Feb 2019
05

La product governance per i clienti funziona. Ma per le banche la sfida è solo all’inizio

Parlano Giuseppe Brandaleone e Luca Galli, Ernst&Young

In vigore dall’inizio del 2018, che effetti concreti ha già avuto la Mifid 2 sull’Italia?

La MIFID 2 ha introdotto specifici adempimenti normativi riguardanti la tutela degli investitori e l’organizzazione ed il funzionamento dei mercati. 

Con riferimento alla tutela degli investitori, le nuove disposizioni sono state per le banche, in primis, una “forzata” occasione per approfondire ulteriormente il livello di conoscenza e competenza della propria rete distributiva. In secondo luogo, per intraprendere ponderate riflessioni circa l’articolazione del catalogo prodotti e dei servizi prestati. 

In virtù delle novità e della conseguente mole degli investimenti per l’adeguamento, lungo tutto il biennio 2017-2018, è stato perseguito un costante percorso di confronto tra gli intermediari e la Consob onde calibrare al meglio le soluzioni “tattiche” e “strategiche”. 

I clienti, a partire dall’inizio del 2018, hanno ricevuto per ogni operazione proposta maggiori dettagli sui costi sostenuti e sul tipo di servizio di consulenza ricevuto (indipendente / non indipendente). 

Nondimeno da una recente survey condotta dall’Università Bocconi è emerso come l’effettiva conoscenza da parte dei clienti della MIFID 2 e del portato dei suoi cambiamenti sia ancora rara e limitata. 

Tutto ciò testimonia come una delle principali sfide per l’industria del risparmio rimane quella di contribuire all’incremento del grado di alfabetizzazione finanziaria dei risparmiatori italiani con conseguenti benefici “win-win” in termini di maggiore consapevolezza dei clienti e conseguente possibilità di estensione dei prodotti e dei servizi offerti.

Riguardo all’organizzazione e al funzionamento dei mercati, gli intermediari hanno concentrato i propri sforzi nell’informativa sulla qualità della best execution applicata ai clienti, nonché sulla gestione delle informazioni per le operazioni regolate OTC (Market Trasparency) e le informazioni sulle operazioni concluse da trasmettere all’Autorità di Vigilanza attraverso il c.d. Transaction Reporting. 

Gli effetti in Italia sono diversi dal resto del mercato europeo?

Parzialmente. Il tema del catalogo prodotti è un argomento che ha riguardato in maniera rilevante anche altri paesi (es. Francia) che come l’Italia hanno un modello di servizio concentrato sul servizio di consulenza non indipendente. Tuttavia l’Italia rimane ancora oggi il Paese in cui si registrano le commissioni più alte in Europa.

Un tema che, in parte, ci ha differenziati è quello della formazione del personale. L’Autorità di Vigilanza italiana (la Consob) ha indicato requisiti più stringenti rispetto all’Autorità di Vigilanza Europea (l’ESMA) inducendo le Banche italiane a importanti investimenti in termini di percorsi formativi e valorizzazione dei talenti.

È opinione diffusa che la Mifid2 abbia complicato, più che regolato il mercato. Anzi, che abbia per ora fallito la sua missione. Qual è la sua posizione?

La MIFID 2 ha obbligato le Banche ad avvicinarsi alle logiche di “miglior interesse” ed “esigenze” della clientela introducendo elementi oggettivi (es. la trasparenza dei costi, i controlli di product governance, ecc.) per poter valutare il servizio prestato. 

Chiaramente le regole di condotta introdotte hanno comportato importanti costi di adeguamento per la modifica dei processi e delle infrastrutture IT nonché per un percorso di change management. 

Tanto premesso, forse si poteva fare di più riguardo alla semplificazione e standardizzazione dell’informativa sui costi, creando un format comune (come già previsto per i prodotti bancari) che avrebbe favorito una maggiore e più immediata comparabilità per il cliente.

Qual è l’impegno più difficile da mettere in pratica per le nostre imprese finanziarie?

Il cambio culturale del “fare” la Banca sarà un campo da gioco in cui le Istituzioni Finanziarie dovranno muoversi con grande celerità. E dovranno confrontarsi con operatori innovativi e tecnologici, quali le Fintech, che oggi rappresentano più che semplici competitor di piccola taglia.  Pensare che il modello di distribuzione “Prodotto-centrico” possa continuare a prevalere rispetto ad un modello incentrato sul “Servizio” oggi non solo risulta miope, ma non più sostenibile a livello di conto economico.

Con l’inizio del 2019 la trasparenza e la standardizzazione dei costi da parte degli intermediari dovrebbe essere stata messa a punto. È vero? 

Sulla trasparenza dei costi ex ante sono stati compiuti passi in avanti molto importanti. La standardizzazione delle informazioni sui costi fornite ai clienti è sicuramente migliorabile. In merito alla rendicontazione ex post dei costi, le attività implementative sono ad oggi in corso. 

La predisposizione del report sui costi è un processo molto complesso che sta richiedendo ai player finanziari: (i) importanti investimenti in infrastrutture tecnologiche, (ii) il coinvolgimento di un rilevante numero di attori (es. asset manager, compagnie e banche depositarie); (iii) una adeguata e tempestiva preparazione della rete circa la conoscenza delle informazioni contenute nel report.

Quando avverrà la notifica ai clienti? E a tutti, cioè dettaglio e istituzionali, oppure solo ad alcuni?

Verosimilmente entro il primo semestre del 2019, ancorché diversi operatori “virtuosi” hanno anticipato al primo trimestre 2019. In questa prima fase il focus sarà sulla clientela retail, tuttavia anche per le controparti istituzionali, a meno delle casistiche previste dalla normativa, sarà previsto un rendiconto sintetico sui costi.

Per molti osservatori il cosiddetto unbundling dei costi della ricerca da quello dell’esecuzione dell’ordine, che doveva dare una informazione chiara al cliente del costo del servizio che stava usando, è diventata un boomerang: ha tagliato drasticamente (si dice anche del 70 per cento) la spesa degli intermediari nell’analisi. Ha messo sul lastrico molti analisti. Ha ridotto la qualità dell’analisi stessa. Ha tagliato le gambe agli analisti indipendenti. Che ne pensa? 

Il tema della ricerca è molto complesso. La necessità di fornire informazioni dettagliate al cliente sulle modalità di prestazione del servizio di investimento e sui costi sostenuti (compresi eventuali inducement) ha sicuramente avuto un marcato impatto sui main  brokers che “tradavano” massici volumi di ordini, richiedendo agli stessi una revisione delle fees ed un miglioramento della best execution fornita al cliente. 

In merito agli analisti indipendenti, in realtà, a nostro avviso, c’è stata una selezione naturale guidata dalla “qualità” della ricerca offerta. 

Infine si rileva che tutte le SGR e le Banche hanno formalizzato una policy che guidi la gestione della ricerca ricevuta e ne disciplini le attività di monitoraggio sulla qualità della ricerca ricevuta.    

L’effetto unbundling appena descritto è registrabile anche da noi?

Sì, ma probabilmente in misura inferiore rispetto ad altri paesi, quali ad esempio Francia e UK, dove il mercato della ricerca è maggiormente sviluppato.

La Mifid potrebbe essere un incentivo al consolidamento del mercato. Questo perché i costi che impone sono troppo alti. È vero? Ed è un effetto già visibile?

La MIFID 2, così come altre disposizioni normative che non riguardano i servizi di investimento, ha comportato, inter alia, dei costi di implementazione ingenti e quindi complessi da sostenere se non attraverso “economie di scala” raggiungibili anche attraverso il consolidamento del mercato.

Rimane fermo che nell’immediato le logiche di aggregazione del mercato bancario seguiranno percorsi dettati da più cogenti tematiche (NPL management, in primis) rispetto a MIFID 2. 

D’altra parte, con riferimento agli Asset Manager, il processo di consolidamento nel mercato è già partito nel corso dello scorso biennio con le operazioni Amundi-Pioneer e Anima-Aletti Gestielle. 

Dal 2020, anche in virtù dell’entrata in Italia di operatori esteri che propongono una gamma prodotti con costi decisamente inferiori rispetto a quelli medi italiani (a parità di asset class) nonché canali di distribuzioni tecnologicamente avanzati, si assisterà certamente ad un’ulteriore speed-up del processo di consolidamento dell’industria del risparmio. 

Pensa che dopo il periodo di grazia del primo anno di vita sulla la Mifid si debba riaprire il cantiere per introdurre delle modifiche, come chiedono i francesi?

Riteniamo utile capitalizzare il “momentum” di cambiamento introdotto da MIFID 2 (e il fatto che siano ancora in corso attività di adeguamento) per continuare il confronto inaugurato nel corso del 2018 tra gli operatori e il Supervisor domestico con l’intento di enucleare e raccogliere gli ambiti di miglioramento e affinamento condivisi a livello di industria. Per sottoporli poi, in maniera consistente ed incisiva, a livello europeo.  

Inoltre l’entrata in vigore – verosimilmente nel corso del prossimo biennio – delle regole di condotta inerenti la prestazione dei servizi di investimento relativi ai prodotti ESG, potrà essere sfruttata come ulteriore momento di raffronto e possibile fine-tuning del complessivo framework regolamentare in tema di tutale degli investitori.

C’è un aspetto positivo che si può già indicare come acquisito?

Certamente l’introduzione delle regole di product governance. Che hanno indotto sia manufacturer, sia  distributor a ripensare le logiche e i processi di ideazione dei prodotti in funzione delle caratteristiche e delle esigenze della clientela. 

Tale aspetto, così come l’introduzione dei controlli sui ribilanciamenti di portafogli (che impongono un controllo sui costi/benefici delle cosiddette “operazioni di switch”), siamo persuasi che ridurranno in maniera significativa fenomeni di miss-selling ed i comportamenti opportunistici degli operatori e delle loro reti. 

 

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