Il meccanismo del silenzio-assenso. Gli incentivi. La scelta tra capitale e reddito. Il mito del TFR. Come far funzionare una riforma
Questa rubrica nasce con un’idea precisa: riportare l’educazione finanziaria al suo significato più utile, cioè aiutare le persone a prendere decisioni migliori quando contano davvero. La previdenza complementare è uno di quei casi in cui la differenza tra “ci penso” e “agisco” non è un dettaglio amministrativo: è un differenziale di benessere futuro. La riforma 2026 prova a colmare quel differenziale con un’architettura più intelligente. Ma, come sempre, la qualità sta nei dettagli: nelle scelte ‘di default’, nella semplicità, nella fiducia, e nella capacità di parlare alle persone nel momento giusto con le parole giuste.
C’è un paradosso che accompagna da anni il tema pensionistico in Italia: quasi tutti intuiscono che la pensione pubblica, da sola, tenderà a coprire una quota più bassa dell’ultimo reddito, eppure molti continuano a rimandare la costruzione del secondo pilastro, come se il tempo fosse un dettaglio. La bozza di riforma della previdenza complementare collegata alla legge di bilancio 2026 nasce per evitare questo rinvio. Lo fa con un mix di incentivi fiscali, automatismi di adesione e maggiore flessibilità nelle prestazioni.
Il perno del pacchetto è il meccanismo di “silenzio-assenso” per i neoassunti: una finestra breve (sessanta giorni) in cui, se non arriva un esplicito diniego, l’iscrizione alla previdenza complementare scatta automaticamente, con un’allocazione iniziale pensata per essere coerente con l’orizzonte temporale. La logica è intuitiva: ridurre il peso della non-decisione e trasformare l’inerzia – che oggi gioca contro il consenso– in un alleato.
Attorno a questo meccanismo si è già acceso un dibattito: c’è chi sostiene che bisogna parlarne moltissimo, quasi trasformare la comunicazione in una campagna per legittimarlo; e chi, invece, ritiene più efficace parlare della previdenza complementare in generale, evitando di trasformare la finestra di “uscita” (“opt-out”) in una battaglia simbolica.
Qui vale una lezione storica. È la seconda volta che in Italia si tenta la strada del silenzio-assenso: nel 2007 l’operazione non produsse i risultati sperati. Le ragioni non furono solo psicologiche. Il contesto era complesso sia dal punto di vista normativo che operativo, con procedure non sempre lineari e un quadro informativo percepito come poco coerente. Ma proprio su quel terreno si innestò l’elemento decisivo: nel periodo “caldo” si generò molto rumore, spesso con cornici interpretative sbagliate. Quando una scelta viene raccontata come sottrazione o vincolo, la reazione più naturale è difendersi: resta dove sei, non ti muovere, non rischiare. Nel 2007 lo si vide: nella finestra decisionale molti lasciarono il TFR dov’era, scelta comprensibile ma poco previdente.
Oggi, per far funzionare davvero il silenzio-assenso, serve un approccio più sofisticato: rumore sul senso, sobrietà sul gesto. Significa investire stabilmente in educazione previdenziale – spiegare che cos’è il gap pensionistico, perché l’orizzonte temporale è un moltiplicatore, come funziona la capitalizzazione composta, perché disciplina e diversificazione contano più del “tempismo” – ma evitare che la finestra dei sessanta giorni diventi un referendum emotivo. In quella finestra la comunicazione deve essere essenziale, chiara, non aggressiva: che cosa succede, quali sono le opzioni, come esercitarle in modo semplice. Non propaganda, né allarmismi o narrazioni “a somma zero” che attivano reazioni di rigetto e spingono a scegliere “contro”, più che a scegliere bene.
Accanto all’adesione, la riforma interviene sugli incentivi e su alcuni aspetti pratici. Aumenta il limite di deducibilità fiscale (a 5.300 euro annui) – in molti auspicavano che arrivasse a 10.000 euro, per “aggiornare” quei 5.164,57 euro che corrispondevano a dieci milioni del vecchio conio – e rende più agevole, nei passaggi tra impieghi e tra forme diverse, “seguire” la propria posizione previdenziale, riducendo attriti che nella vita reale pesano più delle percentuali.
Interviene anche sulle prestazioni: cresce la quota massima liquidabile in capitale (dal 50% al 60%) e si ampliano le modalità di erogazione, includendo soluzioni che consentono una maggiore programmabilità del flusso in uscita. In particolare, cresce lo spettro delle scelte tra capitale e rendita: alla rendita “pura” si affiancano formule più flessibili, per durata o per profilo di prelievo, che cercano un equilibrio tra reddito e controllo del capitale. Ma proprio qui serve equilibrio. La flessibilità è un beneficio, non un fine: va progettata per aumentare benessere, non per trasformare la previdenza in un bancomat di lungo periodo. Quando si passa dall’accumulo al decumulo entrano in gioco rischi “silenziosi”: vivere più a lungo del previsto, prelevare troppo nei primi anni, subire una sequenza di rendimenti negativi che poi si potrebbe non riuscire a recuperare.
Perché più libertà in uscita significa anche più responsabilità: la rendita copre il rischio di vivere più del previsto, mentre il capitale (o prelievi troppo generosi) espone al rischio opposto, cioè, arrivare “lunghi” di vita e “corti” di risorse. Se rendi più semplice prelevare, devi rendere altrettanto semplice capire quanto ciò sia sostenibile: poche regole intelligenti, scenari chiari e segnali d’allerta comprensibili possono valere più di molte pagine di normative.
In un mondo ideale basterebbe una simulazione per convincere tutti. Nel mondo reale, la decisione previdenziale è una delle più difficili: è lontana nel tempo, poco coinvolgente, tecnica, e compete con bisogni presenti molto concreti. Per questo la definizione delle opzioni conta quanto l’incentivo fiscale. Se il percorso è complesso, se le alternative sono troppe, se i termini sono opachi, la gente non sceglie: rinvia. E il rinvio, in previdenza, è costoso. Non per moralismo, ma per matematica: il tempo è il principale alleato del risparmio di lungo periodo.
C’è poi un confronto implicito che merita di essere trattato con onestà: quello con il TFR “lasciato fuori”. Il TFR ha una rivalutazione legale e una narrazione potente: “è sicuro, è mio, non lo tocco”. Ma quella sicurezza è anche un’àncora mentale che fa perdere di vista lo scopo. Il TFR nasce come retribuzione differita e come cuscinetto; la previdenza complementare è invece un progetto di reddito futuro. Confondere i due piani porta a scelte miopi: proteggere un’idea di sicurezza nominale, rinunciando a un disegno di adeguatezza nel tempo.
Che cosa serve, allora, perché questa riforma non sia solo una variazione di regole, ma un cambiamento di risultati? Tre condizioni. La prima è la fiducia. Che non si costruisce con un decreto né con uno spot, ma con trasparenza “pratica”: costi comprensibili, governance solida, rendicontazione leggibile, e soprattutto comparti coerenti con età e orizzonte (perché un trentenne non dovrebbe ritrovarsi, in automatico, in una strategia pensata viceversa per chi è vicino alla pensione). Le scelte ‘di default’ devono essere attraenti perché, se sono mediocri, l’automatismo diventa un boomerang reputazionale.
La seconda è la semplificazione. L’adesione automatica deve essere accompagnata da un’esperienza lineare: comunicazioni brevi, canali digitali, strumenti comparativi e, soprattutto, numeri in euro – non in percentuali – che rendano visibile cosa cambia con 50, 100, 200 euro al mese. La mente umana ragiona meglio per immagini concrete che per formule: il “quanto mi manca” espresso come reddito mensile futuro è più incisiva di qualsiasi grafico.
La terza è un decumulo guidato. Se introduci flessibilità, devi introdurre anche “paletti di sicurezza” (guardrails): indicazioni sui tassi di prelievo sostenibili, scenari di longevità, avvisi qualora si entri in zone di rischio. Libertà certo, ma entro un perimetro che protegga l’obiettivo previdenziale, evitando che la scelta più facile oggi diventi un problema domani.