Le tre opzioni della protesta dei giovani

Leonardo Morlino
Leonardo Morlino

Le democrazie stanno vivendo momenti difficili in tutto il mondo. Per l’effetto della crisi economica, di una stagnazione prolungata, dell’emigrazione o ancora della globalizzazione o per altre e specifiche ragioni, in diverse parti del mondo lo scontento cova sotto la cenere e di frequente esplode nella protesta anche aperta e violenta, da Parigi a Santiago, da Barcellona a La Paz.

Anche l’Italia fa parte di questi paesi, condizionata dai mercati e dall’altissimo debito pubblico. E le élite al governo, indecise a tutto, non riescono a trovare linee di politica coerenti ed efficaci. In questo quadro è ovvio chiedersi se nel nostro paese tornerà una nuova stagione di protesta con i giovani come principali protagonisti.

È opportuno ricordare che i giovani possono tornare ad essere protagonisti della protesta, anche al di là dei partiti, per due ragioni. Una classica e tradizionale, soggettiva, e una seconda maturata negli ultimi decenni, oggettiva.

Innanzi tutto, come è noto anche sulla base degli studi sui movimenti sociali, i giovani sono da anni, anche prima dei movimenti del 1968, il gruppo sociale che più facilmente si mobilita per le loro stesse caratteristiche, tra le quali la ricerca del nuovo e del cambiamento è in primo piano. Però, negli ultimi anni è maturato un altro fenomeno, ormai presente nella gran parte delle società moderne e noto con il nome di divario generazionale ovvero diseguaglianza intergenerazionale.

Si tratta dell’accesso asimmetrico alle ricompense/valori sociali che caratterizza da anni i giovani, di solito compresi tra i 16 e i 34 anni, e che non consente loro pari “chance di vita” rispetto alle generazioni più avanti nell’età. Gli aspetti più rilevanti della disuguaglianza generazionale si vedono nella disoccupazione giovanile, nella diffusa presenza dei Neet (Not in Education, Employment and Training, cioè giovani che non vanno a scuola, non lavorano e non sono inseriti in progetti formativi), nel maggiore rischio povertà in quelle fasce di età. A questo si può aggiungere la ridotta mobilità sociale, anch’essa un dato contemporaneo rilevante.

È questa duplice situazione, soggettiva ed oggettiva, che predispone i giovani a sostenere e porre le basi del successo dei partiti di protesta. Nel nostro caso, la nuova protesta potrebbe concretamente essere il risultato di una scissione del Movimento 5 Stelle con la componente simbolizzata da un Di Battista silenzioso da molto tempo. Si tratterebbe di una rivitalizzazione, magari sotto altro nome, di quel Movimento indebolito dalla trasformazione da partito di protesta a partito di governo, oltretutto con esperienze contradittorie in coalizioni con partiti assai lontani tra loro, come sono la Lega di Salvini e il Partito Democratico. 

Dopo le delusioni dovute al passaggio governativo e moderato del Movimento 5 Stelle, i giovani potrebbero scegliere anche l’alienazione e il distacco totale dalla politica, invece che la protesta di piazza, in Italia assai rara per ragioni tradizionali. Oppure scegliere di creare un nuovo partito di protesta, una scelta più probabile.

Se così fosse, quell’alienazione avrebbe il risultato paradossale di non cambiare niente. Ovviamente in situazioni complesse e fluide, come quelle di cui si sta discutendo, i giovani potrebbero frammentarsi nella reazione e andare in tutte e tre le direzioni possibili, ed anche in questo caso non vi sarebbe un reale impatto politico. Si tratta di fantapolitica? Forse, ma in momenti così incerti e difficili sembra inevitabile cercare di proiettarsi nel futuro.