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ASSONIME
Le tre ossessioni di Micossi

La fine dell'era Micossi in Assonime, celebrata alla Luiss, offre alcuni spunti utili per le scelte di questo tempo

«Ci sono tre temi che mi continuano a ossessionare e che continuo a riproporre…», ammette Stefano Micossi. Alla fine del ricchissimo convegno organizzato dall’Assonime per celebrare la figura che ha guidato l’associazione per 23 anni e sta per andare in pensione («But I’m non vanishing», assicura con una battuta), tocca a lui chiudere, nel Dome della Luiss, un dibattito aperto dal governatore della Banca d’Italia e chiuso, dopo tante altre voci autorevoli, dal presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato.

Della sua relazione, più articolata, sono proprio queste “ossessioni” che vogliamo proporre, come viatico da consumare non nel tempo, ma immediatamente, nel cammino che ci divide dalle imminenti elezioni.

Perché toccano, queste ossessioni, proprio i temi più caldi sul tavolo: il ruolo dello Stato e un sistema produttivo che ne è fortemente dipendente (inutile chiedere se è nato prima l’uovo o la gallina, tra pervasività dello Stato e passività delle imprese: di certo oggi le imprese il capitale di rischio lo tengono in cassa e chiedono a gran voce aiuti); il peso morto di una fetta dell’economia rappresentata dai servizi che dipendono dalle Regioni, in uno scambio tra salari poveri da un lato e inefficienza del servizio dall’altro, e con la protezione per tutti dalla mancanza di concorrenza (siamo sicuri che la richiesta di autonomia dei governatori non finirà per ingigantire ancora di più il problema?). La terza ossessione è quella sulla qualità in picchiata del sistema scolastico, il grande dimenticato (un paese con ampie fasce di quasi analfabetismo conviene?).

Ecco il testo dell’intervento a braccio di Micossi (in calce il testo integrale del paper).

«Il primo tema è che questo paese ha visto negli anni Sessanta una rottura del filo che univa la produttività, i salari e gli investimenti. Negli anni Ottanta si è un po’ rimediato, ma con molta spesa pubblica. Il sistema rimane un sistema che ha bisogno di una quota consistente di investimenti pubblici per rimanere in piedi.

La seconda è (quella illustrata dal grafico qui sopra, ndr.)… La linea nera è la quota totale del valore aggiunto imputabile ai servizi. Quello che è accaduto in questi anni è che si è avuto un fortissimo aumento del valore aggiunto nei servizi che corrisponde a un fortissimo calo della produttività relativa e a un fortissimo calo dei salari. I salari da fame sono nei servizi poveri.

Un mondo creato dai fondi regionali. I servizi poveri sono difesi coi soldi distribuiti dalle Regioni per mantenere in piedi strutture dei servizi molto inefficienti.

Ma Il cuore del problema è che ormai l’80 per cento dell’economia è composta da qualcosa che non ha né produttività né tecnologia. Non è il manifatturiero il problema, il manifatturiero si regge.

Questa è mancanza di concorrenza, le Regioni hanno creato un enorme sistema protettivo con i fondi europei e la mancanza di concorrenza. So che è una tesi un po’ eterodossa, ma è quello che vedo.

Ultimo tema: come si fa a dire che un sistema educativo che ha questi tassi di disoccupazione giovanile questo tassi di Neet e questi indicatori di performance è buono? Io Lo so che abbiamo università buone e licei buoni nel centro di Roma, ma i numeri sono spietati quando guardiano la medie di performance del nostro sistema educativo.

Queste rimangono le mie tre ossessioni. Del mercato del lavoro il Pnrr non parla perché politicamente non si può toccare, quindi ci sono un sacco di misure per le donne, per incentivare l’occupazione… Ma se la produttività è bassa, incentivare l’occupazione non ci porta lontano. Dovremmo incentivare le ristrutturazioni e la crescita dimensionale, ma non sappiamo come farlo.

Questo problema dei servizi è colossale: la distanza tra la riga nera e la riga rossa sono rendite. In questi anni noi abbiamo regalato soldi a un sistema inefficiente».

P.P.