I differenziali di genere nell’economia italiana e il ruolo delle politiche pubbliche

La parità di genere deve invadere il nostro sistema economico

Paola Profeta
Paola Profeta

Meno di una donna su due lavora in Italia.

Nonostante i progressi degli ultimi decenni, che hanno visto le donne affermarsi in tutti i livelli di istruzione (le ragazze sono ormai ogni anno il 60% dei laureati), il lavoro in Italia è ancora dominato dagli uomini. 

Secondo l’ultimo rapporto sul Gender Gap del World Economic Forum (2018) l’Italia è al 70esimo posto su 140 paesi per uguaglianza di genere e precipita al 118esimo quando misuriamo la sola dimensione economica (partecipazione al mercato del lavoro e opportunità economiche). In Europa siamo tra gli ultimi, seguiti solo da Grecia, Malta e Cipro. Un contesto particolarmente critico è quello del Sud del paese, dove solo una donna su 3 è occupata. 

Siamo di fronte a un quadro drammatico, se pensiamo a tutto quello che abbiamo imparato negli ultimi decenni sui benefici economici di una maggiore partecipazione delle donne al lavoro: non c’è istituzione internazionale che non abbia misurato aumenti sostanziali di PIL e tracciato il circolo virtuoso di sviluppo e crescita economica innescato dall’uguaglianza di genere. 

Più donne occupate non è solo un obiettivo di sviluppo e di uguaglianza, ma di crescita economica, poiché i talenti, il capitale umano e la produttività delle donne hanno il potenziale di trasformarsi in vero e proprio valore economico.

Lo stesso succede quando le posizioni di leadership sono bilanciate per genere: la qualità delle istituzioni e delle organizzazioni è migliore, i processi decisionali e le decisioni stesse sono più innovative, meno conflittuali, più attente ai molteplici aspetti che ne definiscono le migliori potenzialità. Poiché le donne competenti e di talento abbondano nel nostro Paese, una maggiore rappresentanza femminile induce un cambiamento nello status quo che migliora il processo di selezione a beneficio di tutti. 

In tempi di bassa crescita economica e di abbondante talento femminile la riduzione dei differenziali di genere dovrebbe dunque essere una priorità naturale del nostro Paese. Eppure non è quello che osserviamo. Non in modo continuo. 

Il dibattito sulla parità di genere è culminato nella straordinaria approvazione della legge “Golfo-Mosca” del 2011, che impone quote di rappresentanza di genere nei consigli di amministrazione e collegi sindacali delle società quotate e società a controllo pubblico. Una è una legge temporanea (è in via di approvazione la proroga della scadenza), ma non è in discussione la temporaneità della misura.  

Le riforme di politiche pubbliche sono intermittenti, poco focalizzate, non sostanziali, non inserite in un piano d’azione incisivo e organico. Poiché le radici dei differenziali di genere sono prevalentemente culturali, radicate e persistenti, l’azione di policy richiesta per il cambiamento non può avere natura intermittente, non può essere occasionale, non può esaurirsi con la buona volontà di alcuni soggetti o soccombere inesorabilmente di fronte alle necessità di finanza pubblica, seguendo il solito ritornello secondo il quale le riforme a favore dell’occupazione femminile vanno bene solo se sono a costo zero. 

Per funzionare, la parità di genere deve invadere come un’onda il nostro sistema economico, plasmare le politiche pubbliche, orientare la spesa pubblica, stimolare la società, inserirsi come protagonista nel dibattito, nella cultura, nella vita di ognuno. La promessa è una società e un’economia migliori per tutti.

Il tema è stato affrontato dalla rivista Economia Italiana (https://economiaitaliana.org), che nell’ultimo numero presenta nuovi dati e analisi che evidenziano alcuni aspetti critici delle disuguaglianze di genere in Italia, come nascono e come evolvono durante la vita individuale, il lavoro e la formazione della famiglia. Perché solo la comprensione delle radici profonde delle differenze di genere ci permette di capire il ruolo delle politiche pubbliche e iniziare a delineare una strategia di azione ampia e incisiva.   

Il contributo di Daniela Del Boca, Enrica Martino, Elena Claudia Meroni e Daniela Piazzalunga evidenzia come i differenziali di genere nascano fin da bambini. I servizi alla prima infanzia sono fondamentali nel contrastare queste differenze fin dalla loro origine, con conseguenze importanti nel lungo periodo. Investire sui servizi alla prima infanzia, trascurati nell’agenda politica italiana, significa ridurre all’origine le disuguaglianze di genere in modo decisivo e persistente. 

Come sottolineato da Francesca Carta, i servizi all’infanzia sono anche importanti per stimolare l’occupazione delle madri. Fondamentale è il ruolo dei padri: il congedo di paternità esclusivo e obbligatorio diventa un elemento indispensabile per ribilanciare il lavoro domestico e il lavoro di cura tra uomini e donne all’interno della famiglia, luogo in cui si sviluppano le differenze. Le conseguenze si rifletteranno nel mondo del lavoro. 

Secondo le analisi di Francesca Barigozzi, Helmuth Cremer e Chiara  Monfardini la maternità resta un passaggio cruciale per il lavoro femminile: la penalizzazione di salario e carriera delle donne alla nascita dei figli ha radici culturali profonde. Le norme sociali impongono alle donne di dedicare più tempo degli uomini alla cura dei figli. Servizi alla prima infanzia, congedi di paternità, sgravi per le donne lavoratrici alla nascita dei figli sono politiche importanti per ridurre i differenziali di genere sul lavoro. 

Come già sottolineato, per promuovere la presenza delle donne nelle posizioni decisionali, lo strumento naturale sono le quote di genere che in Italia hanno portato a effetti benefici nella selezione dei membri dei CDA, secondo l’evidenza descritta da Annarita Macchioni. Poiché le radici delle differenze di genere sono culturali e radicate in tutte le istituzioni, i contributi del volume sottolineano come non bastino le politiche familiari o l’introduzione di quote. 

È necessario un ripensamento complessivo del funzionamento delle istituzioni secondo la prospettiva di genere: un chiaro esempio è fornito da Giuseppina Gianfreda e Giovanna Vallanti, che sottolineano come nelle regioni italiane con un mercato del lavoro più rigido, che riflette le inefficienze del sistema giudiziario, le differenze di assunzioni e tipologia di contratti tra uomini e donne sono più forti. 

Dalle politiche familiari alla rappresentanza e al funzionamento dei processi decisionali in tutte le sfere istituzionali: è ora che l’onda della parità di genere parta con determinazione.