Scambi / Uno studio della Bce

La Brexit farà più male del previsto

L’impatto della Brexit lo soffriranno soprattutto Malta, Lussemburgo e Irlanda. In quarta posizione, la stessa Uk. I settori più colpiti saranno le automobili, gli alimentari, il tabacco. La previsione arriva da uno studio appena pubblicato della Bce (https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpwps/ecb.wp2360~0b2894ed2d.en.pdf?5a8abbcc5850ffb531a05d129c4fc975), che non contraddice le stime fatte finora ma semmai le peggiora. Secondo i ricercatori di Francoforte, il divorzio voluto dai britannici avrà un effetto molto più forte del previsto sul commercio. E di conseguenza anche sul benessere dei paesi convolti. 

Questa amplificazione dell’impatto ha dei responsabili. Sono le catene internazionali del valore, attraverso le quali la produzione si è organizzata sviluppandosi in filiere attraverso diversi paesi: sono le CIV che hanno consentito negli ultimi decenni al commercio internazionale di costruire e prosperare su una complessità di relazioni commerciali che non c’era mai stata prima. Complessità che oggi rende gli scambi internazionali più esposti al vento delle guerre e alle barriere tariffarie crescenti.

Con le CIV, insomma, ogni cambiamento che interponga ostacoli al fluire degli scambi ha una ripercussione al quadrato, e crea uno shock alle economie coinvolte che scatena effetti nefasti sul Pil e sull’andamento dei prezzi.

Il paper della Bce stima infatti che un aumento dei costi degli scambi avrebbe un effetto frenata sul welfare di una comunità del 36 percento più forte proprio nei paesi che sono meglio connessi grazie alle catene del valore.

Se questo è vero per il sistema dell’import-export nella sua globalità, che risultati può dare un’analisi concentrata sullo shock commerciale che colpirà l’Unione Europea, vale a dire la Brexit?

Per arrivare a una stima ravvicinata sono stati considerati innanzitutto tre diversi scenari. Il primo assume che si giunga ad un accordo bilaterale di Free trade (FTA) che escluda una variazione delle tariffe sugli scambi. Ad aumentrare saranno però i costi non tariffari, cioè quelli amministrativi e burocratici.

Il secondo scenario è quello del no deal, nessun accordo: in questo caso ci saranno nuove tariffe all’importazione, in base a un regime che seguirà le regole che il Wto ha previsto per le “most favoured nations” (MFN).

L’ultimo scenario si basa sulle nuove regole dell’import-export annunciate nel marzo 2019 da Londra per le importazioni da Ue e fuori Ue in caso di no deal. Vale a dire la cancellazione delle tariffe di importazione sulla maggior parte dei prodotti, ma anche l’introduzione di nuove tariffe su alcuni prodotti dell’industria manifatturiera come le auto, e su alcuni prodotti agricoli (MFN modificato).

Oggi la relazione commerciale tra Uk e Ue vede una forte disparità di pesi: mentre per Uk l’interscambio con i 27 paesi Ue rappresenta il 45 per cento dei propri flussi commerciali, per la Ue gli scambi con Londra pesano solo il 6 per cento. E come giocano le catene del valore? Molto. Metà del totale degli scambi – sostiene il paper- è collegato a merci che attraversano diverse volte i confini per acquistare valore aggiunto.

Tra i paesi Ue, il coinvolgimento commerciale con Uk è molto forte per Malta (vale il 22 per cento), bassissimo per la Slovenia (è il 2 per cento), e per l’Italia si ferma al 5 per cento. Ma in alcuni settori industriali l’importanza degli scambi cresce: è quasi all’80 per cento il coinvolgimento del settore telecomunicazioni britannico con l’Europa, e il 30 per cento di quello finanziario europeo con Uk. Una integrazione in gran parte dovuta proprio alle catene del valore.

Queste asimmetrie fanno sì che qualsiasi tariffa verrà imposta in futuro avrà un impatto diverso sulle due sponde del canale. Secondo i calcoli degli autori dello studio, il secondo scenario potrebbe tradursi in una serie di oneri doganali imposti da Uk sulle merci Ue che peserebbero il 5,3 per cento in media; molto più del 3,9 che la Ue potrebbe imporre su quelle britanniche.

Per alcuni settori, però, la penalizzazione doganale all’ingresso in Uk sarebbe molto più salata: dell’8,5 per cento sui veicoli a motore e addirittura del 13 su cibo e bevande. La situazione sarebbe invece molto più leggera nel terzo scenario, dove il carico medio delle tariffe doganali europee in Uk scenderebbe all’uno per cento.

Quali sarebbero le conseguenze dei tre scenari sulla crescita del Pil, insomma sul benessere dei paesi coinvolti? Il crollo più vistoso degli scambi si avrebbe con il secondo scenario, quello del no deal: le esportazioni da Uk alla Ue scenderebbero in termini nominali dal 45 al 54 per cento (rispettivamente per i prodotti intermedi e per i prodotti finali), quella dalla Ue in Uk dal 40 al 44 per cento. Più o meno lo stesso che nel terzo scenario. Tradotti in impatto sugli scambi reali, vorrebbe dire un colpo alle esportazioni britanniche del 13 per cento, e a quelle della Ue del 2.

Poiché meno interscambio significa anche meno crescita, la nuova situazione farebbe registrare meno welfare e meno Pil per entrambi, ma con un danno maggiore per Uk (dal 2 al 3 per cento in meno).

Perché alcuni paesi come Malta, Irlanda e Lussemburgo soffriranno di più dalla Brexit? Perché il loro network commerciale è meno diversificato, e questo farà sì che per esempio l’Irlanda soffrirà di più in termini di aumento dei prezzi, data la dipendenza da Uk per semilavorati e fattori produttivi intermedi.

Anche nella Brexit, come nel resto del mondo, i nuovi sistemi tariffari metteranno in crisi le catene del valore. E queste si vendicheranno amplificando il danno per il benessere nazionale. Visto che molto export da Uk verso la Ue serve a produrre merci destinate ad altri paesi Ue o verso il resto del mondo, per Londra si porrà seriamente il problema di trovare altri sbocchi, mentre i paesi Ue potranno facilmente trovare altri fornitori al posto di Uk all’interno dell’Unione.

Insomma, il dilagare del protezionismo e delle barriere si ritorce spesso su chi li impone.

P.P.