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In cerca di una "nuova normalità"

La strada scivolosa tra incertezza e speranza

Giorgio Di Giorgio

La ripresa autunnale del 2020 presenta inevitabilmente i segni dei drammatici mesi che hanno caratterizzato il diffondersi del COVID 19 a livello mondiale. In molti paesi la pandemia ha indotto, nel primo semestre, contrazioni del prodotto interno dell’ordine del 20%, chiuso interi settori produttivi e ridotto drasticamente le attività commerciali. La caduta dell’attività economica e le conseguenze negative sull’occupazione sarebbero state notevolmente maggiori in assenza delle formidabili reazioni poste in essere dalle politiche monetarie e fiscali. 

Una strana estate, divisa tra la voglia di riaffacciarsi alla vita e il timore di ripiombare presto in una situazione difficile da gestire dal punto di vista sanitario e sociale, è trascorsa accompagnata da segnali incoraggianti di riapertura e recuperi decisamente euforici sui mercati finanziari, che a fine agosto avevano praticamente annullato le perdite sperimentate nel mese di marzo.  

Le valutazioni elevate sui mercati azionari e obbligazionari divenivano pericolosamente disallineate dai fondamentali di una economa reale ancora fortemente limitata nelle sue dinamiche dai vincoli e gli ostacoli generati dall’emergenza sanitaria.  Riflettevano solo l’abbondante liquidità garantita dalla politica monetaria ultra accomodante e l’estesa rete di protezione messa in campo dai governi.

In questo contesto, diveniva facile prevedere un aumento del rischio di correzioni a seguito di qualche notizia negativa, cosa che puntualmente è avvenuta a metà settembre, quando si sono intensificate le voci, da una parte, di aumenti generalizzati nei casi di positività al virus rispetto a giugno-luglio, e dall’altra di ritardi o primi fallimenti nello sviluppo di vaccini. Hanno contribuito in negativo anche nuove tensioni nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti.

La correzione dei valori di borsa, e il prevedibile aumento della volatilità che ci attende in autunno, non sono tuttavia ancora segnali definitivi di un rallentamento prolungato ed esteso dei sistemi macroeconomici. Già in estate, la produzione industriale aveva mostrato un deciso recupero, il mercato del lavoro aveva contenuto la perdita di posti di lavoro e le ultime previsioni fornite dall’OECD indicano risultati annuali attesi per il 2020 meno pesanti rispetto ai numeri di maggio.

La fine del lock down ha indotto una ripresa dei consumi di beni durevoli, mentre rimangono in difficoltà gli acquisiti di servizi e, soprattutto, il commercio internazionale e gli investimenti aziendali, fortemente influenzati dal perdurante clima di incertezza che caratterizza il prossimo futuro. In questo contesto, l’economia mondiale è attesa in contrazione, nel 2020, per circa 4,5 punti percentuali. La recessione sarà relativamente più forte nei paesi molto dipendenti dal turismo e dove le restrizioni alle attività sono state più intense e durature.

La previsione per l’area dell’Euro è di una riduzione del PIL, su base annua, di quasi 8 punti percentuali, con Italia, Francia e Spagna colpite in misura maggiore rispetto alla Germania. Una novità di questa crisi, rispetto ad esempio alla recessione che seguì la crisi finanziaria legata ai mutui subprime, è il coinvolgimento pesantissimo anche di molte grandi economie emergenti, con India, Messico, Argentina, Brasile e Sudafrica tutte previste lasciare sul terreno oltre 10 punti percentuali di prodotto. L’unico paese, paradossalmente, a mantenere una performance di crescita è la Cina, dove la diffusione del virus è iniziata ma è stata poi efficacemente contenuta solo in alcune zone del paese.

La ripresa economica stimolata dalle misure di sostegno e dalla fine delle restrizioni è stata vivace nella tarda primavera e all’inizio dell’estate, ma sta moderandosi nelle ultime settimane, in parallelo all’aumento dei timori relativi ad una seconda “ondata” del virus. La fiducia di famiglie e imprese è scossa e si mantiene pericolosamente legata alla speranza di sviluppi positivi nella ricerca e nella produzione di un vaccino affidabile, per il quale dovremo tuttavia, realisticamente, attendere ancora almeno un anno.  

È essenziale che il supporto delle politiche economiche venga mantenuto, senza ripetere, in alcuni paesi, gli errori del passato, in cui immediatamente dopo il ritorno a visioni espansive di stampo keynesiano si invertì bruscamente la rotta inneggiando ai benefici di comportamenti più austeri nella politica fiscale. 

La strategia da seguire dovrebbe essere diversa. A fianco di una politica monetaria accomodante e pronta a garantire liquidità e buon funzionamento del sistema finanziario, servono ancora politiche fiscali espansive, ma finalizzate esplicitamente al perseguimento di riforme strutturali di ammodernamento delle strutture produttive, sociali e infrastrutturali dei paesi, coerentemente con un approccio ispirato alla sostenibilità di lungo periodo.

Non può non sottolinearsi, per serietà, che il deciso aumento dei rapporti debito-PIL nella maggioranza dei paesi, impone infatti una forte  attenzione ai saldi complessivi di bilancio.  Dopo un primo periodo in cui le politiche fiscali hanno dato sostegni a pioggia ai redditi di famiglie, lavoratori autonomi e imprese in difficoltà, è ora necessario il passaggio ad una seconda fase più selettiva, in cui vanno predisposti incentivi mirati alle imprese e alle famiglie. 

Le imprese vanno indotte a spostarsi da settori dove le prospettive rimangono oscure alla produzione di beni e servizi utili nei nuovi paradigmi sociali e produttivi che si stanno delineando. I cittadini vanno stimolati ad investire nella formazione di capitale umano con competenze adeguate ai nuovi mestieri che si svilupperanno in una società digitale dominata da robotica e intelligenze artificiali. Ad essere flessibili, aperti alla interdisciplinarietà, curiosi e coraggiosi.

Questo richiede grandi capacità, quasi visionarie, di anticipare i nuovi bisogni e le diverse strutture socio economiche che caratterizzeranno il mondo del post Covid, una volta raggiunta la nuova “normalità”. I governi nazionali e le istituzioni responsabili delle politiche monetarie e finanziarie devono affrontare una sfida insidiosa. Ma anche ognuno di noi avrà il suo compito impegnativo.