draghi. 

Questo aspetto di fondo, peraltro, diviene ora rilevante anche per l’elezione del capo dello stato: come ha già iniziato a fare soprattutto nella conferenza stampa del 22 dicembre, Draghi potrà essere eletto solo se riesce a convincere i leader partitici che è diventato un attore-arbitro neutrale ormai anche ‘interno’ al sistema partitico. Come al solito, bisognerà aspettare e vedere.