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COME CAMBIA IL MERCATO

L'arte al tempo del covid

Silvia Segnalini

In questi tempi incerti e difficili, in cui l’analisi degli scenari è diventata un’ossessione di massa, forse nessuno si è ancora accorto di un curioso allineamento fra le dinamiche dei mercati finanziari e quelle del mercato dell’arte.

Fa notare a fine ottobre l’analista Alessandro Fugnoli ne “Il Rosso e il Nero”, Settimanale di strategia del Gruppo Kairos, come nei mercati finanziari si sia verificata la c.d. tempesta perfetta: le borse hanno infatti risposto negativamente rispetto alla possibilità di mantenere un approccio costruttivo sul futuro degli asset finanziari, complici la prospettiva di tornare alle fasi peggiori della primavera, il sospetto che la potenza del virus si stia tutt’altro che attenuando, la consapevolezza che anche nelle migliori delle ipotesi i vaccini offriranno una copertura parziale e precaria, che la pandemia non sia più controllabile, e che i governi siano incapaci di scelte nette tra salute pubblica e salvezza dell’economia, compromettendo quindi entrambe.  

A questo va sommato il silenzio delle banche centrali, in parte causato dalle elezioni in America — i cui risultati richiederanno tempo prima che siano letti chiaramente —  e alla semiparalisi della Bce per l’ostruzionismo tedesco verso ulteriori misure monetarie prima di dicembre in Europa: il tutto in un contesto di borse stanche, senza più grandi idee e con valutazioni alte in certi settori e giustamente basse negli altri. 

Il problema, ora che la tempesta c’è stata, aggiunge Fugnoli, è capire se si sia trattato di un allineamento passeggero di fattori negativi, frequente in ottobre, o se sia cambiato davvero il paradigma di funzionamento dei mercati  degli ultimi mesi.

Considerando le ragioni pessimistiche come congiunturali e di breve periodo, e quelle ottimistiche come più strutturali e di lungo periodo, Fugnoli conclude che anche se dovessimo avere a che fare con la pandemia per ancora molto tempo, da un lato entrerebbero in gioco le nostre capacità di adattamento — significativo il fatto che le linee aeree americane, sia pure tra aumenti di capitale e licenziamenti, siano già non lontane dal pareggio — ; dall’altro lato continueremmo a trarre vantaggio da un orientamento superespansivo fiscale e monetario (con qualunque Congresso e qualunque Casa Bianca si avranno, secondo i calcoli degli economisti, quattro trilioni netti di stimolo fiscale).

Due fattori, questi appena citati, che dimostrerebbero che il paradigma del mercato funziona ancora ed è sempre lo stesso. E anche se, a partire dalle prossime settimane, potrebbero svilupparsi delle varianti a seguito di chi vincerà le elezioni, ciò non equivarrebbe ad una rottura del modello. 

Del resto, i (grandi) fallimenti sono per ora meno del previsto, in quanto non è così impossibile evitarli (o rimandarli anche di anni) in un’epoca di sussidi pubblici tornati di moda, di private equity piuttosto liquido, di fusioni e acquisizioni facilitate dalla liquidità abbondante e di investitori pronti ad accettare ristrutturazioni del debito. Il dramma, e i fallimenti, riguardano purtroppo tante piccole e piccolissime imprese: rispetto alle quali però i mercati sono indifferenti.

L’inflazione è stabile, tendenzialmente assente, solo di pochi decimali più bassa rispetto al periodo pre-Covid, e nulla fa pensare a variazioni consistenti nei prossimi dodici mesi. 

Questo per quanto riguarda i mercati finanziari, così ricostruiti dall’analista di Kairos.

Vediamo cosa è successo nel mercato dell’arte: sicuramente anche qui si è verificata la tempesta perfetta (che ricordiamo è una espressione riconducibile all’economista Nouriel Roubini, utilizzata per la prima volta nell’estate del 2012 per profetizzare la fine imminente dell’euro, ed entrata nell’uso comune per alludere ad un insieme di condizioni finanziarie tali da portare ad un crollo del mercato).

Le edizioni fisiche delle fiere (che sono i principali luoghi di scambio del mercato) sono state cancellate; si è assistito al rinvio o alla cancellazione di molte mostre (sia in spazi pubblici che privati); ad intermittenza vengono chiusi i musei, rendendo molto impervia la programmazione e instabile la posizione del personale e delle istituzioni.

È avvenuto financo l’impensabile: un programma di deaccessioning addirittura dei Musei americani (di cui si è sempre favoleggiata la stabilità economica grazie alle donazioni dei privati), con vendite all’asta che, seppur mascherate da operazione di segno diverso (la necessità di riequilibrare in termini di equità di genere e di identità culturale le collezioni, composte perlopiù da artisti bianchi, in seguito a movimenti come il Black Lives Matter), rendono in realtà molto evidenti le difficoltà finanziarie dei medesimi.

Ma segnalano anche le difficoltà del mercato, in quanto proprio alcuni significativi lotti (tutte blue chip) provenienti da importanti musei americani sono stati ultimamente ritirati dalle aste poco prima di andare sul rostro, non appena ci si rendeva conto che sarebbero rimasti invenduti (ma anche in seguito a indagini formali come nel recente caso del Baltimore Museum of Art).

Tutto ciò mette così in discussione gli stessi meccanismi, e la trasparenza, proprio delle aste high-end, un segmento di mercato che si pensava intoccabile (e impermeabile a qualsiasi crisi) e che invece sta mostrando il peggio di sé (utilizzando artifici, come il ritiro improvviso dei lotti, che falsano i risultati complessivi della vendita; o riproponendo opere che risultano già vendute; o ancora abusando dei meccanismi della trattativa privata e delle opere vendute ma coperte da una garanzia, una sorta di preacquisto delle medesime al di fuori dell’asta: su quest’ultimo tema si permetta il rinvio a S. Segnalini, Dizionario giuridico dell’arte, Skira, Milano, 2019, nel capito dedicato alle vendite all’asta).

Il tutto però in un contesto in cui il paradigma del mercato rimane pressoché invariato: gli artifici cui poc’anzi si accennava servono infatti per far rimanere stabili i prezzi delle opere d’arte, perlomeno nelle aste, da cui ancora soprattutto si ricavano le quotazioni degli artisti, in quanto le vendite online solo apparentemente hanno portato ad una maggiore trasparenza dei prezzi di vendita. Il che è come dire, per fare un parallelo con i mercati finanziari, che il livello di inflazione è rimasto stabile anche nel mercato dell’arte. 

E ancora: gli stimoli al mercato, attraverso le offerte di opere in vendita, sono più che mai massicci. Mai si è assistito infatti ad una situazione in cui, da un lato, le case d’asta — trasferendo online le vendite — stanno rivoluzionando il tradizionale calendario delle aste, organizzando molte più sessioni di vendita e per di più in contemporanea su più mercati (grazie alle possibilità offerte dalla tecnologia); dall’altra, le fiere di arte, sia quelle più importanti che quelle minori, sono intente a riversare nelle loro piattaforme online una serie infinita di opere, divise per temi, per generi, per scelte dei curatori, etc., che sembrano dilatare all’infinito la durata di ogni edizione (e l’offerta di opere), anche qui andando ben oltre la consueta tempistica delle fiere.

Non sappiamo quanto sarà sostenibile tutto questo, ma per il momento il modello tiene e non registra nessuna reale novità (anche l’innovazione tecnologica è decisamente ai minimi storici, la edizioni digitali delle fiere sono esperienze alquanto deprimenti, piatte e ripetitive): si continua a stimolare il mercato, così come avviene nei mercati finanziari, a tutto vantaggio degli artisti già affermati, di cui già si ha avuto esperienza nella real life, in quanto è davvero difficile puntare sugli emergenti, conoscendoli solo virtualmente. Anche l’arte digitale (in tutte le sue accezioni, dalla video art alla cryptoart, al coding), che in teoria sarebbe maggiormente apprezzabile e scambiabile in questo periodo, non ha avuto in realtà una crescita né dei suoi estimatori né degli scambi.

Su tutto poi continua ad aleggiare un processo inarrestabile di concentrazione del mercato: una piattaforma di scambio e vetrina per le gallerie, qual è Artsy, sta diventando sempre più un grosso marketplace, una sorta di Amazon dell’arte, grazie ad un processo di mercificazione dell’arte stessa, vista come un prodotto, che è un’operazione particolarmente facile con l’arte contemporanea, i cui principali acquirenti non sono reali intenditori. Il che porterebbe ad una polverizzazione delle piccole realtà, oltre che degli artisti emergenti, come le piccole gallerie: ma del resto, lo abbiamo già visto per i mercati finanziari, i radar del mercato non sono tarati per percepire il crollo delle piccole e piccolissime imprese.  

In tale contesto, infine, in cui si privilegia la crescita rispetto al valore (come del resto in tutti i regimi a tassi zero), crescono anche le iniziative tecnologiche per tentare, finora con scarsi risultati, di colmare un gap, quindi in analogia con i mercati finanziari possiamo sicuramente affermare che anche quello dell’arte non abbandonerà la tecnologia, e che seguiranno entrambi gradualmente la tendenza a spalmarne lo sviluppo su soggetti che sono oggi in seconda o terza fila.

In altre parole anche per il mercato dell’arte, come in quello finanziario, nonostante si sia verificata la tempesta perfetta, il paradigma degli ultimi anni funziona ancora, e nel prossimo futuro potremmo semmai vederne delle varianti, ma non di certo una significativa rottura degli schemi.