Osservatorio Banche

di Silvano Carletti

La pandemia allontana fusioni e acquisizioni bancarie

Silvano Carletti
Silvano Carletti

Continua ad ampliarsi la platea di coloro che ritengono prossima, oltre che opportuna, una drastica riduzione del numero degli operatori creditizi europei. È una convinzione nata alcuni anni fa, ma che l’irrompere della pandemia ha sensibilmente rafforzato.

Le statistiche su M&A in campo bancario segnalano però ancora quasi esclusivamente operazioni di sistemazione infragruppo e cessioni/acquisizioni di specifici rami d’attività o portafogli finanziari.

Le operazioni di aggregazione tra realtà aziendali indipendenti si contano sulla punta delle dita di una mano ed è probabile che la situazione rimanga a lungo così, singole esperienze, non un flusso continuo e consistente.

Una previsione che ovviamente esclude operazioni di M&A rese percorribili esclusivamente dalla finanza pubblica.

Il prolungarsi di uno scenario dominato da rendimenti finanziari negativi e il profilarsi di un serio deterioramento della qualità del credito mettono seriamente a rischio il conto economico degli istituti bancari. Per quanto riguarda gli NPL attribuibili alla pandemia le stime della Bce per l’intera eurozona arrivano fino a 1400 miliardi; per il nostro Paese si ipotizza un importo tra i 60 e i 100 miliardi. Entrambe le stime sono suscettibili di robuste correzioni nei due sensi. Nell’immediato moratorie e garanzie statali oscurano la reale gravità del problema.

La riduzione del costo della raccolta (grazie anche all’imponente rifinanziamento della Bce), la modifica (settembre 2019) del sistema di remunerazione delle riserve in eccesso (Two-tier system), la continua limatura della struttura dei costi (che però nel breve periodo può essere oscurata dall’onere dei nuovi esodi), etc., sono fattori che contribuiscono a lenire la situazione. Tuttavia, c’è ampio consenso che l’insieme dei fattori negativi prevalga ampiamente su quelli positivi.

L’affermarsi di uno scenario difficile spiega in misura importante il ridotto numero di operazioni di aggregazione realizzate. Le pesanti conseguenze del Covid-19 sulla dinamica economica hanno reso caute anche le banche di maggiore dimensione senza particolari criticità, le possibili protagoniste di una nuova stagione di fusioni e acquisizioni.

L’indicazione che emerge dai bilanci 2020 è che tra i grandi gruppi dell’eurozona quelli che mostrano una buona tenuta del risultato operativo e possono accrescere in misura sostanziale le rettifiche su crediti non sono più di 5-6.

Le due maggiori banche spagnole propongono contenute riduzioni del risultato operativo, ma chiudono l’anno con una perdita di €8,8 mld nel caso del Santander e un utile ridotto di due terzi nel caso del BBVA.

A spingere verso il basso l’utile annuo sono state in entrambi i casi sia interventi di natura puramente contabile sia un deciso rafforzamento (+30-40% a/a) degli accantonamenti prudenziali a fronte di un possibile deterioramento di rilevanti quote dell’attivo.

Complessivamente migliore il consuntivo di BNPP che limita la flessione dell’utile ad appena il 13,5% (7,1 mld) malgrado una crescita degli accantonamenti di 2,5 mld, grazie ai proventi straordinari (1,5 mld) ma soprattutto a una efficace difesa del flusso di ricavi (-0,7%).

In certa misura intermedia la situazione di Intesa che registra una contrazione del 48% dell’utile (al netto del contributo di Ubi) sintesi di fattori di segno diverso, tra i quali la limitata flessione del risultato della gestione operativa (-5%), la cospicua plusvalenza conseguente alla cessione di Nexi (1,1 mld), l’accantonamento straordinario di quasi 2,2 mld per i futuri impatti del COVID-19.

Simile il consuntivo del francese Crédit Agricole e dell’olandese ING: tenuta dei ricavi (+0,9 e -3,7%, rispettivamente), contrazione del risultato operativo nel caso di ING (-18%) e aumento per CA (+ 2,5%); forte incremento delle rettifiche su crediti per entrambi (+ 110 e +139%), con contrazione dell’utile netto (-35 e -48%).

Come già accennato, bastano le dita di una mano per contare le recenti operazioni di aggregazione di qualche rilievo, nessuna di carattere cross-border. Tra esse spicca l’acquisizione di Ubi da parte di Intesa, in termini di totale attivo, rispettivamente, il quarto e il primo gruppo bancario italiano.

L’operazione, nata come scambio di “carta contro carta”, è stata conclusa con una integrazione di contante. Dal punto di vista finanziario l’operazione è stata costruita molto bene perché le cessioni di sportelli (circa 600) e di entità assicurative (richiesti dall’autorità antitrust e dalla volontà di evitare duplicazioni nel nuovo assetto del gruppo) hanno determinato un ricavo che eccede largamente la quota cash dello scambio. Sotto il profilo strategico restano le perplessità per un’operazione che rafforza ulteriormente la natura domestica di Intesa, rilievo che però deve essere valutato alla luce dell’effettiva difficoltà a concludere operazioni cross-border in Europa.

Anche le banche spagnole si sono mosse con decisione verso nuove aggregazioni, con esito finale alterno. I contatti tra BBVA e Banco Sabadell (5° gruppo spagnolo, 222 mld di attivo), tesi a determinare l’integrazione del secondo nel primo, sono stati chiusi senza successo nel novembre scorso. In porto sembra invece arrivata l’acquisizione/integrazione di Bankia in CaixaBank.

Bankia fu costituita nel 2010 aggregando sette cajas in difficoltà, iniziativa dall’esito disastroso che richiese appena due anni dopo una ingente ricapitalizzazione pubblica (€22,4 mld). L’iniziativa di CaixaBank apre ora al governo spagnolo la strada per un rilevante disimpegno (la partecipazione del 61,8% in Bankia si converte nel 16% di CaixaBank). La combinazione CaixaBank-Bankia è simile a quella Intesa-Ubi sotto due importanti profili: viene realizzata attraverso uno scambio di titoli; non ha l’obiettivo di sistemare situazioni di critica debolezza ma la banca target, pur chiudendo il bilancio in utile, propone da tempo un andamento poco brillante.

Nelle ultime settimane, infine, è stato annunciata la combinazione di due importanti istituti regionali (Unicaja e Liberbank), anche in questo caso attraverso uno scambio di titoli. Dalla loro unione (la seconda sarà incorporata nella prima) nascerà il quinto operatore creditizio spagnolo con un attivo totale di circa €100 miliardi.

In questa rapida disamina sulle M&A bancarie in Europa merita di essere segnalata anche l’OPA lanciata da Crédit Agricole Italia sul Credito Valtellinese (11° gruppo italiano con 24 miliardi di attività), operazione che (ottenute le necessarie autorizzazioni) dovrebbe chiudersi nel maggio prossimo.

Crédit Agricole Italia ha completato negli ultimi 4 anni l’acquisizione di alcuni istituti minori (3 casse di risparmio in forte difficoltà). L’OPA lanciata sul CreVal, di cui il Crédit Agricole Italia è già azionista (9,8%), ha un valore relativamente contenuto (poco più di 700 milioni) ma è interessante sotto molti aspetti: a) dopo circa 20 anni è la prima operazione interamente per contanti in Italia; b) seppure indirettamente, ha un profilo cross-border; c) l’operazione mira a trarre vantaggio dal forte incentivo alle fusioni e acquisizioni contenuto nella legge di bilancio 2021.

L’incentivo consiste nella trasformazione delle attività per imposte anticipate (deferred tax assets, DTA), ordinariamente compensabili a fronte di redditi imponibili futuri, in un credito d’imposta immediatamente utilizzabile in compensazione di altri tributi, cedibile a terzi o rimborsabile. Le DTA possono essere trasformate per un valore non superiore al 2% della somma degli attivi dei soggetti coinvolti, escludendo l’entità maggiore. Il beneficio è proposto per le sole aggregazioni realizzate nel 2021.

È probabile che l’iniziativa abbia successo, anche se il compenso per azione (€10,5) non soddisfa molti (da settimane la quotazione è a €11,5-12). Questa distanza potrebbe essere legata proprio alle DTA di CreVal, che stime attendibili quantificano in circa 240 min: l’opportunità offerta dalla legge di bilancio riduce di oltre un terzo l’esborso effettivo.