NEW

Nessuno

BANCHE CENTRALI E DENARO

La corsa alle valute digitali

Paola Pilati

Opportunità per rendere l’accesso alla finanza più semplice e democratico o fonte di nuovi rischi per il sistema finanziario? Una rivoluzione tecnologica o un vaso di Pandora? L’avvento delle CBDC, central bank digital currency, le valute virtuali emesse dalle banche centrali – ma stabili in quanto ancorate a una valuta reale e non virtuale come il Bitcoin – è ormai alle porte. 

Come rivela un sondaggio della Banca per i regolamenti internazionali tra le banche centrali, nel giro di tre anni almeno un quinto della popolazione mondiale potrà disporre della propria CBDC, e per realizzare la previsione basterà che tagli il traguardo la Cina, il cui progetto di un renminbi digitale è già in stadio di sperimentazione in alcune aree del paese. La Cina non è sola. Lavorano sullo stesso terreno anche la Bank of England, la Banca centrale del Giappone, quella Svizzera, il Brasile (che promette di averla in un paio d’anni), il Canada. 

La Bce ha appena annunciato che si muoverà in quella direzione anche se con tempistiche meno strette (si calcola che un digital-euro non potrà nascere prima del 2025). Mentre vicina al traguardo avendo già passato la fase di test è la Riksbank, banca centrale di Svezia, paese dove l’uso del cash è quasi estinto, per cui il costo della produzione di banconote comincia ad essere considerato sopprimibile, o almeno minimizzabile, e dove il governatore Stefan Ingves si è speso caldamente con il governo per l’introduzione di una e-Corona.

L’accelerazione impressa dal Covid all’uso degli strumenti di pagamento digitali sta mettendo le ali ai piedi ai progetti in essere per creare una serie di e-monete, gestite questa volta non da privati come la Libra di Facebook, ma da un soggetto pubblico come una banca centrale, facendo in modo che molti di loro si trasformino da tema di studio a fase di cantiere. Ma l’accelerazione ha anche acceso un dibattito tra supporter e allarmisti, tra coloro che ne cantano i vantaggi in termini di fluidità degli scambi e di risvolti sociali positivi (permettere l’inclusione di coloro che attualmente sono esclusi dai circuiti bancari) e quanti invece ne temono gli effetti sulla privacy e sulla concorrenza con il sistema bancario (nei momenti di crisi i risparmiatori preferiranno trasformare i propri denari nei depositi delle banche commerciali in CBDC della banca centrale).

Tutti, comunque, si rendono conto che il tema è ineludibile. E che il primo a muoversi avrà un vantaggio competitivo di non poco conto. Soprattutto perché, come ha ammesso con il Financial Times Fabio Panetta, membro del comitato esecutivo della Bce, c’è in campo un tema di sovranità monetaria: in assenza di una moneta digitale nella propria valuta, chi non vuole girare con il denaro contante in tasca può scegliere la moneta digitale di un altro emittente, cioè di un altro paese. Con ciò introducendo asimmetrie nel sistema monetario internazionale, e indebolendo la sovranità monetaria del paese di appartenenza e l’incisività dei suoi strumenti di politica monetaria.

In vista del momento in cui la massima cash is king non sarà più vera, ai tecnici alle prese con i progetti di denaro digitale “di Stato” non resta che studiare i primi casi di realizzazione concreta che, in scala minima, sono spuntati sul pianeta. Dai quali poter ricavare risposte ai tanti quesiti con cui si stanno tormentando: come preservare l’anonimato garantito oggi dal denaro contante? Come evitare che le banche commerciali finiscano per essere disintermediate dalla CBDC? Come mettere in comunicazione le diverse infrastrutture di pagamenti digitali? E, in radice: una CBDC può essere davvero utile alla gente comune?

A ottobre, una valuta digitale emessa da una banca centrale ha iniziato a circolare a Bahamas. Si chiama sand dollar ed è ancorata al dollaro di Bahamas, che a sua volta è ancorato al dollaro Usa. Anche nelle isole Marshall, Oceania, dove non esisteva una moneta nazionale ma solo il dollaro, è stato introdotto il Marshallese su cui l’arcipelago sta costruendo la sua industria dei servizi finanziari, dalle rimesse degli emigranti al commercio internazionale. A Mauritius la banca centrale, dopo aver sviluppato una struttura digitale per gestire i pagamenti in tempo reale, progetta una CBDC. E sull’evoluzione digitale sta costruendo il suo sistema finanziario anche l’arcipelago delle isole Fiji sotto la regia della sua banca centrale.

Ma è alla Cina che tutti guardano. Con timore. Solo la Fed, con la voce di Jay Powell, ha preso le distanze, pochi giorni fa, durante un convegno al Fondo monetario internazionale di Washigton: «Oltre a valutare i benefici, ci sono anche alcune questioni operative e di policy che vanno tenute in considerazione… Solo per citarne alcune, vorrei menzionare la necessità di proteggere una CBDC da attacchi informatici e frodi; la questione di come potrebbe influenzare la politica monetaria e la stabilità finanziaria; infine, il potenziale di una CBDC nel prevenire le attività illecite, preservando al contempo la privacy e la sicurezza degli utenti». Confortato dal fatto che rispondendo a un sondaggio la metà degli americani si è proclamato contrario alla CBDC, il capo della banca centrale sa che è la privacy l’elemento centrale da mettere a fuoco prima di dare il via libera a un e-dollar.

Proprio l’aspetto che viene visto come il maggior pericolo nel progetto cinese, il Digital Currency/Elecrtronic Payment (DC/EP). Sarà per questo che, nonostante lo stadio assai avanzato dei suoi progetti di digitalizzazione dello yuan, la Cina non è stata invitata nel gruppo delle banche – in gran parte occidentali – che studiano il tema? A prendere di petto senza peli sulla lingua il tema dell’affidabilità cinese è stato l’Australian strategic policy institute’s International cyber policy center .

La tesi di Aspi è che con il suo yuan digitale Xi abbia l’obiettivo di plasmare e colonizzare – e controllare – l’industria finanziaria mondiale e gli scambi, con la conquista di un immenso potere. Il DC/EP “ha il potenziale per costruire il più grande deposito al mondo di dati sulle transazioni finanziarie”. Certo, all’inizio l’impatto della nuova valuta sarà soprattutto sull’industria domestica, ma a lungo termine le implicazioni saranno di portata globale. “Il DC/EP potrebbe essere esportato all’estero dai viaggiatori cinesi, dagli studenti, dagli uomini d’affari”, ed è facile immaginare che il governo cinese possa imporre anche agli stranieri l’uso del DC/EP per le transazioni trans-frontaliere. 

Insomma, il progetto avrebbe l’intento di arrivare a monitorare i comportamenti economici non solo dentro i confini della Repubblica Popolare, ma anche fuori. E, secondo gli allarmi degli australiani, includerebbe anche l’immagazzinamento di dati tali da rendere la Cina in grado di plasmare un global standard concorrente a quello a marchio Usa: costruendo per esempio un sistema alternativo allo SWIFT (il sistema internazionale di codici per trasferire in sicurezza il denaro), fuori dalle regole – e dalle sanzioni – condivise.

Aspi quindi sollecita i governi democratici ad alzare le antenne sui progetti cinesi, a rafforzare le difese sulla privacy dei dati, e sulla sicurezza nel mondo cyber. Se il cash non sarà più king, a diventare il re sarà la capacità di accesso a giacimenti di informazioni che neanche ci immaginiamo. E le valute digitali ufficiali sono il grimaldello per conquistare questo nuovo mondo.