Una strategia europea dovrebbe essere meno ossessionata dalla frontiera tecnologica a ogni costo e più attenta alla diffusione delle tecnologie nell’economia reale. Dovrebbe rafforzare il mercato unico puntando su beni pubblici europei per sostenere le imprese. E dotarsi di un bilancio federale. Tutti passi non più rinviabili
In una fase storica segnata dal ritorno di rivalità geopolitiche e conflitti, frammentazione della globalizzazione e incessante competizione tecnologica, l’Unione europea è chiamata a ripensare profondamente il proprio ruolo e gli strumenti a sua disposizione per non perdere peso economico e politico nello scenario globale.
La nozione di autonomia strategica è diventata centrale nel dibattito pubblico europeo: per il vecchio continente l’imperativo non è quello di chiudersi al mondo e di cedere a tendenze neo-protezioniste, ma di dotarsi delle capacità produttive, tecnologiche e istituzionali necessarie per non dipendere in modo eccessivo da attori esterni in settori cruciali per la propria competitività. Viste le crescenti minacce alla stabilità istituzionale all’interno delle stesse democrazie occidentali, nel lungo termine la posta in gioco è la sopravvivenza della costruzione europea che ha garantito pace e crescita economica dalla fine del secondo conflitto mondiale.
In questo contesto, la politica industriale non è più un’opzione, bensì una necessità. Oggi, in Europa, o si è pro-politica industriale, o si accetta di subire le trasformazioni globali senza strumenti adeguati di risposta. Tuttavia, il ritorno della politica industriale comporta rischi significativi. Se mal disegnata, può alimentare nazionalismi, distorcere la concorrenza o essere catturata da interessi privati, in particolare quelli dell’oligopolio di imprese globali che controllano una parte consistente dell’infrastruttura digitale. La sfida per l’Europa è dunque duplice: dotarsi di una politica industriale efficace e, al tempo stesso, evitare che essa diventi uno strumento di potere nazionale o di rafforzamento di monopoli esistenti, quella che ho definito la double weaponization della politica industriale per fini antitetici all’interesse pubblico.
Tre direttrici possono orientare una strategia europea coerente.
Primo: una politica industriale pro-competitiva
Nonostante le tensioni strutturali, non esiste un trade-off inevitabile tra politica industriale e politica della concorrenza. Al contrario, l’Unione dovrebbe puntare su una politica industriale che rafforzi il mercato unico, anziché frammentarlo. Questo significa concentrare l’intervento pubblico sulla fornitura di beni pubblici europei – infrastrutture digitali, reti energetiche, standard tecnologici comuni, difesa – e sostenere imprese in grado di operare in settori strategici ad alta intensità di ricerca e sviluppo, senza però concedere loro posizioni di rendita incontestabili. L’obiettivo non è creare “campioni nazionali” protetti, ma costruire capacità industriali continentali compatibili con un mercato aperto e dinamico.
Secondo: una politica industriale tecnologicamente “noiosa”
In un’epoca dominata da narrazioni sull’imperativo di perseguire l’innovazione disruptive ad ogni costo e sull’inevitabilità della corsa globale all’intelligenza artificiale (IA), l’Europa rischia di inseguire mode e slogan – dal the bigger the better nel campo dei modelli di IA alla retorica della competizione esistenziale tra potenze. Se l’Unione europea vuole davvero agire come un leader globale, un buon punto di partenza è smettere di essere follower delle narrazioni altrui; una strategia europea dovrebbe essere più sobria e selettiva: meno ossessionata dalla frontiera tecnologica a ogni costo e più attenta alla diffusione delle tecnologie nell’economia reale. La produttività e la competitività non dipendono soltanto dall’invenzione di nuove tecnologie radicali, ma dalla loro adozione diffusa, dall’investimento in competenze, dalla qualità delle infrastrutture e dall’integrazione tra settori. In questo senso, una politica industriale “noiosa” – orientata a standard comuni, interoperabilità, formazione, tecnologie aperte e sicure – può risultare più trasformativa nel medio-lungo periodo rispetto a grandi annunci e progetti simbolici.
Terzo: una politica industriale federale
Al di là dell’equilibrio fra politiche e delle priorità e missioni specifiche della politica industriale europea, il nodo fondamentale per l’Unione resta quello istituzionale. L’Unione europea dispone di una politica della concorrenza autenticamente federale, ma non di una politica industriale sovranazionale dotata di adeguate risorse proprie. Finché il finanziamento degli interventi rimane prevalentemente nazionale, il rischio è quello di alimentare una competizione tra Stati membri e di incentivare la conquista di vantaggi localizzati e temporanei. Una vera autonomia strategica richiede prima di tutto autonomia fiscale: senza una capacità di bilancio europea federale – da raggiungere attraverso strumenti di debito comune e nuove risorse proprie – la politica industriale europea resterà, nel migliore dei casi, inefficace.
In definitiva, l’Europa ha avuto decenni di “mare calmo” a disposizione per trovare la volontà politica per mettere in piedi una politica industriale veramente continentale, ma la storia sembra aver deciso di accelerare i tempi, e oggi l’Unione si trova davanti a una scelta fondamentale e non-rimandabile. Può limitarsi ad adattare in modo frammentario strumenti esistenti, inseguendo le strategie di Stati Uniti e Cina, oppure può sviluppare un approccio originale: democratico, inclusivo, orientato ai beni pubblici e fondato su istituzioni federali, mettendo in pratica l’idea del “federalismo pragmatico” suggerita da Mario Draghi. In un mondo in cui economia e geopolitica sono sempre più intrecciate, la politica industriale diventa il terreno su cui si misura la capacità dell’Unione di trasformarsi da potenza “gentile” a soggetto realmente autonomo.
La questione fondamentale non è se l’Europa debba fare politica industriale, ma se sia disposta a fare il passo ulteriore: sfuggire dal provincialismo delle piccole potenze, scegliere un orientamento per le proprie politiche adeguato ai suoi valori e competenze, e dotarsi delle risorse, delle istituzioni e del coraggio politico necessari per dimostrare che, in un mondo che precipita verso scenari allo stesso tempo pericolosi e tristemente familiari, è ancora possibile cambiare direzione.