SPECIALE/LA LEGISLAZIONE AMBIENTALE 1
La Carbon tax europea

Dal 2023 l’Ue alzerà la pressione ambientale sui paesi da cui importa per proteggere il proprio mercato in piena transizione ecologica. Parliamo dell’introduzione del Carbon Border Adjustment Mechanism – CBAM - una nuova tassa sulle importazioni dell’industria pesante che non soddisfano gli standard europei di protezione del clima. Ecco come funzionerà

Luca Lamanna

La Carbon tax è un’ecotassa, un dispositivo, cioè, di politica tributaria, diretto all’applicazione di una percentuale d’imposta per ogni tonnellata di inquinamento da CO2 emessa nell’atmosfera dagli inquinanti fossili. Il fondamento di una tal sorta d’imposta, sostenuta da vari economisti come consigliabile poiché tasserebbe un “male” anziché un “bene”, risiederebbe nel fatto che chi cagiona un danno all’ambiente debba, poi, sostenerne perlomeno il costo.

L’intento sarebbe, dunque, quello di dissuadere gli utilizzatori di combustibili inquinanti, stimolandoli alla realizzazione di forme di energie rinnovabili e pratiche sostenibili, al fine di limitare le emissioni di gas serra, alla base dei cambiamenti atmosferici.

Nel nostro Paese, l’art. 8 della L. 448/1998 imponeva, per la prima volta, una tassa legata alle emissioni di carbonio, tuttavia non ha mai esplicato i suoi effetti.

Nel contesto accennato, partendo dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici “COP21” del novembre 2015, (ventunesima sessione annuale della conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) del 1992 e l’11ª sessione della riunione delle parti del protocollo di Kyoto del 1997), e con l’adozione dell’Accordo di Parigi sul Clima, un numero sempre più considerevole di nazioni e aziende hanno deciso di investire risorse finanziarie per ostacolare in modo deciso i cambiamenti climatici, nonché per raggiungere l’obiettivo comune della c.d. Carbon Neutrality.

Osservando, in un’ottica comparatistica, le varie legislazioni in materia nei diversi paesi del mondo, segnaliamo che già dal 1990, la Finlandia ha introdotto una tassa sulle emissioni. Da quel momento, stando ai dati della Tax Foundation, molti altri governi europei si sono direzionati verso la sua adozione, prevedendo imposte sugli inquinanti. In particolare, le aliquote fiscali più basse si applicano in Polonia (€0,07), Ucraina (€0,25) ed Estonia (€2). Alla Svezia spetta il primato della più alta aliquota di carbon tax (€116,33 per tonnellata di emissioni), seguita da Svizzera, Liechtenstein (€85,76) e Finlandia (€62). 

In questa direzione, a livello comunitario dal 2023 l’Ue alzerà la pressione ambientale sui paesi da cui importa per proteggere il proprio mercato in piena transizione ecologica. Parliamo dell’introduzione del Carbon Border Adjustment Mechanism – CBAM, una nuova tassa sulle importazioni dell’industria pesante che non soddisfano gli standard europei di protezione del clima.

La Commissione europea ha delineato un pacchetto estremamente ambizioso di nuova legislazione sul clima con l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Le misure c.d. “Fit for 55” comprendono diverse aree vitali, quali l’abolizione progressiva dei veicoli con motore a scoppio o, ancora, l’introduzione di una tassa sui carburanti più inquinanti utilizzati per l’aviazione civile.

In sostanza l’UE fisserà un prezzo del carbonio per le importazioni di determinati prodotti, al fine di garantire che il progetto europeo per il clima non conduca alla rilocalizzazione delle emissioni di carbonio altrove. Questo garantirà che l’abbassamento delle emissioni nell’Unione  porterà, indirettamente, un calo delle emissioni a livello mondiale e impedirà che la produzione ad alta intensità di carbonio si sposti fuori dall’Europa. Tale provvedimento punterebbe, inoltre, ad incentivare l’industria non europea e i partner internazionali ad attuare accorgimenti sfocianti nella stessa direzione. 

Segnatamente, secondo il CBAM, gli importatori saranno tenuti a pagare un sovrapprezzo proporzionale al quantitativo di carbonio impiegato per la fabbricazione dei loro prodotti, con lo scopo di riflettere i costi di scambio delle emissioni che un produttore situato nell’Ue si troverebbe a sostenere se producesse inquinanti nella stessa misura.

Il provvedimento dovrebbe trovare applicazione in due fasi. Nel periodo 2023/2025, l’UE monitorerà le informazioni che le società comunicano sulle loro emissioni, mentre dopo il 2026, avrà luogo un vero e proprio prelievo alla frontiera. D’altra parte, un periodo transitorio consentirebbe alle imprese di “prendere le misure” e di calcolare la propria collocazione all’interno di un simile schema, condizione affinché la misura sia conforme alle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Interessante sarà, poi, lo studio delle ricadute economiche connesse all’introduzione del Carbon Border Adjustment Mechanism. Si potrebbe, certamente, assistere ad un aumento dei prezzi del carbone o dell’energia elettrica, ma gli eventuali rincari sarebbero, in ogni caso, meno onerosi della crisi climatica, sia in termini di ecosistema, sia di prodotto interno lordo comunitario.